ciò che ci fa scegliere i posti in cui trascorrere il nostro tempo

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Teresa fa l’insegnante ma le manca un pezzo di polpaccio sinistro come se l’avesse morsa uno squalo o almeno come ce la immaginiamo noi una menomazione del genere, visto che in natura certi fenomeni sono rari almeno qui dove è vero che il clima è impazzito e si vedono specie animali sconosciute ma gli squali, per il momento, è meglio se se ne stanno a casa loro. Nella sua lettera al portale dedicato ai professionisti della didattica dice che molti genitori dei suoi alunni hanno scelto la scuola in cui insegna lei perché è molto grande. Dice che i ragazzini entrano per la prima volta, vedono tutto quello spazio e dicono a mamma e papà questa è la scuola che fa per me. La cosa ha colpito molti lettori, uno su tutti quello che nei commenti ammette quanto da piccolo ambisse invece a vivere in uno spazio ristrettissimo. “Il mio massimo erano le edicole e i confessionali, anche se la mia preferenza andava per i primi perché oltre a essere così contenuti c’erano un sacco di cose da leggere”, racconta.

Come si pronuncia la psicologia a proposito? Meglio piccoli o enormi? Luisa, in risposta ai commenti che ho citato sopra, rilancia sostenendo che la nuova scuola elementare che stanno costruendo al suo paese è stata pensata con i corridoi al minimo di legge. “I bambini hanno bisogno di posti in cui sfogarsi dopo tutto il tempo che trascorrono da seduti”, afferma con tanto di punti esclamativi. Ma qualche commento più sotto, in un battibecco con qualcuno che dimostra di essere a conoscenza della faccenda, viene fuori che Luisa è tutt’altro che un architetto, vende mutande al mercato e si fa carico di certe posizioni solo perché non le piace l’amministrazione in carica e, alle ultime elezioni, sembra che si sia candidata al consiglio comunale prendendo 8 voti. Per dire, mia moglie ai tempi aveva superato i sessanta e si era sparata cinque anni di maggioranza che le hanno fatto passare la voglia di politica. Ma, a dimostrazione del fatto che il mondo è piccolo, vi svelo un segreto. Io ci sono stato nella scuola di Teresa. Ci faccio ginnastica due sere alla settimana e vi assicuro che sarà anche grande ma ci piove dentro.

omonimia

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Luca ora è convinto che una persona normale si differenzi da un consulente soltanto perché il consulente gira con il portatile e tutto il suo armamentario tecnologico sulle spalle. Una persona normale no, al massimo porta con sé solo uno smartphone e una chiavetta USB come portachiavi che contiene il nécessaire. Qualche foto. Qualche documento importante almeno finché non lo perdi o la memoria si guasta. Della musica se qualcuno a una festa ti chiede di mettere qualcosa che piaccia a tutti. Oggi è il nostro anniversario, noi lo chiamiamo così. Il sedici dicembre del 1987 ho accompagnato a casa Luca alle luci dell’alba, fatto completo. Ho aperto la porta con le sue chiavi e l’ho sorretto fino alla camera da letto, gli ho tolto i vestiti più ingombranti e quando sua mamma ha chiesto dalla sua stanza “Luca, sei tu? Tutto bene?” ho cercato di imitare la sua voce per rassicurarla ma oggi, a trent’anni di distanza, sono certo di essere stato poco credibile, ci vuole ben altro per prendere per il naso un genitore accorto. Comunque la cosa è finita lì. A Luca devo ancora restituire i soldi del concerto dei Cure. Gli avevo chiesto di comprarmi due biglietti per me e per Federica e poi non so come era finita ma insomma, non l’ho mai più rimborsato. Ho anche conservato la sua camicia grigia a maniche corte. Una sera ero sudato marcio dopo una serata al club e così gli ho chiesto se me la poteva prestare. Luca è un vero amico e ancora oggi detesto sedermi sul sedile della macchina senza maglietta o con indumenti fradici, per questo non prendo mai l’auto per andare a correre distante da casa. Luca si ricorda ancora di quando ci aveva fermato la polizia perché guidava a 200 all’ora con una vecchia Ritmo 130 Abarth. Era estate ed ero a torso nudo, non chiedetemi perché. L’agente, disprezzando il mio torace tutt’altro da sollevatori di pesi, mi aveva umiliato dicendomi “lei fusto si rimetta la maglietta”. Ma poi gli avevo dato la carta d’identità, aveva letto il mio cognome e non so per quale motivo ci aveva lasciati andare senza multa, probabilmente in quella zona c’è qualcuno che si chiama come me ed è un pezzo grosso.

donne motori gioie rancori

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La Patty e quattro sue amiche avevano preso in affitto un piccolo appartamento ed era evidente che l’intenzione era quella di utilizzarlo come pied-à-terre. La notizia si era diffusa in un paio di giornate grazie ad alcune malelingue, fino a quando l’ex fidanzato di una di loro, con un paio di fedelissimi a dargli man forte, aveva messo in opera una vendetta sin troppo efferata disegnando un lungo sentiero di cazzi con lo spray bianco da una via a grande frequentazione fino al portone, causando il disappunto dei condomini, del padrone di casa e dell’agenzia che, pur di liberarsi di inquiline di quel tipo, gli aveva poi stracciato il contratto in faccia restituendo loro l’intera caparra, a costo che sparissero nel giro di ventiquattr’ore e non si facessero più vedere. Una di loro, Michela, ci aveva riprovato qualche tempo dopo ma con un gruppo misto di persone, in modo da stemperare il mix tra desiderio di libertà e voglia di alcova senza rischi per la reputazione. Ancora oggi, se certe cose le fanno i maschi danno meno nell’occhio.

Conservo ancora qualche foto fatta in quella casa dall’arredamento per turisti di bocca buona che non trovano nulla di meglio della riviera ligure di ponente, quel genere di appartamenti che fuori stagione costano poco. Il punto è che io e Paola un posto tutto nostro non ce lo potevamo permettere e così, pur non contribuendo all’affitto, in casi estremi mi facevo lasciare le chiavi e Michela e i suoi amici chiudevano un occhio.

Avevo provato, in realtà, a cercare di rendermi indipendente ma Paola la considerava una questione di principio. I soldi per una casa, secondo lei, dovevano essere frutto del proprio lavoro per conferire il vero valore di emancipazione all’operazione. Raggiungere il totale della mensilità grazie anche a solo una parte della paghetta dei genitori, sebbene in aggiunta alle varie trovate con cui ci si ingegnava per sbarcare il lunario, era inammissibile. Avevo chiamato persino il papà di Massimo che aveva un monolocale sfitto nei vicoli e me lo avrebbe dato per l’equivalente di quello che tiravo su con quattro serate di pianobar al mese, ma lei, su questo aspetto, non cedeva a compromessi, tanto che ho ancora il dubbio che tutto quel rigore alla fine fosse solo un pretesto.

Quindi, alla fine, il periodo in cui mio padre è andato al lavoro il lunedì mattina con la stessa macchina con cui io e Paola durante il fine settimana ci davamo da fare non è durato poco. Il fatto è che non ricordo di aver mai prestato particolare attenzione al modo in cui gli facevo trovare l’auto dopo il mio utilizzo, né di avergli mai manifestato una riconoscenza esplicita alla sua cortesia, che io ritenevo un mero dovere genitoriale. A distanza di così tanto tempo – ero uno studentello universitario neopatentato, quindi esattamente trent’anni fa – e oggi che ormai mio papà non c’è più, mi chiedo come abbia potuto sopportare certi trattamenti all’abitacolo della sua Ritmo bianca, pur non essendo mai stato lui un meticoloso proprietario di quelli che, ogni due per tre, trascorrono le domeniche all’autolavaggio. Eppure qualche traccia doveva pur rimanere. I capelli lunghi, gli odori dell’età, le sigarette malgrado i finestrini aperti. Mio padre ed io non abbiamo mai affrontato l’argomento. Oggi, a ridosso del giorno dei morti, ho osservato la sua foto sulla lapide e gli ho chiesto scusa per questo, anche se un po’, mentre ripensavo a tutta questa storia, mi scappava da ridere.

ma dove vogliamo andare

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Non c’è nessuno in giro, e il problema non è certo perché vivo in un postaccio ai margini di quella che ora si chiama città metropolitana di Milano e che, fino a ieri, tutti indicavamo come periferia, quartieri dormitorio o hinterland. Non c’è nessuno in giro e a me non può far solo che piacere. Mi chiedo però se anche ai ragazzi di questo posto la cosa sia indifferente o se, come penso, tutti qui si lamentino che non c’è mai niente da fare e, appunto, non c’è nessuno in giro. Non c’è nessuno in giro e questo è un leitmotiv della voglia di trasgressione giovanile, l’anticamera delle Marlboro, dell’eroina, degli sputi al parco, dell’entrare a scuola fuori dall’orario di lezione per incendiare un cestino della carta straccia, dei sassi dal cavalcavia, dei treni pasticciati, probabilmente anche dei social network che pullulano di gente che se la prende con tutto e tutti perché in giro, invece, non c’è nessuno. Anche noi, da ragazzi, ci vedevamo con i soliti quattro gatti al bar e dicevamo che palle, non c’è nessuno in giro. Poi un giorno Stefano ci ha detto di andare nel paese dopo il nostro, lì è dove vanno tutti la domenica pomeriggio e questo è il motivo per cui non c’è nessuno in giro. Ci abbiamo provato, la settimana successiva. Tutti vestiti da battaglia per affrontare la ressa di persone in cerca di divertimento e in cerca di noi ma anche lì, nel paese dopo il nostro, in giro non c’era nessuno. Oggi ho fatto un salto alla Coop perché mi mancavano un paio di cose per preparare la cena e, attraversando in auto il centro, ho pensato che le cose non sono cambiate da allora e nel duemila e rotti in tutti i posti come questo che non sono Londra o Berlino o Parigi o New York continua a non esserci nessuno in giro. Ma ora, a cinquant’anni, è facile darsi una risposta. Non c’è nessuno in giro perché si sta bene a casa e, fuori di casa, non c’è proprio niente di interessante da fare ma anche se ci fosse staremmo chiusi in casa lo stesso.

lo scontro generazionale non si consuma solo sulla pista da ballo

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Si accendono le luci e si vede il solito malato di protagonismo che, se non fosse per la sua età che supera ampiamente la media del pubblico, potrebbe ricoprire l’equivalente maschile delle cubiste. È tutto vestito di bianco, giacca e pantaloni e scarpe malgrado il caldo infernale, e balla mentre in pista non c’è ancora nessuno, tutto scatenato fino a quando si blocca e inizia un passo – un po’ fuori moda – in slow motion. L’effetto non è male a parte quella specie di vapore che gli si alza dalla testa completamente calva attraversata dalle luci al laser e che rovina la drammaticità della sua esibizione e gli fa sfiorare il ridicolo. Una volta ci ha offerto da bere e si è messo a chiacchierare sul fatto che puntare alle ragazze alte è un modo per avere a disposizione più materiale, nemmeno se l’attrazione fosse un sentimento a cottimo. In generale nessuno vede di buon occhio chi elargisce suggerimenti non richiesti. Io prendo delle bustine di integratori diluite nell’acqua, ne ho bevuto un litro prima di uscire stasera per evitare il collasso da temperatura tropicale, e mi sono sentito dire che sono inutili e che è sufficiente comprare le marche di acqua con elevata concentrazione di sali. Capisco che non sia la prima volta che qualcuno commercializza semplificazioni di cose già presenti in natura, ma l’essere sensibili alla pubblicità non è certo un peccato mortale. A un ex aequo di sconvenienza nella classifica delle tipologie umane fuori luogo mettiamo anche quelli che non hanno nulla da aggiungere, sia che abbiano recepito un consiglio dell’uomo calvo tutto in bianco che sembra il master delle notti in discoteca sia che si discetti sull’opportunità di mettere Prince, che ha appena pubblicato la colonna sonora di Batman, subito dopo la versione remix di Lullaby dei The Cure. Qualunque cosa balliamo è difficile non conciarsi con le chiazze di sudore nemmeno per chi indossa i pantaloncini tutti stretti da ciclista che quest’estate vanno per la maggiore, e comunque vestirsi di bianco è meno pericoloso per percorrere la strada del ritorno a piedi. Ci sono pezzi con i lampioni fuori uso, le macchine passano veloci allontanandosi dalla città, e sono sicuro che quella specie di ballerino di mezza età anche in quel caso avrebbe ragione lui.

tre fratelli maschi nella stessa casa è tutt'ora una cosa inconcepibile per i miei parametri smaccatamente femminili

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Lorenzo e suo fratello Pierluigi hanno passato davvero molto tempo a guardare la tv, ed è un peccato accorgersene solo adesso che uno ha delle specie di crisi durante le quali va in trance e puoi chiedergli di fare qualsiasi cosa, per esempio la mossa che consiste in una specie di balletto in cui si dà una botta su un fianco e sull’altro e sposta le anche e le gambe, una specie di hustle (vi ricordate il celebre ballo anni 70 in cui ci si scontrava ammiccanti sul dancefloor?) ma in solitario. Pierluigi, l’altro, invece è stato dentro per spaccio ma perché non guardava bene quello che succedeva in giro e non ha mai smesso con l’eroina. Dal suo negozio di cibo per animali arrotondava con l’erba e i suoi derivati agli amici, ma in città è facile farsi sgamare nelle attività poco chiare. Dario, che invece è il loro fratello minore, era il disagiato della mia classe, quello che diceva alla maestra di essere allergico al gesso e si dichiarava senza indugi alle tirocinanti. Tre fratelli maschi nella stessa casa è tutt’ora una cosa inconcepibile per i miei parametri smaccatamente femminili e non oso pensare allo sforzo educativo. Cioè, voglio dire, non mi stupisco dei risultati e anzi secondo me con quei tre poteva andare peggio. La loro madre faceva buon viso a cattivo gioco, ricordo come fosse ieri il viaggio sulla Fiat 132 piena di almanacchi di Topolino verso la festa di Giuliano, con il mangiacassette che diffondeva un disco di cui nel 77 già coglievo in pieno la portata dirompente del calibro di “The Man Machine” dei Kraftwerk. Lorenzo e Pierluigi, i due grandi che erano già alle medie, storpiavano l’inglese mitteleuropeo di “The robots” molto meglio di me che ero fermo ancora al modello nazional-popolare di presincolinensinanciusol. Lorenzo poi è guarito, sembra che si trattasse di una forma di epilessia ma tutta particolare e non chiedetemi cosa perché mica sono un medico. Dario non si è ma sposato e ora fa l’ingegnere in Danimarca, lì forse il gesso non dà fastidio come qui in Italia. Pierluigi qualche mese fa per la strada mi ha chiesto degli spiccioli nemmeno ci fosse ancora la lira, oggi un euro non lo darei nemmeno a quelli che fanno le giocolerie agli incroci della Milano del dopo Expo e dello Street Food, con l’aggravante di aver citato un tormentone di un vecchio programma presentato da Magalli che seguivo anch’io, ma non mi deve aver riconosciuto subito, forse sono cambiato io o forse non è cambiato lui.

la voce di Google Maps tutto sommato è di compagnia anche nei viaggi brevi

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Il nuovo dottore ha un cognome che al massimo potrebbe essere friulano, vista l’assenza della vocale di chiusura, ma non promette nulla di buono se sei uno di quelli che è ancora fermo a una visione coloniale del mondo, che può avere successo tra i commentatori di pancia dei social network ma risulta poco efficace al momento di prendere decisioni o avere risposte rassicuranti circa la propria salute. Enzo è uno di questi e ha confuso un’infiammazione perineale dovuta alla sua smodata passione per il curry con un fastidio ai testicoli di quelli che comunque è un bene tenere sotto controllo. Non so se il nostro comune medico sia indiano o cosa e quindi più compiacente nei confronti di una dieta speziata, spero comunque abbia tenuto sulle spine il suo paziente e le sue idee antiquate circa il nord e il sud del mondo. Con la sua inconfondibile utilitaria ho visto Enzo svoltare a sinistra alla rotonda per rientrare a casa dopo la visita e sono certo che mi ha riconosciuto controllando nello specchietto retrovisore a chi appartenessero i fanali orientati male che lo seguivano in modo così asimmetrico. Sussiste sempre il dubbio se il codice della strada preveda l’uso delle frecce durante il transito attraverso le rotatorie, è tutto un tira e molla che a volte induce a reazioni d’istinto nei confronti dei pedali dei freni, sempre meglio abbondare che provvedere alla constatazione amichevole. Io ho proseguito in direzione opposta alla sua ma al passaggio pedonale limitrofo sono stato trattenuto da una donna in tenuta da jogging che ha indugiato sulle strisce fino a sfilarsi gli auricolari per mettermi al corrente della straordinaria coincidenza che ci vedeva protagonisti. La canzone che fuoriusciva dall’abitacolo della mia auto era la stessa che stava regolando il succedersi dei suoi passi in quella parte del suo allenamento serale, e il bello era che né io né lei avevamo la radio accesa. Il pezzo non era nemmeno uno dei più comuni e forse, in quel tratto di strada, in uno dei momenti meno fruttuosi della nostra giornata, si è consumata un’esperienza unica che meriterebbe di essere ricordata. Ecco, ricordatevelo per me, qualora non ne avessi colto il giusto valore.

cure e curve

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Tra la refurtiva recuperata, oltre alle solite cose che si rubano in un appartamento abitato da povera gente come me e voi, i Carabinieri hanno messo a inventario un macchinario all-in-one per fare palestra in casa, lo stesso di cui ho visto una televendita qualche giorno fa con tanto di energumeni e donne super-muscolose che facevano la dimostrazione. Mi sono sempre chiesto come siano fatte le persone che non resistono all’impulso di chiamare di punto in bianco il numero in sovrimpressione per approfittare di un’offerta, questo perché le cose commercializzate di questo tipo stanno ai beni normali di consumo come gli occhiali a raggi x stanno a un affetto da presbiopia senile. Eppure alla maglia elastica che contiene l’adipe, lo stomaco rilassato e l’imbarazzane grasso sulla schiena ci ho fatto un pensierino anch’io, ma poi mi è venuta subito in mente Ornella e il suo reggiseno imbottito, che quando gliel’ho sfilato e ho sentito quei cuscinetti sulle coppe e l’ho guardata sorpreso, mi sono molto imbarazzato per lei, per non parlare di quanto mi fosse calato il desiderio. Voglio dire, mascherare certi difetti oppure certe lacune non serve a nulla perché poi, al momento topico, il segreto viene svelato in tutta la sua crudele verità. Quindi mascherarsi con abbigliamento contenitivo o diciamo gonfiante può essere utile la prima volta, ma il partner può sentirsi truffato e non rilanciare con una seconda. Chi se ne importa, potrebbe obiettare qualcuno: chi se ne importa se non c’è un secondo incontro. Con una maglia modellante o un collant che ti tiene il sedere in alto si può collezionare una serie infinite di prime volte, magari qualcosina si conclude lo stesso. Poi si creano comunque opportunità di incontrare quello o quella che gli vai bene anche con il grasso sulla schiena o senza tette e quindi, una volta sistemato, puoi anche evitare di metterti addosso guaine e panciere. E se il fine giustifica i mezzi, l’importante è identificare il proprio fine ultimo. Siete persone sincere e genuine o badate ad apparire e il fatto di generare delusioni rispetto alle aspettative altrui non vi turba? A me tutto questo dibattito non interessa. Stasera ho seriamente considerato la possibilità che il fine ultimo delle cose siano i Cure. Magari l’umanità si è evoluta o involuta, secondo i diversi punti di vista, fino a qui proprio affinché beneficiassimo dell’esistenza di album come “Three imaginary boys”. Io ne ho una copia in vinile senza copertina perché la copertina l’ho lasciata a casa di Chiara, la sorella di Lucia. Chiara aveva una sesta pura tanto da farmi dimenticare una cosa preziosa come la copertina di “Three imaginary boys”, una sesta pura senza bisogno di reggiseni imbottiti, e chissà se oggi conserva ancora la mia copertina e la stessa linea di un tempo, oppure anche lei deve contenersi per non sembrare troppa. Alla fine arriva il giorno in cui la carne non conta più. I Cure invece si, anche se non sono proprio il vostro fine ultimo, oppure invece come me pensate che il genere umano non possa aspirare a niente di più significativo.

circuito chiuso

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Luca ora vive a Berlino e su Facebook usa una di quelle foto che la gente mette quando è consapevole che, per gli amici dimenticati dal tempo, è facile comunque ritrovare particolari come nel suo caso: gli stessi occhi verdi e quel colore di capelli così chiaro e cangiante a seconda della stagione, che ora che sono grigi sembra finalmente che abbiano trovato la pace e l’equilibrio di un colore ben definito. Dopo la maturità la droga lo aveva preso davvero bene e si sparava camminate lunghissime per smaltire, fedele anche da fatto alla convinzione che l’anima sfrutti il corpo per restituire il maltolto all’universo quando non ci si comporta a modo. Una volta l’ho caricato mentre faceva l’autostop, non chiedetemi dove né la destinazione. Avevo ancora la Ritmo e se non mi avvisava Barbara che aveva riconosciuto il suo trench beige all’imbocco dell’autostrada io manco l’avrei notato, concentrato come ero a non sbagliare ingresso in quel punto in cui non ci vuole niente a prendere la direzione di marcia opposta e stamparsi contro un tir. Rimaneva comunque uno sportivo, malgrado le canne e quel vezzo per farsi notare di entrare in campo sempre con la sigaretta in bocca, alto come un giocatore di basket – e infatti giocava a pallacanestro – e in difficoltà con i sedili posteriori delle automobili. In macchina però mi aveva confessato che avrebbe cambiato volentieri la sua altezza da pivot con la mia dimestichezza con il pianoforte. Gli sarebbe piaciuto salire sul palco insieme a me, magari quella sera stessa, per provare l’esperienza di bilanciare la linea discendente dell’euforia da sostanza stupefacente che evapora con la lentezza dell’emozione che trasmette la musica che sale quando fai un concerto, dalla prima canzone al crescendo del pezzo che i gruppi che sanno come si fa una scaletta tengono in serbo per il finale col botto. La catarsi. A Luca piaceva fumare hashish da solo e si presentava in compagnia quando già aveva smaltito l’effetto. Nonostante ciò, non si tratteneva dal lamentare il suo stupore di non trovarsi nello stesso stato d’animo dei compagni che invece erano nel pieno e iniziavano solo allora a divertirsi. Sono però rimasto in contatto con la sorella di Luca, era la sua versione femminile e un po’ più grande di età, con quelle gonne larghe e lunghe da fricchettona e mai un filo di trucco. È stata lei a raccontarmi di suo padre, che a un certo momento si è chiuso in sé e ha smesso di comunicare con il resto del mondo. Sostiene che suo papà ha scoperto che dentro vede cose che noi fuori non ce le possiamo nemmeno immaginare, come un canale televisivo che trasmette programmi ad altissima definizione e così coinvolgenti che non riesci a perdertene nemmeno un passaggio. Altro che le droghe leggere di quando eravamo ragazzi. Sul letto dell’ospedale spalanca gli occhi, muove le pupille da una parte all’altra e poi è come se tornasse dentro perché – questo lo dice lei – dentro si vive molto meglio.

doppia coppia

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Lorenzo ha quel programma per il Commodore in cui scrivi delle parole e quello con una voce robotica le ripete per filo e per segno. Ha affinato persino la tecnica affinché il risultato sia il più verosimile possibile, raddoppiando o triplicando certe lettere o dilatando le sillabe in modo che la pronuncia digitale americana del computer sia più somigliante a quella italiana e l’effetto Kraftwerk fai-da-te più esilarante. Dopo due o tre parolacce abbastanza scontate scrive “andiamo di là a scopare?”. Antonella sembra ridere della cosa ma non accetta subito l’invito perché è fatta così. Anche a me spiace un po’ perché se non lasciano libero lo studio in casa di Lorenzo per accomodarsi in camera da letto non posso rimanere solo con la sua amica e magari fare lo stesso. Lorenzo è più che benestante e l’estate scorsa, prima di partire per una vacanza in Grecia come premio di una maturità pagata fior di quattrini in una scuola privata, ha messo al corrente Antonella della sua attrazione, dicendole di pensarci in modo da fargli avere una risposta al suo rientro. Lorenzo ora fa il primo anno di Economia e gestisce i rapporti interpersonali come atti di compravendita, ma forse è lui che ha capito prima di tutti come si fa per avere successo. Secondo me è solo l’ennesima conferma che con i soldi è tutto più facile ma non lo dico perché è inutile fare l’originale con i miei ascolti e la mia pettinatura da Depeche Mode e poi formulare considerazioni così scontate. Il gruppo è ben assortito se pensate che Antonella invece è la bellona della scuola – a differenza di Lorenzo siamo tutti ancora alle superiori e Antonella è in classe con me – e quando passiamo tutti e quattro in macchina per il centro risponde provocando con lo sguardo gli uomini più maturi. Io glielo faccio notare perché Lorenzo mi è simpatico e sarà pure scaltro ma non ha mica capito come funziona con le ragazze troppo appariscenti e non contano nulla fattori come l’età, il reddito, l’avere l’automobile e i genitori che ti lasciano la casa libera ogni fine-settimana per andare a sciare. Chiude il quartetto Simona che è diversissima da me ma ci siamo già baciati una volta a una festa. Simona è la vera outsider ed è amica di Antonella, a cui probabilmente piaceva l’idea di una uscita in quattro, so che ha gusti musicali davvero confusi, che sua madre fa la parrucchiera in casa e che suo padre è un craxiano di ferro. Beviamo ancora un po’ di Lancers che con il Mateus e la vodka alla pesca sembra essere la bevanda ufficiale degli anni 80. Io non me ne intendo e lo trovo dozzinale, preferisco di gran lunga la birra o al limite il gin tonic, ma non mi permetto di intavolare discussioni sui gusti delle persone abbienti, poi però Antonella finalmente si lascia convincere e così posso provare a darmi da fare pure io, anche se non vi nascondo che un giro sul Commodore prima me lo farei volentieri.