Gomma – Zombie Cowboys

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“Zombie Cowboys”, pensato e rifinito in piena pandemia, non è un diario da lockdown come tutti gli altri. Con il nuovo disco, i Gomma diventano grandi.

Il basso è il messia. Questo sostiene un meme in voga tra le community social di musicisti boomer. Si vede una rappresentazione sacra con Gesù Cristo in persona, la cui didascalia lo riconduce appunto allo strumento a quattro corde, e una parte del suo entourage che, conformemente alla disposizione nello spazio dipinto, impersona gli altri strumenti e la loro gerarchia all’interno di una band.

In realtà, l’autore di questa facezia – un bassista, ça va sans dire – si è dato la zappa sui piedi. Non serve certo frequentare l’oratorio per dimostrare che, se c’è di mezzo il figlio di Dio, ci dev’essere per forza il padre, sopra di lui. E, se parliamo di rock, è fuori discussione che l’entità suprema in questione sia la chitarra elettrica. Ai credenti resta la libertà di scegliere se preferire la versione vendicativa del vecchio testamento o un padre meno intransigente – ma non per questo poco autorevole – del nuovo. La differenza, come potete immaginare, sta tutta nel modo in cui la si usa, la chitarra. I suoni cattivi e violenti del metal costituiscono un forte richiamo per i chitarristi che inseguono il sogno di annegare nella saturazione la loro rabbia repressa. Non è facile incanalare invece l’aggressività ricorrendo a suoni mai completamente sporchi. Ci vuole una certa raffinatezza, intelligenza e una straordinaria dose di autocontrollo.

Pensate, per esempio, se Giovanni, e mi riferisco non all’evangelista ma al chitarrista dei Gomma, si fosse lasciato abbacinare dal compiacimento di accompagnare le sue composizioni con pennate tipicamente hard rock e potenti mandate di distorsore. In questo caso, probabilmente Zombie Cowboys sarebbe stato l’ennesimo figlio della tradizione anni novanta e di tutti i suoi ibridi punk-grunge.

Invece una delle cose straordinarie di questo disco è il perfetto equilibrio in cui la musica si muove sul filo del rasoio, senza mai nulla concedere alla banalità rockettara da tanto al mucchio. L’impegno a riferirsi a un movimento che comprende gruppi come i Dry Cleaning, gli Squid o i Protomartyr – secondo quanto la band casertana ha dichiarato in un’intervista a RollingStone – sarebbe rimasto solo sulla carta. E, soprattutto, non saremmo qui a parlare di “Zombie Cowboys” come una delle cose migliori uscite dalla disperazione post-pandemia, in Italia. Almeno non io.

Ma non è tutto. Non ci vuole molto per prevedere che, delle conseguenze degli ultimi due anni sui più giovani, ce ne accorgeremo tra qualche tempo. Ma già ora che il Covid-19 sembra agli sgoccioli possiamo dedicare all’arte che i ragazzi hanno prodotto isolati nelle loro camerette l’attenzione che merita. A posteriori ci riferiremo a uno stile trasversale a sé che, almeno in musica, riunisce tutti i generi e consegna al pubblico opere nate dall’urgenza dettata da un disagio mai raggiunto prima, per noi che viviamo da questa parte del mondo. Altro che bonus psicologo. Ma se possiamo permetterci di cercare qualcosa di positivo da questa esperienza – consapevoli che ne avremmo volentieri fatto a meno – converrete con me che è in momenti complessi come questo e segnati dalla tensione che possono nascere cose di valore.

Non avevo mai sentito parlare dei Gomma prima d’ora ma non dovete biasimarmi. Ho 55 anni e non compravo dischi di musica italiana riconducibili al rock italiano, nel senso di chitarre elettriche protagoniste, voci sfrontate e testi pienamente comprensibili, dai tempi di “A sangue freddo” del Teatro degli Orrori.

Poi qualche tempo fa gli algoritmi di Facebook hanno incrociato il mio profilo con il video di “Sentenze”, ottava traccia di “Zombie Cowboys”. Ho avviato la riproduzione e la musica mi ha sorpreso immediatamente – se vogliamo dare delle coordinate siamo da quelle parti in cui si mescolano post-punk e stoner rock – ma, per una volta, concentrarmi sulle parole mi ha fatto sentire in perfetto target. Il brano giusto al momento giusto. Il genere rientrava pienamente nei miei standard ma c’era una voce che sembrava parlare di me. Parlava dei vecchi, diceva che “il viaggio è finito” e che “è finito anche il gusto di sputare sentenze”. Ho deciso di andare a più a fondo ed è stata una scelta premiante perché mi sono trovato al cospetto di un disco inatteso e sbalorditivo e che ho acquistato – in vinile bianco, una vera chicca anche sotto il profilo meramente estetico – senza pensarci due volte. Ma la storia dei Gomma e la genesi di questo album impongono qualche riflessione in più.

Possiamo innanzitutto parlare di “Zombie Cowboys” a partire dal ruolo che ricopre rispetto alla loro discografia, che grazie a questo disco ho scoperto a ritroso. Il percorso di definizione e assestamento della loro personalità artistica, mi riferisco ai lineamenti già induriti con la pubblicazione di “Sacrosanto”, si incrocia con il primo lockdown. Un disco con “pianoforti e archi, nato dalla volontà di sperimentare, di provare a metterci un altro vestito”, come sostengono nella stessa intervista che ho citato prima, viene messo in stand-by dall’evoluzione della pandemia. Ci sono cose più urgenti da comunicare, a partire da un intero sistema messo in ginocchio dalla stessa sua natura globalizzata. Il capitalismo tracima e inghiotte senza pietà economie oltre i propri confini, e non si vede il motivo per cui un virus non debba fare altrettanto. I Gomma rispolverano idee raccolte lungo l’ultimo tour superate dal disco in cantiere, vecchie tracce sulle quali i temi dettati dalla situazione drammatica possono essere organizzati in modo più efficace. Il titolo del concept è eloquente e la foto in copertina è altrettanto didascalica. E questo è il valore che “Zombie Cowboys” riveste in sé. Undici tracce (più un divertissement folk) che alternano aggressività a resa, cattiveria a disperazione, pessimismo a niente. Pessimismo e basta. Si susseguono pezzi-bomba – “Santa pace”, “Mamma Roma”, “Mastroianni” e “Sceriffo”, a canzoni superlative, a partire da “Venezia” e “7”, proprio come i sette quarti della strofa.

Se vogliamo quindi parlare di “Zombie Cowboys” dei Gomma a partire dal ruolo che ha rispetto alla loro discografia, tutti sono certi che sia il disco della loro maturità e a me non resta che allinearmi, perché il Covid ha fatto crescere e diventare adulta una generazione in tutta fretta. Che bisogno c’è di esprimersi in chiave indie pop con questi requisiti. I Gomma, sotto il profilo musicale, sembrano non avere peli sulla lingua. Pane al pane, vino al vino e, come sottolineano anche loro, una volta qui era tutta campagna.

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