la bandiera del mondo

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Il modo da divano più efficace per schierarsi tra l’una o l’altra fazione delle svariate guerre che funestano ormai irrimediabilmente la quotidianità è quello di sfoggiare la bandiera del cuore (Ucraina o Russia, Palestina o Israele) a corredo del proprio profilo social. Un vero e proprio biglietto da visita pensato affinché i beniamini della parte avversa sappiano già in partenza che è meglio evitare certe discussioni e i cosiddetti leoni da tastiera non corrano il rischio di esporre sotto il fuoco amico i proprio compagni di branco. Ho letto da qualche parte qualcuno che si chiedeva quale fosse la bandiera del mondo, al netto di quella delle Nazioni Unite così tanto vituperata, l’unico vessillo in grado di superare qualunque dualismo (a meno di un’invasione aliena a seguito della quale, sono certo, ci divideremmo di nuovo).

Nell’attuale corsa ai nazionalismi e a chi ce l’ha più sovranista anche noi ci siamo scoperti primatisti europei soprattutto grazie ai meloniani e ai fratellisti d’italia che hanno gettato sul fuoco della nostra deprivazione culturale il combustibile più efficace per rinvigorire la fiamma tricolore dell’italianità. A me tutta questa agiografia del made in Italy mi dà così fastidio da rendermi invise persino le nostre nazionali di pallavolo, unico sport che suscita il mio interesse. Si è appena conclusa una per noi fortunatamente fallimentare stagione di competizioni continentali e mondiali che ho seguito a stento a causa della retorica dei commentatori televisivi. Meno male che abbiamo perso tutto quello che c’era da perdere. Non mi interessa il calcio o, peggio, il rugby, ma sono certo che, malgrado anche da quelle parti siamo scarsi come la merda, sia tutto un elogio della nostra resilienza che, a onor del vero, ha rotto ampiamente il cazzo. Io vorrei essere così tanto ricco da pagare gli organismi internazionali per abolire tutti i tipi di competizioni sportive in cui gli atleti rappresentano una bandiera, con ammende salatissime per i campioni che suggellano i loro successi circondando con un close-up tra pollici e indici a formare un cuore i colori che rappresentano. Sono certo che sarebbe già un passo in avanti. Basta haka, basta inni stonati a inizio partita, basta hooligan da una parte e dall’altra.

Un terreno altrettanto fertile per la narrazione del paese più bello del mondo è la comunicazione pubblicitaria. Il marketing italiano, approfittando della recente recrudescenza del trittico dio-patria-famiglia, ci dà dentro per propinarci i peggiori messaggi motivazionali sul posto in cui cui viviamo. Il risultato è che le centinaia di programmi televisivi sui nostri borghi più suggestivi al mondo o sulla nostra cucina migliore al mondo o sulla nostra forza lavoro più infaticabile al mondo o sul nostro genio più geniale al mondo o sulla nostra sregolatezza più sregolata al mondo sono interrotti da spot sui prodotti realizzati in Italia, paese dalla qualità suprema. Come se noi italiani non fossimo in grado di osservare, assaggiare, leggere, valutare e riflettere. Lo so, è vero, sicuramente sempre meno. E l’aspetto ridicolo è che tutti i popoli del mondo raccontano di essere i più bravi, i più belli, i più forti, i più intelligenti, alla fine anche il più idiota dei marziani si renderebbe conto che c’è qualcosa che non va. Poi, voglio dire, con quale faccia tosta ci paragoniamo a francesi, inglesi e tedeschi, tanto per citare i primi che mi vengono in mente? Ne abbiamo anche per gli svizzeri, che non so se avete mai varcato il confine.

E, a proposito, la pubblicità del cioccolato Novi ha un copy in cui le parole Italia e italiano si ripetono cinque volte in trenta secondi: “L’Italia è il paese più bello del mondo? Probabilmente si. Ma sicuramente è il paese più Novi che c’è. Perché Novi è il cioccolato che gli italiani amano. La poesia italiana del cioccolato. Il trionfo delle nocciole italiane del nocciolato. I raffinati abbinamenti di Novi nero nero. E anche chi non è italiano impara presto ad amarlo. Svizzero? No! Novi.” Che poi, voglio dire, Novi Ligure è un posto veramente di merda – attenzione a non confonderla con il cioccolato – e non è nemmeno in Liguria.

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