bollino rosso

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Alla primaria, almeno da me, non ci sono grossi problemi nel caso in cui un bambino accumuli troppe assenze. So che alla secondaria esiste un limite oltre il quale viene precluso il passaggio alla classe successiva in quanto i gap didattici impediscono l’applicazione dei criteri di valutazione. Con i più piccoli invece si cerca di trovare un compromesso con la famiglia perché le cause delle presenze a singhiozzo possono essere molteplici, soprattutto in questi anni di epidemie e influenze molto aggressive. Noi docenti, per esimerci da ogni responsabilità, segnaliamo in tempi utili al dirigente e in segreteria quando i giorni di assenza iniziano a essere di impiccio allo svolgimento delle nostre attività. Accudendo i nostri alunni quotidianamente abbiamo il polso della situazione, comunque da qualche anno ci viene in aiuto il registro elettronico che visualizza un bollino rosso come sfondo sotto al numero dei giorni di assenza – quando iniziano a essere troppi – e di relativa percentuale sul totale delle lezioni.

Io ho due alunni che sono marchiati con il bollino rosso già nel primo quadrimestre e si tratta di due casi completamente diversi. A fronte di assenze ripetute verrebbe da pensare che non frequentare sia una conseguenza di prove tecniche di abbandono scolastico o perché i genitori non si svegliano in tempo per la campanella perché la sera prima sono rientrati alle tre ubriachi come nelle serie tv americane o altri generi di trascuratezze, invece purtroppo si tratta del problema opposto. Troppa ingerenza nell’educazione dei figli – e in generale nella loro vita – induce le famiglie a vere e proprie psicosi. Nel primo caso dei due c’è una madre (fuori di melone) il cui obiettivo è tenere il bambino al riparo dai problemi di salute che una vita sociale e comunitaria può comportare, con il risultato che il figlio non è capace nemmeno a salire e scendere le scale. Nel secondo, una mamma altrettanto poco registrata non ha voluto rassegnarsi al risultato dello screening che confermava i disturbi specifici dell’apprendimento della bambina e, anziché avviare il percorso della certificazione e della conseguente pianificazione didattica specifica in collaborazione con la scuola, ha optato per una parziale istruzione domestica più o meno in autonomia. La figlia è tale e quale a prima, ma noi abbiamo gettato la spugna anche se non si dovrebbe.

Come vedete, anche il 2024 sembra promettere bene e, al momento, a scuola non si riscontra alcuna discontinuità quindi meglio così. Il mio alunno che parla a un tono impercettibile di voce e che quindi mi costringe ad avvicinarmi alla sua bocca esponendomi al suo alito micidiale non ha migliorato per nulla la sua igiene orale. Claudia, una delle mie colleghe prefe (come dicono i giovani d’oggi) ha in classe il fratellino del mio alunno-cloaca e mi ha confermato trattarsi di un problema generalizzato. I genitori hanno responsabilizzato in eccesso i figli in routine come quella dello spazzolino e loro se ne sono giustamente approfittati, con l’aggravante delle schifezze che devono mangiare per ridursi così. Gli alunni, a scuola, portano una parte del loro mondo e la mettono in condivisione con gli altri ed è li che le cose si mescolano e che si forma la vera società di domani. Da me ci sono un paio di ragazzine che non si fermano in mensa ma tornano a casa per pranzo. Il punto è che oltre a perdersi quell’importante momento di convivialità con i compagni, al rientro a scuola saturano la classe degli odori delle cucine in cui hanno consumato il pasto. Si siedono al loro posto e curry e aglio e fieno greco li vedi espandersi nell’aria per posarsi sulle cose come banchi di nebbia in autostrada.

L’ultima cosa che vi voglio raccontare riguarda Miles Davis. Quando mi serve un brano jazz che risponda a tutti i luoghi comuni del jazz in modo che sia perfettamente riconoscibile da chi non mastica il jazz – quindi anche dei bambini – metto “So What” e chiunque – quindi anche dei bambini – se gli chiedi di che genere si tratta, risponde “è jazz!”, senza pensarci troppo su. Una delle mie alunne prefe (come dicono i giovani d’oggi), di cui già so che ha il papà che suona un po’ di tutto, quando ho fatto ascoltare “So What” in un’attività di abbinamento immagini a colonna sonora, ha riconosciuto il brano – anzi lo aveva già riconosciuto dal titolo – e ha raccontato che il papà mette spesso il cd che lo contiene. Le ho chiesto allora di portare a suo papà i miei complimenti per i gusti musicali, e di risposta ha avuto un guizzo improvviso. Si è ricordata di getto che suo padre ha registrato un cd. Suona il sax, prevalentemente, così ho pensato che l’associazione tra “So What” e il sax di suo papà sul cd fosse il fatto che si tratta di un cd di jazz, così – altrettanto di getto – le ho chiesto di farmi ascoltare il cd, sempre che il padre fosse d’accordo. La mattina dopo il cd era sulla mia cattedra. Ho ringraziato la mia alunna e, dopo aver dato un’occhiata alla copertina, alla tracklist e al booklet, dopo aver verificato che si trattasse di una pubblicazione amatoriale e che lasciasse invariato il mio primato che mi vede tutt’ora in vetta tra le persone che conosco – non musicisti professionisti, ça va sans dire – come l’unico ad aver pubblicato un cd con una major, mi sono sovvenute alcune perplessità. Si tratta infatti di un’opera realizzata per beneficenza, e fin qui nulla di male, proposta durante la messa, e fin qui nulla di male, contenente musiche religiose, e fin qui nulla male. Il punto è che dovrò ascoltarla, cosa che farò appena pubblicato questo post, e dare un feedback alla mia alunna, una delle mie prefe (come dicono i giovani d’oggi), perché per lei è importante.

no libro oggi

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La mamma di Eric lo ha scritto sotto forma di comunicazione ufficiale sul diario, da far firmare a noi insegnanti, per essere chiara e fugare ogni dubbio: in occasione della visita alla biblioteca comunale Eric non deve prendere in prestito nessun libro. Non tanto perché in famiglia si parla il cinese e un libro in italiano potrebbe risultargli complicato da leggere durante le vacanze, piuttosto perché la mamma non vuole o non ha tempo poi di riportarlo in biblioteca – così ci ha spiegato lui – una volta che Eric lo avrà terminato o comunque alla scadenza del periodo consentito. Eric ci ha sottoposto l’avviso della mamma come prima cosa, appena entrato, consapevole dell’urgenza di farcelo sapere. È finita che, conclusa la visita, tutti sono rientrati a scuola con un libro tranne lui. Peccato, perché Eric sembrava decisamente attratto da tutti quegli scaffali sommersi da pubblicazioni coloratissime – romanzi, fumetti, saggistica e giochi – e adatte alla sua età. C’era, come facile immaginare, l’imbarazzo della scelta e lui, uno dei bambini più curiosi della mia classe, si è dovuto accontentare di sfogliare qualche volume lì, durante la visita. Ho scattato persino una foto a quella comunicazione secca sul diario – Eric no libro oggi – perché trasmette un’intransigenza sovradimensionata rispetto alla semplicità dell’operazione, ancor prima di considerare l’aspetto severamente morale e pedagogico legato all’importanza della lettura, il profumo della carta e tutte quelle cose lì. Che cosa vuole che sia, vorrei dire alla mamma di Eric, un ritardo nella consegna di un libro alla biblioteca comunale, senza contare che, se nessuno richiede prima il testo, i prestiti possono essere rinnovati fino a tre mesi. La biblioteca comunale, la scuola e le abitazioni dei miei bambini sono a uno sputo di distanza tra di loro, tutte quante incluse nel raggio ridottissimo della frazione di un piccolo paese di periferia. Possibile che la signora non riesca a dedicare mezz’ora del suo tempo – e mi tengo molto largo – per fare un salto a restituirlo? Ho pensato che mi sarei potuto proporre come intermediario e convincere Eric a prendere comunque il libro che preferiva e poi, una volta letto, di riportarlo pure a scuola. Mi sarei occupato in prima persona della riconsegna, non mi sarebbe costato nulla. Ma la mia collega non mi è sembrata d’accordo. Secondo lei avrei corso il rischio di intromettermi in qualche consuetudine famigliare o, peggio, avrei potuto scardinare una consolidata impostazione valoriale in cui – tiro a indovinare – non si leggono i libri appartenenti alla cittadinanza, o i genitori vogliono scegliere in prima persona le letture dei figli, o in casa si leggono solo libri in lingua cinese o boh. Ecco, forse boh. Forse non c’è una spiegazione logica a questo divieto irrazionale. Eric no libro oggi e basta, senza tanti perché.

che palle

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L’essenza del Natale, nella sua accezione laica – ammesso che ne abbia una – è che gli sforzi dell’umanità, almeno di chi può festeggiarlo, si concentrano intorno a un palinsesto dedicato ad alcuni temi che negli altri periodi dell’anno non ci è possibile seguire per svariati motivi: la nostra natura, il lavoro che facciamo, il clima stesso, i fatti di attualità e il solito tran tran. Fino quando poi sopraggiunge dicembre – che, non so se avete notato, è lì che ci aspetta puntuale sin dal giorno in cui rientriamo dalle ferie estive – e tutti ci sintonizziamo più o meno sullo stesso canale e ci impegniamo a favorire le condizioni per cui l’unico scopo e il solo pensiero siano finalizzati a un motivo conduttore condiviso che, banalizzando, è riconducibile a far di tutto per fare stare bene il prossimo e, di riflesso, esporci in modo tale che il prossimo faccia stare bene noi, una versione con renne e slitte e festoni e canti ad hoc della strategia win-win, quella in cui tutti hanno la percezione di aver raggiunto gli obiettivi inizialmente prefissati.

Ed è impossibile sottrarsi a questa narrazione a meno che non viviate nella striscia di Gaza, in qualche paese del terzo mondo, nei territori in guerra o in qualunque area del pianeta devastata da una catastrofe naturale. Probabilmente la scansione del tempo – che a volte ci sembra una convenzione sociale ma poi, studiando rotazione e rivoluzione terrestre in scienze ci sono ben chiari i motivi per cui non dipende da noi – è stata pensata proprio per consumare fino al loro esaurimento i pattern ricorrenti (giorni, mesi, stagioni e anni e mi fermo qui, dai secoli in poi è tutto ampiamente fuori dalla nostra portata) intorno ai quali conduciamo la nostra esistenza. Se a sera ci addormentiamo sul divano al tg di Mentana, se non arriviamo alla fine del mese con lo stipendio e se a dicembre giungiamo stremati ci sarà un motivo. Voglio dire, probabilmente la natura ci dà il suo clic in cuffia, proprio come succede negli studi di registrazione, e noi viviamo seguendo quel ritmo. Questo per dire che siamo tutti uguali di fronte all’albero di Natale addobbato e ci abbandoniamo a quel mix agrodolce di pensieri che poi sublimiamo – alcuni la sera della vigilia, altri al pranzo del 25, ecco, in questo siamo diversi – nel convivio con gli appartenenti alla nostra specie più prossimi al nostro vissuto. Il punto è: è nato prima il natale o prima l’insieme di tradizioni che seguiamo rigorosamente ogni anno seguendo una check list consolidata da secoli? Prima dell’anno zero, a natale come passavate il tempo?

In casa, per le strade, alla tele, nei centri commerciali è impossibile sottrarsi allo stato d’animo diffuso. A scuola, poi, che è un concentrato di bambini che, del natale, costituiscono il core business, non ne parliamo, ed è sconsigliatissimo adottare deterrenti a questa sorta di pensiero unico. Quest’anno il consueto lavoretto di natale che purtroppo non posso decidere in autonomia ma è di competenza della collega più brillante in ambito bricolage e fai-da-te (se potessi decidere io farei un’infografica con Canva) consiste in una casetta costruita con le palette per spalmare la cera, che poi se le cercate su Amazon scoprirete che fungono anche da abbassalingua, spero non prima di averle lavate. Io, che con le attività manuali sono una frana, ho trasmesso tutte le mie perplessità sul tempo perso a realizzare male qualcosa che poi finirà nella spazzatura a feste finite ai miei alunni che, di conseguenza, a parte i soliti primi della classe che approcciano qualunque proposta con lo stesso invidiabile eccesso di zelo, è venuto una merda.

C’è poi Leonardo, che quest’anno è davvero al centro delle attenzioni di tutti, a cui invece il natale fa l’effetto opposto. Odia tutto e tutti molto più di quanto non esprima per il resto delle stagioni e l’insieme dei cambiamenti volti all’omologazione generale verso l’estetica e l’etica delle festività lo mandano in bestia con una frequenza maggiore del solito. Ogni pretesto è buono per far volare banchi e sedie in aria e, davvero, non sappiamo più che pesci prendere. Ci sono poi le colleghe che mi vogliono bene perché, alla fine, riesco a collegare sempre le loro stampanti di classe al pc dopo gli aggiornamenti che lasciano partire involontariamente, o anche solo perché hanno messo il cavo usb nella presa di rete del portatile. Sanno che mi piace il genepì e così, a dicembre, mi faccio la scorta per tutto l’anno.

Tra i membri del team dell’interclasse ci facciamo sempre un pensierino, una candela, un segnalibro o qualche altro oggetto originale acquistato ai mercatini di natale. Il primo anno in cui ho preso servizio non lo sapevo, venivo da un ambiente professionale in cui il fattore umano non era certo al primo posto, e così sono stato l’unico a presentarsi a mani vuote ma, per fortuna, l’appartenenza al genere maschile mi ha sollevato dalla figura di merda. Sei un uomo, non ti preoccupare, mi ha detto la mia collega di classe. Da allora ogni anno mobilito mia moglie per supportarmi nella scelta delle cose più adatte da acquistare per il consueto scambio dei doni all’ultima riunione di programmazione di interclasse prima della pausa natalizia. Non che io non sia in grado di scegliere, ma solo perché vivo nella convinzione che, se acquistati da una donna, i regalini possano corrispondere di più all’idea che le mie colleghe hanno di me, un uomo che si affida a una donna per le cose da donna.

giardino

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Sono in molti a chiedermi cosa si prova alla conclusione di un ciclo. Io rispondo che non lo so, questa è la prima volta che accompagno una classe fino alla quinta, e che ne riparleremo a giugno. Anzi, non rispondo proprio perché ho il sentore che sarà complicato. Se rivolgete la stessa domanda alla mia collega, che invece è una veterana, lei ha la mia età ma fa questo lavoro da quando aveva diciannove anni (io a diciannove anni mi conciavo come Robert Smith e volevo fare il musicista new wave) vi sentirete rispondere che è un aspetto del nostro lavoro, che siamo di passaggio nella vita dei bambini, che poi si riprende con un’altra prima e i nostri ex alunni, tempo qualche mese, non si ricorderanno più chi siamo e così via. Se lavori con le persone, le persone nella vita vanno e vengono e affezionarsi non è tanto che non bisogna farlo quanto che è controproducente, un po’ come per i dottori, gli psicologi, gli allenatori sportivi. E, a pensarci bene, gli insegnanti sono un po’ tutte queste figure insieme ma anche di più. C’è qualche volta in cui non vedo l’ora di lasciarli perché, ora che sono grandi, non li sopporto più. Ma è un po’ come le dinamiche in famiglia: la sovraesposizione alle persone genera mostri relazionali. Abbandonereste mai il vostro partner, i vostri figli, i vostri gatti solo perché qualche volta vi fanno arrabbiare? Ecco, anche tra maestri e alunni funziona allo stesso modo. Sanno essere adorabili e insopportabili, a volte anche simultaneamente. La cosa che ho imparato è che si possono fare delle sfuriate e mettere tutte le note sul diario del mondo ma la mattina dopo, suonata la campanella, i bambini non se lo ricordano più e sono pronti a ripartire da zero, senza risentimento alcuno. A parte qualche eccezione, la mia classe andrà alla secondaria dello stesso istituto comprensivo. Si trova dall’altra parte del giardino e condividiamo la stessa palestra. Ogni tanto li vedo passare, di ritorno dall’ultima ora di motoria, o mentre giocano nel campo di basket in cui ci mettiamo noi nell’intervallo lungo perché il docente è assente e l’insegnante di sostegno li porta a pascolare fuori. Li osservo comportarsi da adolescenti e mi chiedo che cosa c’entrino con il materiale umano che mi trovo sottomano. Non ce li vedo, i miei alunni, in quei corpi sviluppati, i maschi con la peluria sul viso, le femmine con il seno. Un paio di notti fa ho sognato il mio ACD cinese che mi parlava nel modo in cui si rivolge a me dalla prima, con le sue frasi senza senso in un italiano da linguaggio macchina. Nel sogno pensavo che non sarebbe stato poi così male non essere più importunato dalle sue domande sgrammaticate e sparate a raffica, sentirmi libero dall’essere il suo unico punto di riferimento e il primo a cui dire che ha mangiato al Burger King o che suo fratellino lo ha svegliato alle sei e trentotto. Nel sogno eravamo in giardino, lui mi stava accozzato come ha fatto ogni giorno, sin dalla prima a oggi,  a disturbarmi in quella mezz’oretta di relax, mentre tutti gli altri giocavano a calcio nel campetto da basket, e poi, non chiedetemi il perché, ma nel sogno pensavo a lui come farà il prossimo anno e mi mettevo a piangere e singhiozzare proprio come fanno loro, maledetti ingrati che andranno alle medie senza di me.

boxe

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Leonardo non ci ha pensato due volte e ha accettato la sfida. È stata la preside a farsi avanti: “prova a lanciarlo”, gli ha detto. E lui, il banco, glielo ha tirato addosso. Per fortuna Leonardo fa la terza, il banco era quello che pesava più dei due, e con il lancio non è andato molto lontano.

Leonardo è fatto così. Ha un interruttore, da qualche parte. Quando lo schiaccia si accende qualcosa e lui deve scappare. Da quando abbiamo scoperto questa funzionalità il cancello esterno della scuola dev’essere sempre chiuso – non che prima non lo fosse ma meglio controllare – perché con il portone con le maniglie antipanico c’è poco da fare. Leonardo preme l’interruttore, si accende e comincia a correre. Poi abbiamo scoperto anche un selettore, come quelli che hanno i giradischi per passare da 33 a 45 giri. La rabbia a trentatré giri, quella che si usa di più, lo fa scappare fuori dalla scuola. Quella a 45, che si usa meno frequentemente ai tempi della musica in streaming, gli fa dare i pugni alla cieca o scagliare la prima cosa che gli passa per le mani contro gli adulti che ha intorno. Succede più di rado ma non risparmia nemmeno l’autorità, come avete visto.

Non è un mio alunno – meno male – ma qualche giorno fa mi sono imbattuto per puro caso in una delle sue fughe. I miei bambini erano in mensa e sono salito in classe perché Jasmin aveva dimenticato le pastiglie effervescenti da prendere dopo mangiato. Mi è praticamente volato addosso scendendo lungo una rampa tra il primo e il secondo piano. Dopo l’impatto ha tentato un maldestro dietrofront ma quando ha visto arrivare di corsa la collega che lo stava inseguendo ha tentato di scavalcare il corrimano per buttarsi di sotto. Non c’è spazio tra le rampe quindi avrebbe fatto un salto di poco più di un metro. Ma il gesto mi ha fatto molta impressione, in un moccioso di otto anni. Lo abbiamo placcato ma è riuscito ad allentare la presa della collega che lo teneva per le spalle e ha ripresa la sua fuga, questa volta verso il piano di sopra.

Ci siamo precipitati dietro a Leonardo fino in biblioteca dove, oramai braccato e senza via di fuga proprio come un animale selvaggio, ha spalancato una finestra e ha compiuto persino il gesto di arrampicarsi per farci capire che, con i gesti estremi, non sarebbe sceso a compromessi, anche se prima avrebbe dovuto scardinare la tapparella a lamelle orientabili. Messo in sicurezza l’ambiente, Leonardo ha scelto di mettere tutto a soqquadro, facendo volare in aria libri e sedie e qualunque cosa si trovasse sui tavoli. Mi ha addirittura gettato addosso uno dei pouf colorati. Con un riflesso in cui non mi riconosco assolutamente, ho afferrato il pouf al volo. Mi sono avvicinato e, tenendolo tra me e lui, l’ho invitato a prenderlo a pugni. Dopo una raffica di colpi di boxe Leonardo ha esaurito la carica e, mosso da un inconsapevole impeto di autoconservazione, ha premuto il suo pulsante in posizione off. Gli occhiali gli si sono appannati ed è scoppiato in lacrime.

La mia collega si è fatta avanti con una proposta geniale. “Perché non scriviamo una mail alla preside per chiederle se ci compra un punching ball?”. Leonardo ha acconsentito, ma non perché non avesse nessun’altra risorsa da spendere per trovare una soluzione alternativa. Ha capito.

Ci siamo così seduti uno a fianco all’altro, la mia collega, Leonardo ed io, in una delle postazioni del laboratorio di informatica, adiacente alla biblioteca. Ho fatto log in con il mio account Google Workspace, ho cliccato su nuova mail, ho inserito l’indirizzo della dirigente, ed è andata così:

buon giorno preside,
sono leonardo di terza b
ogni tanto sono arrabiato
e vorei un pungiball
grazi presid arivederci

Ho indicato a Leonardo il tasto per l’invio ma sapeva già fare tutto. Abbiamo spento il pc e, senza che gli dicessimo nulla, si è allontanato lentamente dalla postazione, ha raggiunto la biblioteca, lì a fianco, e, partendo proprio dal pouf, ha cominciato a rimettere tutto in ordine.

puntini puntini

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Ho sostituito le lenti che uso per leggere e per stare al computer la scorsa primavera e, per il rotto della cuffia, ho evitato l’upgrade alle progressive. Da lontano vedo ancora bene ma, da vicino, è sempre più un disastro. Il fatto è che gli occhiali sul naso mi danno fastidio e cerco di rimandare il più possibile il momento in cui dovrò portarli costantemente, anziché indossarli solo per la presbiopia. Ma negli ultimi mesi la situazione è peggiorata e temo di non avere scampo. La mattina, appena sveglio, faccio una fatica enorme a mettere a fuoco le cose in prossimità e sono esposto a rischi grossolani. Per esempio, stamane ho ricevuto sullo smartphone il messaggio dall’app della banca dell’accredito dell’assegno famigliare di 13.00 euro ma, non vedendo il puntino tra unità e decimali, ho letto 1.300 e, messi gli occhiali, ci sono rimasto molto male. E pensare che la questione della separazione tra le classi – la società contemporanea non c’entra, mi riferisco al valore posizionale delle cifre nei numeri, quindi miliardi, milioni, migliaia e unità semplici – è all’ordine del giorno. La mia collega veterana e opinion leader in matematica sostiene di aver vissuto in prima persona il dibattito, tempo fa, sulla necessità di individuare un’alternativa ai puntini, considerando che le calcolatrici ne utilizzano il simbolo al posto della virgola. Lei è una sostenitrice radicale e accanita dello spazio tra le classi. A me non piace in prima battuta perché non sono classista ma, soprattutto, perché poi crea confusione ai bambini quando si tratta di risolvere le operazioni in colonna. Il testo che ho adottato, poi, sostiene che, oltre allo spazietto, si può usare il puntino sotto ma anche quello sopra. Non solo: le calcolatrici moderne, per non parlare delle app, la virgola la sanno scrivere eccome. Mi scoccia, però, avviare discussioni inutili con la mia collega decana, che poi ha solo un paio di anni più di me ma insegna da quando ne aveva diciotto mentre io, a diciotto, mi conciavo come Robert Smith. Faccio finta di nulla, annuisco nelle discussioni quando insiste sul fatto che il mondo della pedagogia si era espresso senza lasciare alcun dubbio sul problema dello spazio rispetto al puntino, ma poi, alla LIM, quando lavoriamo in classe sulle operazioni con i numeri grandissimi, dico ai bambini che possono fare quello che vogliono. Puntino sopra, puntino sotto, spazietto, lascio scegliere cosa preferiscono, basta che facciano attenzione. Anche perché, a fare attenzione, il primo devo essere io. La scrittura alla LIM è l’unica attività ravvicinata in cui è meglio che mi tolga gli occhiali. Sarà la penna, sarà la luce, sarà la vecchiaia, fatto sta che anche per le operazioni più semplici  – contare otto quadretti, fare i puntini tra le classi dei numeri – devo allontanarmi e controllare due volte. Chissà se con le lenti progressive cambierebbe qualcosa. E comunque, quando leggo “lenti progressive”, la prima cosa che mi viene in mente è “After The Ordeal”.

xl

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La tipa denutrita della pubblicità Borghetti che gioca a calcio balilla dice una battuta, anzi una sola parola, che poi è il brand, e la pronuncia malissimo. E se hanno scelto quel take, chissà quanti ne hanno scartati tra quelli registrati prima e, soprattutto, com’erano. Ci ho pensato all’uscita dal cinema dopo aver assistito a “Anatomia di una caduta”, uno dei migliori film di tutti i tempi per numerosi aspetti, a partire dalla bravura degli interpreti. Persino il cane recita in modo straordinario – non voglio spoilerare nulla ma la scena finale è straordinaria – ed è molto più convincente di qualunque attore italiano, anche i migliori, quelli del cinema, quelli della tv, per non parlare di quelli delle pubblicità. Per recitare così male nei consigli sugli acquisti, anche se gli unici che non cambiano canale quando trasmettono gli spot siamo solo noi studiosi di comunicazione, ci vuole davvero del talento. E quello che colpisce di lei non è solo la dizione, ma il fatto che ha il girovita largo quanto il mio polpaccio. La grassofobia, in Italia, è una delle peggiori attitudini che poi, con tutto quello che mangiamo e beviamo, fa sorridere. Anzi, il corto circuito è frustrante. Non riusciamo a resistere al cospetto di una porzione romanesca di cacio e pepe e poi trascorriamo giorni dilaniati dal senso di colpa, fino alla carbonara del fine settimana successivo. La dieta mediterranea è una disdetta. Ho un’alunna di origini senegalesi, ampiamente oltre il suo peso forma, che non ha mai usufruito della mensa scolastica prima di quest’anno. Riconducevamo la scelta dei genitori a motivi religiosi – la carne di maiale eccetera eccetera – ma ad assistere alla voracità con cui chiede i bis di tutto abbiamo compreso che, tenerla a casa a pranzo, era una forma di controllo e tutela della sua salute. Se sostenete che a scuola non si mangi bene siete in malafede. Al limite, posso darvi ragione solo per il distributore automatico dedicato a insegnanti e ATA. Costa tutto molto poco, ma la qualità è vergognosa. Dicono che in certi licei privati del centro ci siano addirittura i cesti di frutta e le macchinette per prepararsi centrifughe e spremute come nelle filiali delle multinazionali che frequentavo prima di immolarmi alla scuola. Da noi è sotto soglia anche il caffè, una brodaglia seconda solo alla bevanda al sapore di the (o di te, come biasciava Young Signorino) ma dopo il pasto della mensa è un appuntamento a cui non so resistere. Il distributore si trova al secondo piano, uno sopra la mia classe, e prima di scendere in giardino è un tappa obbligata. Alcuni dei miei alunni si mettono davanti ai dolciumi come quelle storie di una volta in cui i bambini poveri, durante i giorni di festa, trascorrevano il tempo sospirando di fronte alle vetrine delle pasticcerie. Sanno che, oltre al caffè, talvolta mi concedo anche il dessert. Quando succede, insistono perché sperano che il Kinder Bueno o gli Oreo o il Kit Kat al caramello salato, dopo la selezione, restino incastrati negli ingranaggi. Quando succede, infatti, scuoto con forza il distributore per far cadere lo snack e, siccome il costo del prodotto non viene accreditato nella chiavetta in caso di mancata erogazione, ne prendo un secondo. Avrete capito che, a botte di junk food, la larghezza dei miei fianchi è di almeno tre volte la tipa del Borghetti, ma chi se ne importa, ho quasi sessant’anni. Metto i bambini in fila, soffio sul caffè, scarto la prima delle due merendine con cui concluderò il pranzo, e come se vivessi in una pubblicità televisiva, quelle con i maestri fighi e magri, mi avvio in giardino con il codazzo di discepoli, orgoglioso del pessimo esempio mostrato.

magritte

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Non c’è cosa più surreale della guerra. Allo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina ne abbiamo parlato molto, in classe. Dell’attacco di Hamas e del conseguente assedio di Gaza da parte di Israele molto meno, probabilmente perché la questione palestinese è più complessa, ce l’abbiamo anche in casa e, anche tra adulti, si percepisce come qualcosa di trito e ritrito o comunque un conflitto che coinvolge, almeno da una parte, un popolo di straccioni e poco influenti in certi equilibri globali a meno di non mettersi alla guida di aerei di linea. Secondo me è stato più l’istinto che hanno i docenti a non ripetersi per non annoiare gli alunni. Le attività di sensibilizzazione ce le siamo bruciate tutte per Putin e Zelens’kyj e nessuno ha voglia di sbattersi a cercare materiale didattico sulla pace nel mondo diverso da quello già impiegato in precedenza. Ho una bambina egiziana, in classe, che da quello che ho visto sul profilo Facebook del papà proviene da una famiglia decisamente entusiasta della loro religione e delle tradizioni del paese di origine. Sfoggia il suo nome in arabo a fianco di quello in italiano sulle etichette dei quadernoni ricoperti dalle copertine colorate. So che ha partecipato alla manifestazione pro Palestina di qualche settimana fa, me lo ha detto lei il lunedì successivo al rientro a scuola. Giovedì scorso ho avviato una bella attività di arte dedicata a Magritte, un’artista che trovo banale e ampiamente sopravvalutato ma che fa impazzire i bambini. Dopo una presentazione generale della sua opera li ho messi alla prova. Dovevano disegnare su un foglio bianco A5 un oggetto a loro scelta, colorarlo, ritagliarlo e incollarlo su un cartoncino colorato corredato dalla celebre dichiarazione di intenti sulla differenza tra la realtà e la sua rappresentazione artistica: questa non è un pipa (e, a dirla tutta, nemmeno questo è un blog). Ho pregato la classe di non ritrarre palloni da calcio, maglie del Milan e di altre squadre, smartphone e altri gadget digitali, ma di limitarsi a oggetti come la pipa e di dare fiato alla creatività. Un orologio, una tazza, una mela, una sedia, cose così. Avete indovinato: la ragazzina egiziana ha disegnato la bandiera palestinese, e la didascalia sotto “Questa non è una bandiera” ha dato vita a un corto circuito di significati non da poco.

banksy

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Ho un giovane collega molto preparato – ha una laurea in scienze della formazione alla Cattolica a cui ha fatto seguire un master in sostegno, conseguito presso lo stesso ateneo – a cui mi rivolgo quando non so a quale teoria psico-pedagogica ricondurre le esigenze pratiche che mi trovo ad affrontare in classe. Mi fa sentire meno speciale sapere che c’è una collocazione universalmente consolidata a cui associare un problema a cui la mia incompetenza non riesce a dare una risposta. A scuola è impossibile standardizzare procedure didattiche perché ogni bambino e ogni adulto con cui si sviluppa la relazione sono differenti – e la gamma stessa delle dinamiche delle relazioni è pressoché infinita – ma poi, alla fine, un po’ per poter tracciare i dati come si fa nelle aziende quando occorre certificare qualche processo, si riesce a emettere un codice (attenzione, è una metafora) da stampare su un’etichetta (attenzione, è una metafora) e lasciare il fascicolo (attenzione, è una metafora) in uno scaffale ben preciso (attenzione, è una metafora) a disposizione di casi analoghi.

Il mio giovane collega mi consiglia di fare così e cosà e la cosa in effetti funziona, al netto del rischio che la relazione, nel frattempo, non abbia già preso una forma diversa da quella che credevo. I tempi di intervento delle persone e delle strutture che dovrebbero fornire sostegno a scuola e famiglie per i casi difficili sono così inadeguati da risultare ridicoli e paradossali. Con le organizzazioni pubbliche addirittura segnali il rischio di un disturbo dell’apprendimento o anche un problema più eclatante in seconda e, a essere ottimisti, ottieni una certificazione in quinta. Potete immaginarne l’efficacia in una fase della crescita e dello sviluppo così imprevedibile, come nei bambini. Ma, ripeto, io sono un copy con la passione per i Cure, per questo mi rivolgo costantemente a chi ne sa più di me, cioè chiunque.

Continuano però a sorprendermi certi metodi a dir poco d’urto che si adottano in caso di situazioni in cui la sicurezza dell’alunno problematico e, di conseguenza, di chi gli sta intorno, è a rischio, sostanzialmente perché la risolutezza di intervento è un meccanismo che non è proprio nelle mie corde. Non sono mai pronto a fare la cosa giusta quando ho poco tempo a disposizione, questo in generale, perché ho bisogno di riflettere a lungo per valutare, e purtroppo in natura è un approccio non ammesso. Senza contare che sbaglio sempre, indipendentemente da quanto ci metto ad agire. Se fossi una preda sarei già stato il pranzo di qualcuno una tacca sopra di me nella catena alimentare da un pezzo.

Ho una collega che è un vero e proprio marcantonio e, per annientare le smanie autodistruttive di un suo alunno, uno scricciolo di terza, gli monta letteralmente sopra bloccandogli le braccia con le ginocchia e sedendosi sulle sue gambe. La sua classe è proprio a fianco alla mia e mi è già capitato di venire chiamato in soccorso per intercettare le sue fughe e impedirgli di fare dei danni. Quando succede, poi sto male tutto il giorno perché è facile far leva sulla forza, con un bambino, ma mi rendo conto immediatamente che si tratta di un’arma sovradimensionata.

Anche il collega esperto in pedagogia che vi ho introdotto prima non è da meno, quando lo vedo rispondere senza tanti complimenti agli assalti ciechi del suo asperger a bassissimo funzionamento. Lui ha anche un altro alunno arrivato da poco – un bambino che sarebbe come tutti gli altri se non gli fossero capitati in sorte due genitori a dir poco distratti – e che ora è in affido presso un’altra famiglia, per il quale adotta spesso soluzioni drastiche. Gli impartisce castighi esemplari d’altri tempi. Se si comporta male a pranzo lo sposta in un banco da solo all’altro capo della mensa e lo fa sedere voltato di schiena rispetto ai suoi compagni se l’ha combinata grossa. A quel punto gli vengono certi lacrimoni che, se fosse un mio alunno, mi metterei in ginocchio al suo fianco implorando le sue scuse e cercando di consolarlo nel modo più efficace. Come vedete, come educatore non valgo una cicca. Il mio collega dice di lui che ha una stima di sé bassissima perché ha la tendenza ad auto-infliggersi punizioni. Quando succede, gli dice che non deve farlo perché l’insegnante è lui (il mio collega) e che, per ristabilire l’ordine delle cose, una persona è sufficiente.

Ora sentite questa. Ieri l’altro andavo a zonzo per i vicoli della mia città preferita, probabilmente il centro storico più grande in Europa, un luogo d’altri tempi che, malgrado Airbnb e la gentrificazione, pullula ancora di spacciatori, microcriminalità, tossici e prostituzione. Non sto a dirvi quanto mi abbia sorpreso leggere scritto con lo spray sul muro di uno degli edifici fatiscenti di quei bassifondi la scritta “ilmiocognome merda”. ilmiocognome è il mio cognome, che non scrivo per ovvi motivi di privacy, e vi assicuro che non è così tanto diffuso. Ho abitato a qualche centinaio di metri da lì, più di venti anni fa, e un graffito così fresco non saprei come giustificarlo. In passato so di non essermi comportato bene con qualche persona, ma si tratta più che altro ex fidanzate con le quali non ho saputo chiudere senza perdere la dignità, mentre ora davvero cerco in tutti i modi di assumermi le mie responsabilità o, se proprio ho paura, mi sottraggo ai conflitti e ammetto di avere torto proprio per non alimentare inimicizie.

Sono stati i carissimi amici con cui mi trovavo in quel momento, veri esperti del quartiere, a tranquillizzarmi. Escluso che si potesse trattare di me, abbiamo formulato qualche ipotesi sulle cause dell’omonima nel graffito: un regolamento di conti tra pusher e clienti, una delazione, o più probabilmente un membro delle forze dell’ordine che non è andato tanto giù per il sottile con qualcuno della zona. Di certo, con questa merda, siamo parenti, in qualche modo. Io, ve lo giuro, non ho fatto niente, e poi da più di vent’anni vivo a duecento km da lì. Ho scattato però una foto alla scritta “ilmiocognome merda” perché non capita tutti i giorni di beneficiare di visibilità di questo tipo e l’ho messa come immagine della testata di Facebook. Non so se c’entri con la stima di sé, in questo caso di me, e con il discorso dell’infliggersi auto-punizioni, ma mi sembra tutto sommato il punto più basso di qualcosa che non so definire.

capire l’acca

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Ero mosso da una voglia irrefrenabile di chiedere all’impiegato vestito da infermiere che ha registrato i miei dati propedeutici alla somministrazione del vaccino che sport praticasse. Il camice era così teso all’altezza dei suoi bicipiti che non riuscivo a staccare gli occhi di dosso da quelle braccia inutilmente possenti per l’attività di data entry. Mi piacerebbe trascorrere almeno un giorno della mia vita con un fisico così, per vedere cosa si prova. Probabilmente mi divertirei a dare ceffoni a destra e a manca, anzi a destra e basta. Anche se, e immagino di avervi già informato, se fossimo provvisti di questa funzionalità mi reincarnerei per 24 ore in Stefano Bollani e non sprecherei nemmeno un minuto senza suonare al piano tutto quello che mi passa per la testa. Comunque, con l’infermiere, mi sono trattenuto per più di un motivo. 1. Non era il momento. 2. Non volevo che la mia curiosità passasse per broccolaggio, era del sesso sbagliato. 3. Era straniero e già stentava nella traduzione delle mie risposte in un linguaggio adatto alla digitazione finalizzata al completamento del certificato sul programma che stava utilizzando. E, last but non least, sono strasicuro che avesse i capelli tinti di nero. Il colore si diradava in un modo anomalo sulla pelle marrone scuro del suo cranio, fattore che ho interpretato vincolato a un’età non più verde. Io di quelli che hanno il fisico così e hanno più o meno i miei anni non mi fido granché. Quando vedo Lollobrigida tutto compresso nei suoi completi da fratellista d’Italia o l’ex compagno della presidentessa del consiglio gonfio come un bignè, penso a quanto tempo perdono in palestra anziché favorire le arti liberali, che poi la mia è tutta invidia. Quando mi sposto per la scuola con il mio portamento claudicante, curvo, asimmetrico e con gli abiti – sempre quelli – che mi cascano addosso, mi chiedo cosa pensino i miei colleghi. Anzi, lo so e lo leggo negli occhi di Rosina, la bidella, che mi fa notare che quando mi vede ho sempre qualcosa di tecnologico in mano, anche quando porto una ciabatta, nel senso della multipresa, a chi ne ha bisogno. Gli edifici scolastici vecchi come quello in cui lavoro io hanno impianti elettrici molto datati e gli accrocchi tra prese grandi, piccole e schuko sono la risposta concreta ai corsi sulla sicurezza che ci propinano con cadenze ossessivo-compulsive. Non è raro scorgere gruppi scultorei composti da spine di diversa natura che farebbero venire i capelli dritti a qualunque elettricista dotato di buon senso anche se, per ora, chi rischia le conseguenze delle dita nella corrente sono solo i docenti e i bambini educati a casa liberi di fare qualsiasi cosa. Rosina mi è molto simpatica perché è la prima collega che ho conosciuto – si è rifiutata di farmi entrare, il primo giorno, perché non mi aveva mai visto prima – e, al rientro dalle vacanze estive, ci abbracciamo sempre. Se non deve pulire o sbrigare qualche altra faccenda, se ne sta seduta a completare parole crociate o a leggere. La scorsa primavera la vedevo tutta immersa ne “Il minore”, il libro del principe Harry. Ora è circa a metà di una biografia di Frida Kahlo che curiosamente chiama Frida Osho, forse pe la presenza fuori posto, almeno secondo i canoni grammaticali che si imparano in una primaria come la nostra, dell’acca nel cognome. Lunedì scorso ho provveduto a una supplenza in una prima ed è grazie a lei che me la sono cavata con la parte più ardua della didattica, e cioè aiutare i bambini a indossare piumini e annodare sciarpe. Avevo dimenticato questo aspetto collaterale del mio mestiere. I miei alunni – ho una quinta – ormai sono grandi e già non mi stanno più ad ascoltare. Sono già all’ultimo anno del mio primo ciclo, chissà come sarà ripartire da capo.