I ragazzi dovrebbero saperlo che uno degli aspetti peggiori del diventare adulti riguarda l’essere proprietario di un’automobile. Che il rovescio della medaglia del coast to coast in estate con “Rotolando verso sud” dei Negrita a palla e il vento nei capelli con il finestrino abbassato e il profumo della pelle abbronzata di un* ragazz* sul sedile del passeggero con i piedi nudi sporchi di sabbia appoggiati sul cruscotto è un salasso mica da ridere, al netto delle zozzerie che escono dal tubo di scappamento e vanno a inquinare la natura.
Tempo fa, mentre riflettevo sui 340 euro che avrei speso di lì a poco, percorrendo a piedi il tragitto tra casa mia e l’officina che mi aveva sostituito la batteria della mia Yaris ibrida e dove avrei pagato senza battere ciglio per recuperare l’auto, mi soffermavo sul motivo per cui, nella nostra civiltà, è così importante possedere una vettura. Quando mi sono iscritto a scuola guida – avevo appena compiuto diciotto anni – nessuno mi ha mai messo in guardia su ciò che comporta l’essere abilitato a guidare un automezzo privato, tantomeno l’istruttore ubriacone che mi faceva fermare a tutti i bar lungo il percorso, con la scusa della pratica del parcheggio, per farsi un goccio di quello buono.
E mi riferisco a cose come l’acquisto, il carburante, i tagliandi più o meno annuali, il consumo dei pneumatici con il loro utilizzo con l’aggravante delle gomme per ogni stagione e il relativo cambio, le lampadine da sostituire quando si bruciano e la manutenzione straordinaria ed estemporanea, che comprende la batteria che si scarica, la pompa dell’alimentazione che ti fa ciao ciao sulle autostrade tedesche e la fatica di farsi capire con un inglese stentato attraverso quella specie di citofoni di cui sono dotate le colonnine di emergenza – come successo a me -, la cinghia di distribuzione, le pastiglie dei freni, le righe fatte con le chiavi sulle portiere e le strisciate dei muretti sulla carrozzeria, i bozzi della grandine, i cristalli che si venano e tutti i guasti al sofisticato equipaggiamento elettronico di cui le automobili, oggigiorno, sono dotate. E poi l’olio, il liquido per i vetri, le spazzole, per non parlare del lavaggio dentro e fuori e, soprattutto, i danni da sinistri o peggio.
Ho notato la prima vettura targata HA che la dice lunga sul fiorente mercato nel nostro paese poco dopo aver ascoltato alla radio – quella della macchina, ça va sans dire – che ci sono svariate decine di milioni di auto in Italia praticamente inutilizzate, o usate per pochi minuti al giorno, un parco vetture molto spesso obsolete e alimentate tradizionalmente. Ma sono i poveracci come il sottoscritto a rispondere a questi indagini buste paga alla mano: e chi se la può permettere una Tesla elettrica? E poi se rimani a secco di carica sulla Sila, a distanze siderali dalla presa per fare il pieno più vicina, chi ti viene a prendere?
Quello che posso dirvi, e che non ho ancora imparato io, è che è sempre meglio parcheggiare in posti perpendicolari al marciapiede con il cofano rivolto verso la strada, in modo che chi viene a risvegliarvi il mezzo dopoché il vostro partner l’ha lasciata con le quattro frecce accese per tutto il giorno non debba necessariamente essere equipaggiato di booster – uno strumento che a breve mi regalerò per natale – o comunque di cavi di collegamento di lunghezza fuori dagli standard.