certificato di proprietà

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Secondo la signora Cinzia i tavolini all’aperto del Bar del Dom sono il più bell’angolo del paese e quando lo dice alla sua amica che fa la cameriera lì sfonda porte aperte. Certo, in giro non c’è granché e quindi ci vuole poco a proclamare leader dal punto di vista paesaggistico il locale in cui sto trascorrendo la pausa pranzo in attesa del tecnico che venga a spostare un access point dal secondo piano della scuola alla palestra. In quei pochi metri quadri di dehors a ridosso dell’ingresso è riconosciuta, a detta degli unici avventori oltre a me, in prima istanza la posizione sulla direttrice di un corridoio ventilato che proviene dalla campagna circostante e che ha reso gradevole i pasti lì anche durante il caldo porco delle scorse settimane. In più, l’anomalo angolo che il marciapiede forma consente una privacy senza confronti rispetto alla piazza che è poi il centro del paese.

La signora Cinzia si accompagna con due giovani adulti dalla parlata dell’est Europa. Sono troppo dimessi per essere albanesi ma non per questo mi ricordano l’idraulico a cui avevo venduto la Ford Escort SW quasi vent’anni fa. Erano bastate un paio di telefonate pochi minuti dopo l’annuncio che avevo pubblicato su un sito di compravendita di seconda mano e, il giorno dopo, il mio acquirente si era presentato con una mazzetta di contanti – evidente frutto del suo operare in nero – che così spessa non l’avevo mai vista. Anzi no. Avevo dismesso un appartamento in affitto in cui vivevo da solo, poco prima di sposarmi. Non c’ero mai e gli addetti alla lettura del gas – mica esistevano ancora i contatori smart e tutte quelle diavolerie lì, almeno nel terzo mondo in cui avevo la residenza – non riuscendo a trovarmi in casa non potevano far altro che registrare letture approssimate agli standard di utilizzo che avevo segnalato alla firma del contratto. Solo che, di gas, ne consumavo molto di meno. Chiusa l’utenza, l’impiegato allo sportello della municipalizzata mi aveva rimborsato l’intera cifra di quanto avevo versato in più rispetto ai consumi. Mi ero trovato così tra le mani una busta piena di banconote – non ricordo quanto ma erano più di un milione di lire – ed è da allora che nutro una forte repulsione per il cash che mi fa pagare con le carte di debito o di credito anche le cose che costano meno di 50 centesimi.

Comunque l’affare della Ford Escort si era concluso nel migliore dei modi. C’eravamo rivolti a un’agenzia a poche centinaia di metri da casa mia, quattro firme, una stretta di mano e chi si è visto si è visto. Alla signora Cinzia non è filata così liscia. Le circostanze del convivio che si sta consumando a pochi metri dalle mie trofie con zucchine e speck sono identiche alla storia che vi ho appena raccontato. Da quello che percepisco è l’italiana a vendere e i muratori dell’est a comprare. Basta guardare oltre la siepe del dehors e si vede il centro automobilistico da cui si stanno servendo.

L’intoppo è comune a tutti quelli che improvvisano questo genere di transazioni. Il certificato di proprietà, che fino a poco tempo fa era su un documento separato rispetto al libretto, non si trova più e quindi i tre, per chiudere l’affare, sono costretti a rivolgersi ai Carabinieri, fare la denuncia, tornare all’agenzia – che alle 13 ha chiuso, giustamente – quindi finalmente a ufficializzare il passaggio del bene.

Dalla conversazione che sento risulta che il più giovane dei due uomini ha lasciato che l’altro sposasse sua sorella, una concessione che in certe culture bisogna andarci con i piedi di piombo. Quello che è quindi suo cognato a tutti gli effetti ha preso una birra media e tanto, da quel che sembra, non pagheranno loro. La signora Cinzia intanto si informa sui postumi dell’operazione a cui si è sottoposta la sua amica cameriera, uno di quegli interventi in cui ti asportano un pezzo di qualcosa che ti permette di dimagrire all’istante. Io non voglio sentire i dettagli così mi adopero per finire la seconda bottiglia da mezzo litro di acqua gassata, fa caldo e il non aver bevuto nulla in mattinata – per giunta dopo la corsetta all’alba – mi ha provocato una sete epica. Come se non bastasse, la cameriera indossa una specie di sottoveste ma forse sono io che non sono al passo con i tempi in fatto di moda.

La signora Cinzia non è giovanissima ed è visibilmente sovrappeso, per questo non ritengo corretto che la cameriera insista a convincerla a imitare la sua scelta. Secondo lei basta sottoporsi per un mese a una dieta radicale – parla di petto di pollo alla piastra e verdure grigliate ad libitum – per essere pronti a entrare in sala operatoria. Anche i due muratori intervengono. Il più giovane se la cava bene con l’italiano, la discussione comporta la conoscenza di una terminologia di un certo livello e noto una certa disinvoltura. L’altro fuma, beve la sua birra, spippola con lo smartphone e costruisce qualche frase stentata ma di sicuro effetto.

Mi sembra evidente che i tre si sono trovati a pranzo per ingannare l’attesa della riapertura dell’agenzia automobilistica. La signora Cinzia si rammarica una seconda volta di aver smarrito il certificato di proprietà fino a quando, da uno di quei raccoglitori in plastica che conserviamo nel cruscotto insieme al manuale del veicolo e che non si capisce come ma, nel corso della vita della nostra auto, ci finiscono interi decenni di tagliandi di assicurazioni, bolli auto e dichiarazioni di constatazioni amichevoli, il certificato di proprietà miracolosamente salta fuori. Quel pranzo obbligato avrebbe potuto non svolgersi mai. Anche se alla signora Cinzia piace chiacchierare i compagni di tavolo probabilmente ne avrebbero fatto a meno. Quando mi alzo per pagare, loro che erano già lì quando sono arrivato stanno ancora aspettando l’amaro. A mangiare da soli nei locali pubblici siamo sempre troppo veloci, e a nessuno è ben chiaro il perché.

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