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Non faccio in tempo a far copiare sul diario l’avviso che venerdì inizierà il corso CLIL, con il docente madrelingua inglese, che in classe si scatena il finimondo, le braccia scattano verso il soffitto a sventolare la mano e ha inizio la pioggia di domande. Come faremo a farci capire? E come riusciremo a capire l’insegnante? Non li biasimo e comprendo appieno lo stato d’animo. Io, come loro, provo una irrazionale paura per le lingue straniere. Il non riuscire a spiegarmi, non comprendere le risposte, non essere in grado di leggere segnaletica, avvisi, cartelli e informazioni perché non scritti in italiano – o al massimo in inglese – mi manda in tilt. Devo comunque rassicurare la classe, sono io l’insegnante e, di conseguenza, sono tenuto a dare l’esempio. Così dico che non è impossibile dialogare di persona con qualcuno con cui non si condivide la stessa lingua. Ci si può aiutare con gesti e con le espressioni del viso, per esempio. E poi qualcosina in inglese la conosciamo, anche se siamo solo in terza. E che anche l’insegnante sa di essere inglese e sa che voi siete italiani, e quindi farà di tutto per farsi capire. Ometto una considerazione, e cioè che poche cose sono inutili come l’insegnamento dell’inglese alla scuola primaria fatto da docenti come me, italiani peraltro non specializzati in qualche modo nella materia. Io sono dell’idea che le lingue dovrebbero insegnarle i madrelingua, musica i musicisti, scienze gli scienziati e così via. Io ho i titoli per insegnare le materie dell’area umanistica, e mi accontenterei di questo, peccato che alla primaria non funzioni così. La mia teoria è confermata dall’ingresso dell’insegnante. Una cassa in un trolley con “Around the world” dei Daft Punk a palla. Un mappamondo gonfiabile da lanciare ai bambini come si fa con i palloni sulla folla dei concerti, avete presente? E poi una lezione impostata unicamente sul gioco. D’altronde sono bambini e, anche se l’insegnante ha usato molti termini che probabilmente nessuno aveva mai sentito, si è fatta perfettamente capire. Il risultato? Ora ho un po’ meno paura delle lingue straniere anch’io.

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