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Molte delle esperienze con i medici famiglia confermano il gap tra i dottori di una volta e i professionisti di nuova generazione. Il fatto è che quando le opinioni – siamo pur sempre nell’ambito delle chiacchiere da bar o, come si dice oggi, da social network – si assomigliano tutte e provengono da contesti diversi, il sentito dire può essere ricondotto al sottoinsieme delle cosiddette leggende metropolitane, anche se ci sono casi in grado di riservare sorprese: pensate a quando tutti dicevano che i socialisti erano ladri e poi si è scoperto che, un fondo di verità, c’era. Anche io conoscevo personalmente un socialista che è stato accusato di prendere tangenti, allo stesso modo in cui l’infallibilità del medico condotto che ha seguito la mia famiglia, dai miei bisnonni fino a me, almeno sino alla pensione, era fuori discussione. Mia nonna, nei casi più seri, gli portava confetture preparate in casa e barattoli di funghi sott’olio, una consuetudine così diffusa tanto da averla ritrovata a centinaia di km di distanza, quando mia suocera preparava i biscotti da donare al suo dottore di fiducia in occasione delle visite più delicate. In entrambi i casi si tratta di medici che hanno cessato la loro attività solo perché le forze non glielo permettevano più, sostituiti da due omologhi di nuova generazione. Il primo, che ha preso in carico i miei genitori, ha una seconda attività di medicina alternativa e cerca di intercettare i pazienti per dirottarli verso il suo studio privato. Il secondo, il mio attuale medico generico, non è male ma i nostalgici del dottore che l’ha preceduto sostengono che sia tutto un altro paio di maniche. È facile notare la sua passione perché, nel suo studio, ci sono centinaia di fumetti sistemati un po’ alla rinfusa. Gli ho chiesto che tipo di collezionista sia e mi ha risposto di rientrare nella categoria di quelli per i quali l’hobby rischia di costituire un’aggravante nel caso dovesse divorziare. Gli albi non gli stanno più in casa e così, per tagliar corto con la moglie che non ne può più di avere stanze invase da letteratura per ragazzi, se li porta al lavoro. Gli ho manifestato tutta la mia solidarietà: mi trovo al quinto ripiano della libreria in sala ricolmo di dischi e temo che, prima o poi, dovrò prendere in mano la situazione. Quando, con la mia famiglia, ci siamo accreditati a lui attraverso il fascicolo sanitario, al momento del passaggio di consegne dal medico che lo ha preceduto e che a detta di tutti non è stato mai rimpianto abbastanza, ho notato che aveva già a carico più di mille persone. Mi sono chiesto come sia possibile gestire una mole di pazienti così vasta. Non lo biasimo, quindi, se non riconosce la mia voce quando lo chiamo. Ci sentiamo ogni due mesi, quando gli telefono per avere la ricetta delle pastiglie per la pressione. Non so mai come esordire nella conversazione perché, limitando le telefonate esclusivamente in orari dedicati, è chiaro che lo sto contattando perché ho bisogno di una sua consulenza. Se vado subito al sodo mi chiede il nome per poter procedere. Se parto invece con un formale “buongiorno dottore, sono pinco pallino” mi sembra invece un approccio inutile, giacché me lo immagino pensare “e chi cazzo è pinco pallino”. Così ho trovato una formula completa che riduce i convenevoli ai minimi termini ed è efficacissima. “Buongiorno dottore, sono pinco pallino, un suo paziente. La chiamo perché ho bisogno della ricetta del valsartan 160”. Senza che proferisca alcuna risposta, sento solo il suo respiro e, sullo sfondo, l’inconfondibile rumore delle dita sulla tastiera di un pc. Nel giro di qualche secondo, sento la vibrazione nel mio smartphone, a conferma della ricezione via sms della ricetta digitale. Mi chiede se l’operazione è andata a buon fine e gli rispondo che è tutto ok. Uno scambio di pochi secondi in cui però sono sicuro che entrambi percepiamo quel tipo di entusiasmo che si prova quando la tecnologia fa il suo mestiere e che è unico per questo genere di soddisfazioni. Una transazione da una manciata di bit che riduce ai minimi termini la relazione umana. Io sorrido, pensando al progresso che ci ha permesso di evolvere dai funghi sott’olio e i biscotti fatti a mano a un paio di clic. E sono convinto che il dottore, contemplando in quei pochi istanti di attesa le sue pareti colme di fumetti, faccia lo stesso, prima di riagganciare nell’attesa della chiamata di un altro paziente.

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