ciò che ci fa scegliere i posti in cui trascorrere il nostro tempo

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Teresa fa l’insegnante ma le manca un pezzo di polpaccio sinistro come se l’avesse morsa uno squalo o almeno come ce la immaginiamo noi una menomazione del genere, visto che in natura certi fenomeni sono rari almeno qui dove è vero che il clima è impazzito e si vedono specie animali sconosciute ma gli squali, per il momento, è meglio se se ne stanno a casa loro. Nella sua lettera al portale dedicato ai professionisti della didattica dice che molti genitori dei suoi alunni hanno scelto la scuola in cui insegna lei perché è molto grande. Dice che i ragazzini entrano per la prima volta, vedono tutto quello spazio e dicono a mamma e papà questa è la scuola che fa per me. La cosa ha colpito molti lettori, uno su tutti quello che nei commenti ammette quanto da piccolo ambisse invece a vivere in uno spazio ristrettissimo. “Il mio massimo erano le edicole e i confessionali, anche se la mia preferenza andava per i primi perché oltre a essere così contenuti c’erano un sacco di cose da leggere”, racconta.

Come si pronuncia la psicologia a proposito? Meglio piccoli o enormi? Luisa, in risposta ai commenti che ho citato sopra, rilancia sostenendo che la nuova scuola elementare che stanno costruendo al suo paese è stata pensata con i corridoi al minimo di legge. “I bambini hanno bisogno di posti in cui sfogarsi dopo tutto il tempo che trascorrono da seduti”, afferma con tanto di punti esclamativi. Ma qualche commento più sotto, in un battibecco con qualcuno che dimostra di essere a conoscenza della faccenda, viene fuori che Luisa è tutt’altro che un architetto, vende mutande al mercato e si fa carico di certe posizioni solo perché non le piace l’amministrazione in carica e, alle ultime elezioni, sembra che si sia candidata al consiglio comunale prendendo 8 voti. Per dire, mia moglie ai tempi aveva superato i sessanta e si era sparata cinque anni di maggioranza che le hanno fatto passare la voglia di politica. Ma, a dimostrazione del fatto che il mondo è piccolo, vi svelo un segreto. Io ci sono stato nella scuola di Teresa. Ci faccio ginnastica due sere alla settimana e vi assicuro che sarà anche grande ma ci piove dentro.

a volte basta solo un po’ di immaginazione

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scuola di perfezionamento

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L. ricorda di aver parcheggiato un paio di tornanti sotto la villa. Chi conosce la topografia di Genova, sa di cosa parlo. La leggenda dice che i genovesi abbiano i polpacci più sviluppati della media, a causa dei continui saliscendi. Un rapido check della ZTL, e via a risalire le curve grazie alle scalette che seguono il dislivello della collina, che si erge senza interruzione oltre la circonvallazione a monte, su-su sopra Corso Firenze. In quota, praticamente. La villa è la sede distaccata di una scuola di architettura americana, dove si terrà il party di fine sessione a cui è stato invitato. In realtà sono in tre, e con l’architettura poco ci azzeccano. Con l’america? Neppure, se non per sentito dire.

Con il fiatone suonano al citofono, accennano l’unico cognome dei tre che può significare qualcosa nell’ambiente cui sono diretti e si lasciano il portone alle spalle. Dal piano superiore si percepiscono tutti i rumori che ci si aspetta di sentire alle feste della giovinezza ostinata. Musica, risate, pestoni, imprecazioni forchette e bicchieri. Tutto questo però in americano. Dentro la hall un centinaio di persone, tre quarti studenti del college intorno ai ventanni e un quarto di insegnanti, uno dei quali è quello che ha invitato L. e che gli ha permesso di portarsi un paio di amici. Un trio di over 30, per il quale il gemellaggio con le young americans risulta oltremodo inappropriato. Anche perché i collegiali sono tutti intenti a mettere a frutto i rapporti tra di loro. L. e i suoi amici sono lì solo per far numero e qualche foto che finirà sul sito del college. La loro collocazione naturale si conferma tra gli adulti, i docenti, in realtà di poco più adulti.

La selezione musicale è a cura degli studenti, d’altronde la festa è la loro. Cd incredibilmente quasi tutti originali tra cui  l’intera discografia dei Cake. Curiosa coincidenza. Sul tavolo delle vivande, a fianco dell’impianto hi-fi, una decina di torte. Cheesecake, per la precisione. Metà bianche, probabilmente solo formaggio dolce. L’altra metà ricoperte da uno strato di mirtilli, marmellata o composta o frutta fresca. Anzi: “Marmellata, composta o frutta fresca?”. La domanda, rivolta all’amico prof in italiano, viene raccolta da Brenda, rossa con le lentiggini, alta più della media e lievemente sovrappeso. Ha colto l’interesse di L., e si arroga il diritto di risposta. Brenda è una delle padrone di casa ma, soprattutto, è l’artista dei cheesecake. Prende tre piatti di carta a stelle e strisce, su ognuno dei quali posa due fette, una bianca e una bianca e viola. Sei porzioni in tutto, praticamente identiche e tagliate senza la minima sbavatura.  Propone anche un flute di prosecco, marca da supermercato. Meglio declinare l’offerta e concentrarsi sul dessert.

Prima la fetta bianca, che si conferma solo formaggio dolce. Sono sufficienti quattro forchettate. Una delizia. L. giura di non aver mai gustato nulla di più riconducibile a un capolavoro di pasticceria in vita sua. Brenda osserva il rito. Le forchette passano al trancio al mirtillo, è questione di minuti e si lascia divorare senza opporre resistenza. Qualche difficoltà in più per raccogliere i resti dello strato di frutta, non è un lavoro per una forchetta. Ma alla fine i tre piatti sono vuoti. Brenda sorride con gli occhi, mentre L. vorrebbe aver assimilato l’intero vocabolario di inglese delle superiori, si presterebbe anche a subire un incantesimo ed essere trasformato in un americano senza possibilità di ritorno per riuscire a descrivere l’amore che prova in quel momento, la passione, il trasporto, l’esperienza. Brenda coglie il desiderio e risponde nell’unico modo che conosce, l’unica maniera per togliere dall’imbarazzo tre corpi alla mercè del suo cibo sacro. Taglia altre sei fette di cheesecake e assembla nuovamente le tre composizioni, le tre nature morte con ambrosia.

Poi sorride, un’amica la prende sottobraccio e si allontana, fagocitata dal ballo di gruppo. Nel frattempo la musica è cambiata, ora qualcosa che assomiglia ai Daft Punk ma che non possono essere i Daft Punk perché non sono stati ancora inventati fa muovere a ritmo la scolaresca, qualche prof, e i palati alle prese con gli ultimi frammenti di crema al formaggio. Finisce anche il secondo giro. Si avvicina un ragazzo, basso e atletico, bianco come solo i bianchi in Usa riescono ad essere. Si presenta a L., è inevitabile il minimo di conversazione consentita dalle reminiscenze della lingua straniera imparata al liceo.
-“Di quale parte degli Stati Uniti sei?”
-“Springfield, nel Michigan”
-“Davvero? La città dei Simpson?”
Dal basso del suo uno e sessantacinque, l’aspirante architetto non capisce subito l’affermazione di L., complice l’inglese approssimativo. Ma probabilmente, in Italia da qualche mese, avrà dovuto sfatare chissà quante volte quel luogo comune. “Oh, no, Springfield è un nome molto comune nella toponomastica americana. Ce ne sono almeno un paio in ogni stato“. Si spegne il sorriso di L., qualcuno cambia anche il CD. Ora il flute di prosecco da supermercato è perfetto.