giorni da pecore

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Sul mostruoso Polifemo ricostruito da Nolan è chiaro che è il regista dell’Odissea ad aver ragione. Se un’entità è dotata suo malgrado (rispetto ai parametri terrestri) di un occhio solo, perché l’unico organo preposto alla vista dev’essere per forza orizzontale? E poi, giustamente, a quel punto non stona per nulla il naso messo per così, e ve lo dice uno che di asimmetrie facciali è cintura nera. Qualcuno – non io, statene certi – si sarà pur chiesto se, con membra di quelle dimensioni, il gigante più brutto dell’Italia meridionale sarà stato provvisto di un enorme schwanzstück, ma nella penombra della caverna descritta nel film non si capisce. Che poi, poveraccio, che vita avrà condotto il buon Polifemo prima che arrivasse un signor Nessuno a piantargli un paletto rovente nell’unica pupilla funzionante? Tutto solo con il suo gregge a produrre formaggio e a pascolare in quel luogo che, leggenda o no, è tutto fuorché bucolico, un paesaggio degno di un disegno di Mordillo, uno di quei posti in cui ti cade un masso dalle mani e ti tocca scendere fino al bagnasciuga per recuperarlo e poi ci lamentiamo che è stato teatro della diffusione della criminalità organizzata. Il punto è se, alla fine della storia, ci ha preso giusto Omero (o chi ne faceva le veci) che ha immaginato Ulisse pantofolaio o, al massimo, a seguire braccia dietro la schiena i cantieri di Itaca, Dante che invece lo spedisce oltre Gibilterra a sfogare la sua smania di conoscenza, Joyce che lo naturalizza irlandese a fare l’agente di commercio (ma ce lo vedete vagare in balia di Eolo alla guida di un SUV?) o con le sembianze di Matt Damon, tutto arrovellato nei suoi sensi di colpa per combinato un bel casino, per non parlare dello struggimento per la scelta tra Charlize Theron e Anne Hathaway (io Anne tutta la vita). Il film di Nolan è comunque imperdibile, ma – per una volta – sono il primo a dire che sarebbe stata più opportuna una serie tv, con tutto quel popò di sceneggiatura messa a disposizione di uno dei registi più talentuosi del cinema contemporaneo. Tutto superlativo e mai un qualcosa di troppo – effetti speciali, gente che si mena, passaggi superflui – anzi, semmai troppo poco. La scena preferita? I Lestrigoni, che nella storia della critica letteraria non si è mai cagato nessuno e qui, invece, sembra di stare dentro Guerre Stellari. E pure l’armatura di Agamennone/Batman non è da meno. Comunque mica male, questo Omero.

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