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Nessuno ha avuto dubbi quando ho chiesto quale fosse la principale novità del nuovo anno scolastico. A dirla tutta a qualcuno è scappato che era morta la regina Elisabetta, che poi è vero, ma si è reso conto subito che la risposta giusta era un’altra e che doveva avere noi come protagonisti. Così sono fioccati gli indizi. Un unico ingresso per tutte le classi con un unico orario. I banchi allineati a file di due e tre ma ravvicinati. Libri e quaderni negli armadi e sugli scaffali al posto degli zaini pesanti gonfi di tutto il materiale perché non si sa mai. Il rompicapo matematico da svolgere in coppia, senza problemi se qualcuno, ridendo, sputacchia sul compagno perché, aspetto fondamentale, le facce ora sono libere e visibili.

Qualcuno ho fatto fatica a ricollocarlo nel ricordo che avevo di lui. Avevo avuto il tempo per osservarli con attenzione e calma venerdì 28 febbraio 2020 quando ci siamo congedati senza sapere ancora – anche se già girava la voce – che avrebbero chiuso tutto, a partire dalla scuola. Un arrivederci che suonava un po’ come un addio e che strideva con le maschere, quelle di carnevale autoprodotte durante le ore di arte – che presto sarebbero state soppiantate da quelle chirurgiche – e che brandivano con orgoglio all’uscita, correndo verso i genitori, inconsapevoli della clausura che avrebbe inghiottito una parte della loro infanzia.

Erano in prima e ora cominciano la quarta. I lineamenti – la cui evoluzione ho potuto solo immaginare, dietro la mascherina – ora sono quelli dei bambini aumentati, lievitati, vere e proprie versioni in scala di quel prototipo che ho accolto ormai tre anni fa e che ho sostenuto nei momenti di sconforto, gratificato con giudizi di tutto rispetto per sopravvivere in tempi difficili, seguito passo dopo passo nel corso di interminabili e surreali sessioni di didattica a distanza con connessioni e dispositivi inadeguati all’empatia, tentato di interpretare, all’incerto rientro l’anno successivo, lungo improbabili conversazioni con le bocche e la capacità di farsi capire occultate dietro a FFP2 dalle dimensioni sproporzioniate rispetto ai loro volti.

Ieri era il primo giorno di scuola e il primo giorno di rientro a ciò che consideriamo la normalità, per una delle attività più redditizie per la nostra società (un po’ meno per chi ci lavora, ma questo è un altro tema). Le mascherine le abbiamo finalmente buttate. Sono tornate i sorrisi, le stupidaggini, le domande argute e quelle ingenue, gli aneddoti strampalati, i tempi verbali sconnessi, le canzoni, gli sbadigli e le grida in giardino. Evviva la scuola, evviva la libertà.

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