gli esami non finiscono mai

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In un futuro distopico l’occupazione nazista non è mica finita con il 25 aprile del 45 ma si ripresenta come incubo la notte prima dell’orale di maturità di mia figlia. Viviamo a Forte dei Marmi in un appartamento all’ultimo piano di un edificio liberty del centro che, dall’interno, ricorda il Chrysler di Manhattan anche se nella realtà l’ho visto solo da fuori. La casa, come la attigua soffitta, è stipata degli archivi segreti dell’amministrazione di Obama. Per questo le SS hanno come obiettivo principale quello di scoprire il luogo segreto che potrebbe mettere in ginocchio gli alleati e sancire la vittoria dei tedeschi. Un attico che, tra milioni di italiani, non poteva che essere abitato da noi.

La polizia segreta del Fuhrer sta rastrellando la cittadina. Qualcuno, prima che ci trasferissimo lì, ha già ammassato tutti gli schedari di metallo nelle stanze più esterne dell’appartamento creando diversi livelli di barriere, un deterrente in grado di ostacolare l’accesso al piano superiore, in cui sono nascosti i documenti più top secret. Mia moglie e mia figlia, strisciando sotto gli armadi, sembrano aver trovato un posto sicuro in cui nascondersi e non le vedo più. Io ci provo, ma il mio stomaco da birra mi impedisce di seguirle. Provo a chiamarle senza successo. Torno in salotto, mi guardo intorno e capisco quale sia il vero punto. So che quando i soldati fanno irruzione nelle case non vanno molto per il sottile, per questo la mia principale preoccupazione è mettere al sicuro la mia collezione di trentatré giri ma c’è pochissimo tempo e non so da dove iniziare.

In uno di quei salti impossibili in qualunque montaggio cinematografico ma all’ordine del giorno, anzi della notte, nei sogni, ci ritroviamo fuori, nella piazzetta su cui si affaccia l’appartamento. Un sollievo, perché anche se i nazisti faranno irruzione in casa non ricondurranno i faldoni custoditi alla nostra presenza. Non so chi altri prenderebbe in affitto un attico sapendo di mettersi in pericolo di vita. In strada ha appena piovuto, io indosso un trench chiaro come Humphrey Bogart in Casablanca, ma non è nemmeno necessario che suoni la sveglia che ho programmato alle sei. La giornata è una di quelle che non dimenticheremo presto e qualcosa che mi sento dentro mi tira giù dal letto che è ancora buio.

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