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Ormai non posso più permettermi il lusso di pensare ad altro quando faccio una cosa. La vita dev’essere come la connettività. Arrivi a un certo punto e la disponibilità di banda è quella che, ci sono troppi processi attivi in background, e se non ti concentri sulla cosa che stai facendo perché pensi ad altro può succedere che poi non la fai o che la fai ma poi non ti ricordi di averla fatta. Per non parlare della distrazione in momenti in cui è sconsigliatissimo distrarsi, per esempio quando stai guidando, in un momento storico e anagrafico in cui guidare con un display grande come una tv nel campo visivo non è proprio il massimo. Questo è un caso limite che può anche degenerare in conseguenze gravissime, quindi mi limito a momenti più leggeri e casi su cui riderci su, come quello che mi è accaduto poco fa.

Ho fatto la doccia dopo la corsetta della domenica mattina e, solo mentre mi stavo asciugando con l’accappatoio in microfibra, mi sono reso conto di aver lavato i capelli con lo shampoo ma di non aver usato il bagnoschiuma e la spugna per il corpo, quindi di essermi sciacquato e basta. Tutto perché ho acquistato su Vinted i tre CD di Calcutta usati, pagandoli una sciocchezza, ma devo ancora ricevere il terzo e pensavo a quanti giorni stesse impiegando il pacco per arrivare a destinazione. Un tema di una serietà inaudita che ha assorbito così tante energie e concentrazione da mettere in secondo piano tutto il resto. Il fatto è che le canzoni di Calcutta mi ricordano tantissimo mia figlia che è a Madrid per l’Erasmus ormai da nove mesi, e ora che c’è questo tempo malinconico in effetti mi assale la malinconia. Ha visto Calcutta dal vivo ben due volte, la prima quando frequentava la seconda liceo, e ancora oggi sfoggia spesso una simpaticissima maglietta con due fette di kiwi all’altezza del seno. Calcutta piace anche a me, ma, fino ad oggi, non era mai rientrato tra quegli artisti dei quali sento la necessità di possedere le opere fisiche. I tre suoi album su vinile costano uno sproposito, un centinaio di euro in tutto, così mi sono accontentato della versione su compact disc per di più usati ma in condizioni ottime per un totale di nemmeno venti euro.

Comunque degli svarioni come quello della doccia potrei raccontarvene tanti altri: l’acqua nella caffettiera, la crema dopobarba, gli impegni che cerco di segnare immediatamente su Google Calendar, ma l’aggravante di questi episodi non è la dimenticanza in sé (almeno spero che non lo sia) ma il comune denominatore che è il motivo per cui mi distraggo. Mi distraggo pensando sempre ed esclusivamente a qualcosa inerente alla musica. Lo so perché poi dopo ci faccio caso, e quando il caffè non esce dalla caldaia e la pelle mi pizzica dopo aver passato il rasoio, perché ho saltato una fase decisiva per la riuscita di un processo, ho ben presente ciò che ha deviato la mia attenzione dall’attività su cui avrei dovuto invece focalizzarmi. Un fraseggio di chitarra da ricostruire, in che disco è inclusa la tale canzone del tale gruppo, o – quella di stamattina – l’attacco della recensione del concerto che andrò a seguire oggi pomeriggio. Oggi pomeriggio vado al concerto di Amaro Freitas, un talentuoso pianista brasiliano che suona un jazz contaminatissimo dalle influenze delle musiche popolari della sua terra d’origine. Un musicista da solo con il suo strumento la cui capacità di improvvisazione è in grado di farti precipitare in una specie di iperspazio. Ecco, mi è successo ancora una volta: dovevo chiudere questo post ma poi mi sono messo a pensare alla musica e non ricordo più se sono giunto a una conclusione oppure no.

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