a scuola di imitazione

Ai tempi dell’Internet fare l’insegnante non dico che sia più facile di quando i prof massacravano gli studenti con raffiche di verbi da tradurre simultaneamente in latino a botte di uno ogni cinque secondi, però dobbiamo ammettere che ci sono molte risorse che possono rendere più differenziata e vivace (e quindi anche, in parte, semplificare) il nostro mestiere. Per la scuola primaria l’offerta è impressionante, se non dispersiva. I docenti che pubblicano resoconti delle loro attività, comprensivi di pagine dei quaderni dei loro alunni passate allo scanner, sono numerosissimi. Questo annulla le possibilità che si corra il rischio di annoiarsi del proprio metodo e, di conseguenza, di stufare i destinatari. Volendo si può cambiare giorno per giorno e, a ogni ciclo, rinnovare la proposta con materiali e contenuti mai utilizzati. Io che sono un neofita del mestiere vado a ficcanasare nelle classi delle colleghe. Quando passo durante le ore di lezione a installare qualche aggiornamento sul pc dell’aula o a tarare la LIM presto molta attenzione a quello che fanno e a come lo fanno. Questa sorta di tirocinio in incognito è utile perché si coglie l’essenza live dell’essere un docente che è un mix tra varie professionalità. Oltre all’esperto della materia insegnata e al pedagogista, io ci vedo l’attore, l’animatore, lo psicologo e il genitore, tutti riuniti in un solo individuo e in un solo stipendio da fame. Qualche giorno fa ho assistito a una porzione di lezione di inglese. Una collega di un’altra prima stava coinvolgendo i bambini con un gioco alla LIM tratto dal sito LearnEnglish Kids del British Council. I bambini, a turno, dovevano collegare strumenti e cose legate allo sport al nome corrispondente, dopo aver testato la pronuncia della parola. La classe era molto coinvolta e gli studenti smaniavano per essere chiamati prima degli altri, il tutto merito del modo in cui la maestra era riuscita a presentare il gioco e a condurlo con i bambini. Così ho copiato immediatamente l’idea e ci ho provato il giorno dopo nel corso della lezione di inglese con la mia classe. Il risultato però è stato molto diverso e a dir poco deludente. Forse l’esempio a cui ho assistito era frutto di altre lezioni precedenti in cui i bambini avevano già fatto pratica su quelle parole, o forse la classe che mi ha ispirato è composta da studenti molto più bravi in inglese dei miei, oppure – cosa molto più probabile – sono io che ho ampi margini di miglioramento nell’arte dell’insegnare.

generatore random di abbinamenti tra vecchi cantautori che non hanno più molto da dire e giovani esponenti della trap italiana

Le prime avvisaglie della necessità di marcare il territorio socio-culturale con qualche pisciata artistica da parte delle generazioni cosiddette boomer che hanno prosciugato le risorse al futuro dei millennials le abbiamo avute con l’aver circondato Achille Lauro, nel suo set live del concerto del primo maggio, con musicisti cinquantenni, a partire dal chitarrista di Ligabue, per non parlare della sua presenza ormai fissa a Sanremo. Quindi c’è stata l’intervista di Manuel Agnelli a Young Signorino nel corso della trasmissione tv “Ossigeno”, quando il leader degli Afterhours ha visto irrisi i suoi presuntuosi tentativi di fagocitare il nichilismo del trapper con la faccia impiastrata di non si sa bene cosa che non è caduto nel tranello di farsi ricondurre all’interno di una categoria obsoleta e agli antipodi dei tempi moderni come il punk. L’apoteosi è stata la presenza di Sfera Ebbasta in qualità di giudice a XFactor, in cui abbiamo visto Mr. Tiro su una canna lunga mezzo metro camminare a braccetto con Mara Maionchi, come fa un nipotino un po’ folcloristico con la sua nonna che, malgrado il modo in cui va conciato in giro, continua a preparargli le tagliatelle al ritorno da scuola.

Ma ora le cose sembrano essere cambiate. Le trap-star, persa la loro aura da zarri maledetti dell’hinterland metropolitano e incalzati da colleghi che premono a ragione sulla quota di marketshare per motivi più plausibili, pensate a forze della natura del calibro di Speranza e a Massimo Pericolo, tornano con la coda bassa dai padri della patria canora che – come va di moda di questi tempi tra le mura domestiche – se li riprendono nella loro casa-famiglia per ripulirli dall’impresentabilità e ri-lanciarli sul mercato dei vecchi come loro (gli unici che comprano ancora dischi) per un obiettivo facile da immaginare, dimostrando peraltro alla società che droghe, smania per il lusso e per la pornografia fanno ormai parte del passato e che quindi sono pronti per i programmi TV del prime time e per Fazio. Gli anziani cantautori che non hanno più molto da dire, assurti allo status di genitori (se non nonni) artistici, in cambio riescono a tentare qualche inedito canale di visibilità senza sapere che, invece, i bambini che imitavano gli zarri maledetti dell’hinterland metropolitano per le loro parolacce ora – vedendoli in balia dei fan boomer tra i quali i loro genitori – per marcare nuovamente le distanze con la nostra generazione passano ad altro, in modo da continuare a scimmiottare liberamente e senza pretestuose ingerenze le movenze e lo slang della generazione a cui appartengono.

L’esperienza di “+Peste” ci conferma per l’ennesima volta che puoi essere trasgressivo come e quanto vuoi ma poi arrivi a un certo punto e il sistema – notoriamente più intelligente di te – ti fa suo, per non scrivere che ti fotte, e ti crea una sottocategoria di trasgressione controllata per farti illudere che non è cambiato nulla e puoi continuare a parlare di droga, macchine, soldi e pornografia come prima ma con le parole dei boomer che ti hanno relegato in questa enclave culturale. I boomer fan dei vecchi cantautori che non hanno più niente da dire seppelliscono la loro ascia di guerra perché capiscono che non sei più un pericolo per i loro figli che, a causa tua, hanno imparato a parlare di droga, macchine, soldi e pornografia. Al contempo però, i figli passano all’ascolto di una nuova generazione di giovani esponenti della trap italiana, in cui trovano parole più cattive di quella che li ha preceduti (quella ormai annacquata nell’enclave a guida dello show business dei vecchi cantautori che non hanno più nulla da dire, per intenderci), vedi appunto le forze della natura del calibro di Speranza e Massimo Pericolo. Così i bambini possono tornare ad avere uno spazio esclusivo almeno fino a quando non si consumerà la stessa dinamica di cui sopra, in un circolo vizioso che non avrà mai fine.

Dimenticavo: “+Peste” – il titolo che ho citato prima – è un nuovo singolo che vede la collaborazione di Vinicio Capossela e Young Signorino. Senza contare che è anche un sorprendente tentativo di cover in italiano di “Inertia Creeps” dei Massive Attack che conferma lo sforzo di assoggettare la povertà del presente (a detta dei boomer) ai fasti sonori degli anni novanta, quando era tutto più intellettuale. Per questo, dopo aver attivato un generatore random di coppie di cantanti anziani italiani abbinati per puro scopo commerciale ai tempi in cui vi fu un curioso gemellaggio tra due cariatidi come Gianni Morandi e Claudio Baglioni, possiamo tentare un’analoga operazione per incentivare collaborazioni tra vecchi cantautori che non hanno più molto da dire e giovani esponenti della trap italiana però già nella fascia delle trap-star, per esempio Venditti e la Dark Polo Gang o Francesco Baccini e Capo Plaza. Continuate l’elenco voi.

a domicilio

Da quando ho visto l’ultimo film di Ken Loach osservo con occhio più critico il furgone che porta la spesa dell’Esselunga e, vi giuro, non c’è niente di personale. Lo incrocio spesso parcheggiato con due ruote sul marciapiede di fronte al cancello del maxi-condominio davanti a casa mia quando esco la sera per andare in palestra e, se prima mi faceva riflettere sul fatto che dev’essere una bella comodità quella di smistare prodotti tra frigo e dispensa come unica fatica legata all’approvvigionamento, ora penso la stessa identica cosa. Solo che anziché legare il fatto di non aver mai provato il servizio “Clicca e vai” – o come si chiama ora – al sovrapprezzo per chi ci mette la roba nei sacchetti, faccio l’ipocrita anteponendo valori di sostenibilità, rispetto per il lavoro ed ecologia.

D’altronde lo sapete meglio di me. Il rovescio della medaglia della digitalizzazione degli acquisti va ricondotto alla iper-materializzazione dei consumi derivanti dall’ultima fase dell’esperienza dello shopping online, quando cioè i beni che compriamo ci vengono recapitati. Un fenomeno da cui derivano conseguenze ben note e condivise: ispanofoni che lavorano a cottimo sfrecciando in lungo e in largo con il loro camioncino con l’obiettivo di chiudere il massimo numero di consegne nel minor tempo possibile, aumento esponenziale del traffico furgonistico, passatemi il termine, impatto sull’ambiente per i conseguenti consumi di carburante, magazzinieri costretti a condizioni d’altri tempi, crollo delle vendite al dettaglio e impoverimento dell’offerta commerciale dei centri abitati, per non parlare di quelli che ti portano il sushi in bicicletta a qualsiasi ora del giorno e della notte, con il caldo e con il freddo, con la neve o durante la canicola. Il tutto, nel migliore dei casi, gestito da un algoritmo. Nel peggiore da gente senza scrupoli che dà la colpa all’algoritmo. Insomma, non è poca roba.

Al termine della proiezione ho raccolto qualche reazione a caldo di “Sorry We Missed You”. Una spettatrice mai vista né conosciuta andava dicendo a chiunque fosse in fila all’uscita che non è possibile che le cose costino così poco, e se il prezzo è troppo basso c’è qualcosa che non va in un anello della filiera. Per il resto ognuno giustificava il proprio tenore di ordini su Amazon, che poi il tallone di Achille di tutti sta proprio lì. Non vi sto a suggerire quale sia il modo giusto per usarlo, se per comprare solo cose che non si trovano in giro o per le offerte vantaggiose di elettronica o altro. Io però credo che è un modello da cui non torneremo più indietro, come il riscaldamento globale non si risolverà o nessuno di noi di botto la finirà di craccare le tv o le app per ascoltare la musica in streaming per mettere al sicuro, nell’ordine, i figli dei nostri figli e l’industria culturale.

A proposito: non so se avete letto, qualche giorno fa, della storica libreria Paravia di Torino che ha chiuso i battenti proprio a causa del colosso mondiale dell’e-commerce. Sarebbe bello sapere, se non esistessero gli e-store, l’entità del business delle librerie di una volta, in un’Italia in cui ci sono più scrittori che lettori, sui mezzi pubblici vedi solo gente che guarda le figure di Instagram e le biblioteche servono percentuali irrisorie di cittadini. Ecco, io credo di essere realista a immaginare il futuro così: un posto in cui ci facciamo portare tutto a casa e non usciamo perché siamo al completo di esperienze digitali, l’aria è irrespirabile, fa un caldo porco mentre in sala sul divano c’è l’aria condizionata che, peraltro,  dà man forte con i propri scarichi a quelli dei furgoni degli ispanofoni e il mondo è comandato dalla lobby dei portinai, attivi e al nostro servizio 24x7x365 e che un loro sciopero è in grado di bloccare tutto, altro che i macchinisti delle FS.

agli albori del successo, alla fine del sonno

Stanotte ho fatto un sogno particolarissimo. I Litfiba avevano pubblicato un EP a cavallo tra “Eneide di Krypton” e “Desaparecido”, un vero e proprio concept intitolato “Auschwitz non esiste”. Non si trattava però di un vero e proprio disco. Intanto aveva le sembianze di un testo colto per bambini, non so se avete presente le copertine di certi libri di Rodari o Munari. Dentro, oltre al booklet con le liriche, la storia e tutto il resto, c’era il disco e una vhs. Questa tripartizione di formato andava rispettata con la medesima successione in fase di approccio. Prima bisognava leggersi tutto, quindi si ascoltava la musica sul vinile la cui continuazione sfumava direttamente in una specie di esecuzione live nel video, nel quale però Piero Pelù, più che cantare, recitava le parti presenti nel libretto incluso nel box set. Ricordo benissimo la melodia della titletrack, in cui il ritornello ripeteva il nome del lager nazista e ne negava paradossalmente l’esistenza. Si trattava, ovviamente, di una provocazione, una sorta di “Dio è morto” in cui la mancanza di valori della società contemporanea metteva in discussione i paradigmi della storia stessa, tanto che una tragedia come quella dell’olocausto preferiva auto-infliggersi una damnatio memoriae piuttosto che essere oggetto di vilipendio di una civiltà irriconoscente e imbarbarita. La prima cosa a cui ho pensato, al risveglio, è che i Litfiba di allora ne sarebbero stati capaci.

auto stima

Ogni tanto mi capita di dare uno strappo alle colleghe. C’è quella che non guida, quell’altra che non ha la patente, oppure – cosa piuttosto comune – c’è una sola macchina in famiglia in dotazione al partner che lavora più distante. Qualunque sia il motivo, ogni volta che succede mi vergogno tantissimo perché la mia auto è in condizioni da affidamento dei figli ai servizi sociali. Lo specchietto retrovisore lato conducente sta su con il silicone. A quello lato passeggero qualcuno maldestramente ha staccato la scocca in plastica. Dentro ho la leva del cambio che si sta letteralmente sfaldando, tanto che ogni volta che la utilizzo mi ferisco il palmo della mano. Ma tutto questo è niente rispetto al fatto che non la lavo da anni – dentro e fuori – e che il modello non passa inosservato per la sua obsolescenza, in un momento in cui si cambia auto con maggior frequenza di un paio di scarpe e in un bacino demografico – quello milanese – piuttosto opulento, in cui un catorcio come il mio si distingue per linea e condizioni. Questo per dire che mi vergogno come un ladro a portare chicchessia e, quando succede, cerco di metterla sul lato folcloristico della mia personalità, potendo compensare sul fatto che tutto sommato credo di essere abbastanza stimato nella scuola in cui insegno.

Potete quindi immaginare il fastidio che mi suscitano gli spot della Volkswagen T-Roc, una delle tante auto che non mi posso permettere ma che, se avessi i soldi, correrei subito in concessionaria per prendermene almeno un paio. Il soggetto dei bambini poveracci che pur di suscitare l’invidia degli amichetti danarosi cambierebbero genitore e auto al seguito è un pugno nell’occhio all’etica come la conosciamo, in tempi in cui si fanno carte false per sembrare quello che non si è ma la narrazione che cerchiamo di dare alla storia e a i posteri è quella di restare umani. Nel duemila e venti, quindi, la top ten dei valori – rappresentata efficacemente nei modelli della comunicazione – vede ancora le belle macchine e lo smacco del prossimo, quando invece nessuno salirebbe a bordo con un insegnante sfigato con una station wagon blu alimentata a gpl del 2007 come il sottoscritto. Anzi, mia figlia sarebbe la prima a prendere il volo con un papà meno sciattone e una macchina più presentabile.

p.s. comunque, se siete insegnanti come me, provate a lasciar andare un vostro alunno all’uscita da scuola con il primo che passa come fa il bambino che sale sull’auto dei suoi sogni e poi raccontatemi come è andata.

italiano vero

Le statistiche sostengono che non siamo pochi a non comprendere il senso di quello che leggiamo. La responsabilità è anche di chi scrive che, obiettivamente, non sempre fa di tutto per farsi capire, per non parlare di casi ben peggiori. Il risultato è che la comunicazione scritta non raggiunge il suo scopo, soprattutto se il destinatario salta interi periodi di un testo solo perché risulta prolisso e distoglie dal nocciolo della questione che, magari, è contenuto proprio in quella frase o in quel passaggio su cui non si è soffermato. Questa fase storica in cui prendiamo parte a conversazioni testuali con maggior frequenza rispetto al dialogo de visu tradizionale paradossalmente coincide con un momento di forte disagio lessicale e grammaticale. Non occorre essere un linguista per identificare nella debolezza delle strutture portanti di un’esposizione scritta la sua mancanza di efficacia, l’impatto sulla comprensione e il conseguente deficit empatico che ne deriva. Se costruisco un ponte ma non rispetto le regole dell’ingegneria ci sono possibilità che non assolva alla finalità per cui è stato progettato, se non che cada. La difficoltà che troviamo nel capire chi scrive aumenta così la disaffezione alla lettura e, soprattutto, ci fa annoiare sempre più del prossimo.

un genio

A scuola da me ci sono due sorelle senegalesi che sono spettacolari. La grande frequenta la quinta ed è una delle ragazzine più solari e belle che abbia mai visto. La piccola è una mia alunna ed è tenerissima. Non so se è a causa dei suoi lineamenti ma quando mi guarda è come se dovesse farmi una di quelle domande che mettono in difficoltà gli insegnanti. Ha un modo di esprimere la gioia indecifrabile. Tiene lo sguardo basso e non riesco a capire se sia soddisfatta oppure se sta smaltendo un torto. Ha anche un senso della scansione del tempo tutto suo. Se mi chiede “maestro, quando ascoltiamo le nostre canzoni preferite?” devo risponderle con esattezza, i giorno, l’ora e il minuto. Perché se sto sul vago e dico cose tipo “più avanti, quando abbiamo un po’ di tempo tra un’attività e l’altra” lei, poco prima che suoni la campanella, mi rimprovera amorevolmente dicendo “ma maestro avevi detto che più avanti avremmo ascoltato le nostre canzoni preferite”, e a quel punto aggiustare una situazione così compromessa è impossibile. Scrive i numeri esondando abbondantemente dagli argini dei quadretti grandi ma io la lascio fare perché la sua grafia riflette in pieno la sua personalità. Ho fatto qualche supplenza alla sorella grande lo scorso anno, e sono stato molto felice di esser stato assegnato alla classe della più piccola. I suoi racconti sono originalissimi. Gioca a calcio, ha chiesto in regalo una specie di pistola giocattolo che è di moda in questo periodo tra i bambini, e dice di esser stata in uno di quei posti dove paghi per spaccare tutto. Mi ha anche raccontato che la sorella grande dice che io sono un genio. Il genio della scuola, mi chiama. Forse perché faccio sempre ripartire i computer delle classi quando le colleghe non sanno che pesci pigliare. Ecco, devo ammettere che genio proprio non me l’aveva detto mai nessuno.

Promised you a miracle – Simple Minds

Se pensate che chitarra e voce siano tutto, in una band, provate a immaginare di sostituire una sezione ritmica con un’altra che, con il genere che suona il vostro gruppo, non ci azzecca per niente.

Il lavoro in studio per la registrazione di “Sons and fascination” si chiude con un brutto colpo per i Simple Minds. Il batterista Brian McGee, raro esempio di musicista tecnicamente dotato prestato al post-punk/new wave, abbandona il progetto. È stanco dell’impatto dello show business sulla vita privata – come biasimarlo – e sceglie di dedicarsi di più alla famiglia. Siamo nell’estate del 1981 e il tour per l’album che uscirà a settembre è alle porte. Ma il colosso Mel Gaynor, quel possente batterista che assicurerà la tenuta delle canzoni della band scozzese a fondamenta ritmiche massicce e profonde, entrerà in formazione solo a luglio dell’anno successivo, chiamato a dare man forte per la finalizzazione di “New Gold Dream”.

I Simple Minds si affidano così alle bacchette di un certo Kenny Hyslop, batterista scozzese che bazzica nei gruppi underground ma che non disdegna suonare cose diverse. Così diverse da spaziare persino nella black music e nel funk e in modo così determinato da generare un effetto immediato nello sviluppo dello stile del gruppo. Hyslop resterà per un tempo sufficiente a comporre, arrangiare e registrare un brano anomalo per la produzione dei Simple Minds, fino ad allora così rigorosa nei freddi parametri della new wave. Dal nuovo innesto prende vita “Promised you a miracle”, brano orecchiabile che, se dapprima si profila come singolo, porterà talmente fortuna da venire incluso, insieme a pezzi come “Someone Somewhere in Summertime” e “Big Sleep”, nella tracklist di quello che sarà il successivo e luccicante capolavoro della band.

Non a caso Jim Kerr ha dichiarato, anni dopo, che “Promised you a miracle” è da considerarsi il primo vero brano pop dei Simple Minds, ed è facile intuirne le ragioni. L’ispirazione per la nuova canzone nasce dall’ascolto di una compilation su cassetta di funky e hip hop newyorkese diffusa sul pullman che scarrozza in tour la band, un nastro proposto proprio da Hyslop. Il riff del brano, pensato probabilmente per una sezione fiati, viene magistralmente adattato da Mick MacNeil per i suoi sintetizzatori. Derek Forbes, al basso, non si tira indietro a doppiare l’andamento danzereccio della nuova canzone imposto dalle parti di batteria, inventando un linea funk magistrale.

Un’alchimia di spunti che, unita alla chitarra di Burchill e all’inconfondibile timbro di Kerr, fa balzare “Promised you a miracle” al tredicesimo posto della classifica inglese, assicura ai Simple Minds la prima esibizione della carriera, il 15 aprile dell’82, al programma “Top of the Pops” e spalanca alla band scozzese le porte dei magazine musicali per adolescenti, un pubblico più interessato al look dei musicisti più che all’arte in sé, siamo pur sempre negli anni ottanta e l’esplosione dei Duran Duran è dietro l’angolo.

Un aspetto che non toglie un briciolo di dignità a una vera hit. È sufficiente isolare le parti di ogni strumento che suona in “Promised you a miracle” per percepirne nel dettaglio la bellezza. Su tutti, il ritmo di tamburi nel cambio, l’intera linea di sintetizzatori sotto la strofa (per un tastierista cresciuto musicalmente negli anni 80 Mick MacNeil da solo vale più di tutti i Depeche Mode messi insieme), il modo in cui gli effetti di chitarra sanciscono il marchio di fabbrica dei Simple Minds anche su questo brano, il groove del basso che, davvero, armonicamente non fa mancare nulla e riallinea il mood generale all’estetica dei tempi, a cavallo tra dance, musica nera e matrice tipicamente british.

L’aspetto paradossale è che l’apporto di Kenny Hyslop risulterà poco più che una toccata e fuga, perché già nel febbraio dell’82 non gli viene rinnovata la fiducia, tanto da non comparire nemmeno nel video del brano composto insieme. Sembra non essere adatto e, forse, anche se l’esperienza di “Promised you a miracle” è stata fondamentale al successo di Kerr e soci, probabilmente dietro alla batteria c’è bisogno di conservare meglio la matrice new wave.

Di lì a poco uscirà “New Gold Dream” – un disco epocale, sia chiaro – che, anche grazie al singolo che l’ha preceduto, denota una virata verso uno stile decisamente più confortevole per l’ascoltatore medio. Le algide sperimentazioni di album come “Real to Real Cacophony”, “Empires and Dance”, “Sons and Fascination” e “Sister Feelings Call” lasciano il campo a una new wave più lineare, matura e completa. Un punto di non ritorno di un momento musicale che ha già i mesi contati e di un’esperienza artistica sublime che terminerà definitivamente con la cacciata di Derek Forbes dopo il successo mondiale di “Don’t you”, nel marzo dell’85. Il bassista verrà grossolanamente rimpiazzato da un ineccepibile quanto impersonale session man come John Giblin, scelta che condannerà i Simple Minds ai fasti della gloria commerciale ma all’abbandono di un genere che non ha eguali, nella storia della musica.

Di certo, però, la pubblicazione di “Promised you a miracle” – una prova esemplare del fatto che con gli elementi giusti una band può adattarsi a sopravvivere anche in territori inospitali – non lasciava presagire la definitiva caduta di “Once upon a time” e tutto quel pop inutilmente enfatico che c’è stato dopo. Chissà, se Derek Forbes non fosse stato allontanato e con Brian McGee ancora alla batteria, quale sarebbe stata l’evoluzione più naturale dei Simple Minds, da metà anni ottanta in poi. La strada di “Sparkle in the rain” sembrava, tutto sommato, quella più adatta.

gli amici immaginari

Come sostiene Theo Brown, provare empatia per personaggi inventati potrebbe essere una delle nuove culture della modernità. Immaginate un profilo finto su Facebook inventato da qualcuno come canale narrativo. Qualcuno che fa della letteratura, del cinema e della tv contemporaneamente usando i social per raccontare una storia, una raccolta di racconti, una serie a episodi. Mi ha lasciato la ragazza, mi è morto il cane, ho votato per la prima volta, guardate che splendido tramonto, oggi in ufficio ho rovesciato il caffè americano sulla tastiera del Mac ma ho fatto finta che si sia rotta non per colpa mia e me l’hanno cambiata, una citazione dal Piccolo Principe, la foto da bambina in braccio alla mamma con il papà davanti che scatta in bianco e nero, ho perso tutto, ho cambiato lavoro. Il libro di una vita, per farla breve, ma anche un reality e un concerto dal vivo dove la gente ti fa delle domande, ti dà delle risposte, di manda affanculo o ti invita per una birra. Il fatto è che dietro a quel profilo c’è un romanziere vivente e davanti ci sono persone che si affezionano come quelli che quando muore il dottore di Grey’s Anatomy vanno sul profilo di Shonda comesichiama e la insultano. A differenza delle annunciatrici televisive questa volta sembra che ci sia della gente che parla davvero solo con me, così il rapporto si protrae, va nel profondo e si sviluppa una relazione indissolubile tra l’opera e il suo fruitore.

il giochino dei concerti

Il giochino dei concerti che vedete sulle bacheche dei vostri amici musicisti o musicofili su Facebook l’ho fatto pure io che, quando vedo questi tormentoni social, me ne sto alla larga. Eppure mi ha preso così tanto che ho deciso di copiancollarlo qui:

▪️First concert: Bennato allo stadio Bacigalupo di Savona, 1981
▪️Last concert: The National a Rho, settembre 2018 (a parte i Four Tiles a Vittuone qualche mese fa)
▪️Best concert: da musicista con Mr. Puma e i Raptus al Controfestival di Sanremo nel 95, da spettatore i Sigur Ros a Villa Arconati nel 2003
▪️Loudest concert: i Meathead a un volume esagerato in un locale di Genova di cui non ricordo il nome e credo che nemmeno esista più
▪️Seen the most: The National
▪️Most fun concert: Subsonica al centro sociale Inmensa di Genova nel tour di Microchip Emozionale (credo nel intorno al 2000)
▪️Worst concert: Simple Minds nel 1991
▪️Most surprising concert: gli Air
▪️Next concerts: Algiers
▪️Wish I had seen: Genesis con Peter Gabriel