italian graffette

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Se volete farmi andare su tutte le furie chiedetemi quanto manca alla fine della lezione. Potete accanirvi verbalmente nei miei confronti con insulti di qualunque gravità, dirmi le peggio cose sulla mia reputazione o su quella di mia madre, ma non chiedetemi quanto manca alla fine della lezione perché quanto manca alla fine della lezione è come dirmi non vedo l’ora che te ne vai. Anzi, a essere precisi non vedo l’ora che tu te ne vada, ma tanto stiamo parlando di mocciosi di seconda che a malapena usano l’indicativo, potete immaginare il congiuntivo. Quando qualcuno alza la mano – e badate bene che il mio veto sugli interventi non inerenti all’argomento di cui si sta parlando è tassativo – e chiede quanto manca alla fine della lezione devo contare fino a dieci, altrimenti risponderei immediatamente con vaffanculo ma, capite bene, non si mandano a quel paese i bambini, con l’aggravante che sono io l’adulto e l’educatore.

Quando qualcuno alza la mano e chiede quanto manca alla fine della lezione conto fino a dieci, faccio un bel respiro e poi consiglio di controllare l’orologio appeso, e se sono in buona do un’imbeccata, una stima di tutti i giri che devono fare le lancette prima della campanella. Se non sono in buona, non aggiungo alcuna spiegazione, piuttosto taglio corto perché devono guadagnarselo, il suono della campanella, e punto. Se mi girano i maroni – anche se i maroni che girano, quando si fa l’insegnante, è meglio lasciarli nel bagagliaio della macchina se andate a scuola in macchina come me – dico che, se si annoiano, possono chiedere la mattina ai genitori di restare a casa, e non sono pochi quelli che fanno delle espressioni del tipo ehi maestro, che idea che mi hai dato, non ci avevo pensato, domani ci provo.

Ma non è sempre così. Domenica pomeriggio mi ha scritto una delle mie alunne preferite ever, una dello scorso ciclo, per dirmi che sta prendendo volti alti in matematica e scienze grazie a me, senza che le chiedessi nulla. Il mio ego si è talmente gonfiato che stamattina, persino al secondo maestro quanto manca alla fine della lezione, il ma andate a cagare l’ho appena appena accennato con un pensiero remoto.

L’email della mia ex alunna aveva assorbito tutto il nervosismo che altrimenti avrei provato. Sabato mattina mi hanno rubato la giacca sul treno. La colpa è mia. Ho riposto giacca e zaino sulla cappelliera appena salito sull’Intercity da Milano per Genova, e mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo – avevo su anche gli auricolari perché la lotteria dei posti random mi aveva penalizzato con due giovani aspiranti ingegneri biosailcazzo che hanno passato tutto il tempo del viaggio a correggere una cazzo di ricerca a cui stavano lavorando, che vita triste quella degli aspiranti ingegneri biosailcazzo, triste ma pagata almeno dieci volte rispetto alla vita triste di un insegnante della primaria con l’aggravante della laurea in lettere con tesi in letteratura latina ma vabbè – dicevo che mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo (“La radice del male” di Adam Rapp) che mica mi sono accorto che qualcuno, mentre il treno era ancora fermo in stazione a Milano, si è impossessato di nascosto della mia giacca e del mio zaino.

A Genova Principe giacca e zaino non erano più al loro posto. Lo zaino era poco più in là, tutto rivoltato in uno di quei scaffali portabagagli verticali che si trovano a metà della carrozza. Ho controllato immediatamente, nonostante dovessi affrettarmi verso la discesa per evitare di proseguire fino alla stazione successiva, ma nello zaino non mancava nulla: maglietta per la notte, boxer per il giorno dopo, rasoio, gel dopobarba, spazzolino, pastiglie per la pressione, caricabatterie e chiavi di casa. Che strano che non si siano portati via tutto lo zaino, un Pantone blu decisamente elegante. Io avrei fatto così, perché rischiare di essere beccati a rovistare in una borsa altrui su un treno?

Della giacca, invece, non c’era proprio traccia. Ero un po’ – come si dice a Genova – invexendato, non capita tutti i giorni (per fortuna eh) di subire un furto. Quando accade è difficile mantenere la calma. Quindi ho riordinato lo zaino, ritenendomi fortunato che almeno quello non mi fosse stato sottratto, e sono sceso. Ma la cosa divertente è che la giacca rubata era un piumino 100 grammi di marca Rifle che avevo acquistato una dozzina di anni fa, blu e con un taglio decisamente fuori moda, a cui a furia di indossare avevo sfondato le tasche, lo sapete che sono fatte dello stesso tessuto piuttosto delicato, e che qualche settimana fa avevo riparato con la cucitrice. Con i punti, avete capito bene, quelle che io chiamo graffette. L’autore del furto si sarà quindi presto reso conto di aver derubato un barbone più barbone di lui, e meno male che avevo desistito dal mettere nello zaino il mio prezioso portatile – da cui raramente mi separo – e di non aver scelto di indossare al posto del piumino Rifle il mio caldissimo montgomery blu. Se mi avessero rubato il montgomery blu, ecco, quella sarebbe stata una vera tragedia, e altro che mandare a cagare chi mi chiede quanto manca alla fine della lezione.

Durante il viaggio di ritorno, oltre ad aver tenuto ben stretti lo zaino e la giacca che ho dovuto acquistare a Genova per non ammalarmi – a Genova non fa freddo ma tira sempre vento – ho fatto così caso a tutti gli annunci trasmessi per avvisare i passeggeri a non lasciare incustoditi i propri bagagli, una frequenza di comunicazione che mi ha tranquillizzato sul fatto che non sono diverso da nessuno. Non sono più fortunato o più sfortunato di altri.

Mi trovo nella media delle persone a cui capitano cose con cui tutti si trovano ad avere a che fare. Una sensazione che mi rincuora e che provo anche grazie a certe pubblicità in cui si offrono soluzioni a problemi che hanno tutti, e che capisco che è normale che tutti abbiano. Le stoviglie particolarmente zozze dopo cotture elaborate, ad esempio, e la necessità di grattare per tirare via lo sporco, per non parlare del rischio che in lavastoviglie non si puliscano secondo certe nostre aspettative elevate. Questo è solo un esempio ma mi fornisce la prova provata che l’essere stato un asino a scuola, condizione che mi relega quasi sempre entro i confini di chi non si sente all’altezza, non implica necessariamente il non riuscire a comprendere come funzionano davvero certe cose pratiche. Utilizzare colle adesive di una certa portata consente di assicurare saldamente piccoli ammennicoli sulle pareti. Il cric, una volta imparato il funzionamento, solleva davvero le automobili e dopo trenta minuti circa a duecento gradi la zucca cuoce davvero, nel forno, proprio come sostengono le ricette. Smarrire la fiducia in se stessi fa perdere la bussola e restituisce una percezione della realtà tutt’altro che attendibile.

break the rules

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La pedagogia si divide fondamentalmente in due correnti principali. Ci sono quelli che permettono ai bambini di salire sullo scivolo arrampicandosi a ritroso sullo scivolo stesso – che poi è la cosa più elettrizzante del gioco dello scivolo in sé, dal momento che alla terza volta che sei scivolato ti sei già rotto i maroni di scivolare giù – e sull’altro versante quelli che lo vietano. Intendo l’altro versante della pedagogia, non dello scivolo, dove al massimo ci sono i compagni di classe che reclamano via libera per lanciarsi di sotto a tutta birra ma hanno la strada bloccata da chi non rispetta le regole perché il pedagogista di riferimento in quel momento sostiene che si possano anche non rispettare.

La mia teoria è che se in cima non c’è nessuno che vuole scendere – e se il tuo comportamento non danneggia una struttura di tutti – puoi fare il cazzo che ti pare. Hackeriamo gli scivoli, che problema c’è. Alla peggio, mentre ti arrampichi al contrario scivoli – appunto -, sbatti la faccia sulla plastica e ti salta un dente da latte, ma è un problema tuo o al massimo del pedagogista di riferimento in quel momento e addetto alla supervisione che poi dovrà vedersela con i genitori che metteranno in dubbio certe teorie campate in aria.

Il fatto è che la regola numero uno per chi opera nella scuola è dare delle regole. Le classi traboccano di cartelloni con regole di tutti i tipi, scritte, disegnate, illustrate con clipart decisamente cheap, scaricate dal web, stampate, colorate. I semafori che stabiliscono se è il momento opportuno per scambiare quattro chiacchiere con il compagno di banco o assistere alla spiegazione in religioso silenzio. Il mansionario che cristallizza chi deve fare che cosa, qualunque tipo di cosa – distribuire, raccogliere, organizzare le sortite al bagno – assiepato di mollette con i nomi dei bambini. L’ordine della fila per due per gli spostamenti quotidiani e quello della fila per uno in caso di evacuazione. E poi regole utili alla convivenza civile in classe: si alza la mano, non si parla quando parla qualcun altro, si dice per favore, gnè gnè gnè e cose di questo tipo.

Capiamoci. Non fraintendetemi per uno di quegli insegnanti che si mettono in piedi sui banchi, anzi. Però c’è una collega a cui questo sovvertimento dell’ordine precostituito dell’impiego dello scivolo proprio non le va giù. La scuola primaria – almeno la mia – pullula di docenti che arrivano direttamente dalle organizzazioni cattoliche e dagli oratori, dove alzarsi e sedersi a comando del prete è all’ordine del giorno, o almeno della domenica, e lei è una di quelli.

Il punto è che il gioco dello scivolo sbagliato lo permetto solo al mio asperger, un bimbetto che conosce solo l’approccio oppositivo come fattore di relazione con l’adulto, così intelligente da cogliere al volo qualunque sfumatura di comportamento in grado di dare fastidio alla persona di riferimento in quel frangente preposta al suo accudimento. Il confronto con lui è una sfilza di no a tutto. Non aprire e chiudere la porta, non accendere e spegnere la luce della classe, non leccare il gesso sulla lavagna, non tocchignare il pc sulla cattedra, non parlare ad alta voce mentre spiego, non sdraiarti per terra nei corridoi, non uscire dalla classe se non ci sono le collaboratrici, non prendere di nascosto le cose ai tuoi compagni, non lanciare il rotolo dello scottex, non girare in tondo intorno ai banchi mentre gli altri lavorano, non far rumore con le penne della LIM perché sono magnetiche e scagliarle contro i tubi del riscaldamento per vedere che rimangono attaccate è divertentissimo ma proprio no, non si fa.

Così ho deciso che ci dev’essere un campo neutro, uno spazio in cui dare sfogo a quell’innato impeto di rompere i coglioni agli altri. Gli permetto di lanciarmi la sfida, con quello sguardo che ormai riconosco a memoria, e poi su a ritroso lungo lo scivolo, con la faccia rivolta verso di me per osservare la mia reazione. Gli sorrido mentre lo vedo arrampicarsi. Controllo solo che sulla pedana in cima non ci sia nessuno. Anche perché dopo un po’, come è facile immaginare, si stufa. Che gusto c’è se il maestro non si indispettisce.

A prendersela, invece, è la collega timorata di Dio, lì con la sua classe, perché a quel punto i suoi bambini cercano di fare altrettanto. Il loro senso della pedagogia va in corto circuito: ma insomma, si chiedono, salire lo scivolo al contrario è consentito oppure no? Nel dubbio, sì. Così, alla volta successiva in cui il mio asperger si precipita nella risalita, nell’invidia del resto della scolaresca, eccola pronta a interferire nel flusso didattico-comportamentale e sostituirsi alla figura in quel momento direttamente responsabile, cioè io, senza nemmeno farmi un cenno.

A me, giuro che le invasioni di campo di questo tenore non rappresentano affatto un problema. Non ho fatto pipì intorno a nessun territorio – nonostante noi esseri viventi di specie animale e di genere maschile siamo rinomati in tutto l’universo per la caparbietà con cui, attraverso le nostre minzioni, ci attribuiamo aree esclusive per l’accoppiamento, la caccia, la residenza e cosucce di questo tipo – tantomeno intorno a nessuno dei miei alunni più bisognosi di attenzione. Anche il mio asperger sembra non prendersela. Nemmeno lui mi degna di un’occhiata. Sbraita qualcosa contro la maestra praticante e corre via, alla ricerca di un nuovo dispetto da perpetrare a qualcun altro.

ex voto

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La cosa più antipatica del mio lavoro è la valutazione. Ho molti colleghi che giustamente vanno in fibrillazione quando devono esprimere giudizi sui propri alunni perché sentono il brivido e amano il profumo della vittoria di chi ha il registro elettronico dalla parte del manico. Io invece non sono capace a prendere decisioni, odio scontentare le persone, non sopporto di detenere qualunque forma di potere e ho il terrore di qualsiasi tipo di conflitto, a partire dalla guerra contro i genitori di cui ho deluso le aspettative, ma anche dover consolare un bambino che ci rimane male per un brutto voto che gli hai appioppato non lo auguro a nessuno. Anche quelli meno simpatici, quelli che passano i bigliettini durante le verifiche, quelli che fanno le linguacce mentre sono voltato verso la LIM, quelli che adorano fare i dispetti e non rispettano la mia presunta autorità.

Lo so, starete pensando che dovrei cambiare mestiere. Che un chirurgo in sala operatoria mica si sottrae alle proprie responsabilità. Che un pilota di un aereo di linea si sobbarca sul groppone la vita di centinaia di passeggeri da un capo all’altro del mondo. Che non ci si deve pensare due volte e tuffarsi se qualcuno sta per affogare trascinato via dalla corrente. E invece è proprio per questo che faccio l’insegnante. Sono solo una parentesi destinata a chiudersi nel giro di qualche battuta spazi inclusi nella vita di una persona, il cui parere è meno che ininfluente, e il cui esercizio quotidiano della sua professione è soggetto a così tante variabili da spingerlo ampiamente al di sotto della soglia dei soggetti fondanti dell’economia di un paese e di una società.

Basta un temporale che allaghi il montacarichi della scuola, la mancanza di connettività, Clara che piange e non vuole entrare perché ha i genitori separati e non ritroverà nel pomeriggio la mamma che l’ha accompagnata la mattina, due bidelle che litigano, Debora che ha lo zaino pieno di formiche perché ha lasciato i resti della merenda tutta la notte dentro e i genitori si interessano poco della cura del suo materiale, Kevin che vomita in mensa – c’è sempre qualcuno che vomita in mensa -, Antonino che sbatte contro Nicholas in giardino perché nessuno guarda dove mette i piedi mentre tutti corrono per sfuggire all’acchiapparello, Marco che è più oppositivo del solito e, con il suo Asperger a basso funzionamento stretto tra le mani, non vuole saperne di alzarsi da terra, il geometra del comune che ti chiama mentre spieghi le coordinate cartesiane, Jonathan che non ha ancora a disposizione i libri di testo – la nonna che gli fa da mamma perché la mamma è in comunità si è dimenticata di prenotarli in cartoleria – e che ti costringe a ricorrere alla fotocopiatrice ma non c’è nessuna bidella al piano e non puoi allontanarti dall’aula, ma poi quando riesci a allontanarti per far le fotocopie scopri che si è scaricato il toner e chi l’ha scaricato non ha avvisato sulla chat i colleghi.

Giusto per fare un esempio. Giusto per dire che è sufficiente un battito d’ali di una farfalla in 3B per far litigare due compagni di banco in 5A e mandare in vacca una lezione che il docente ha preparato meticolosamente il giorno prima, che è una sorta di metafora per dire che nella scuola, almeno la mia, la primaria, è inutile programmare troppo. Si vive meglio a improvvisare per il tre quarti del tempo. Ma allora, se è tutta una performance situazionista o poco più, la nostra, che senso ha valutare gli attori? Non è meglio vivere la scuola come un gioco di ruolo che si gioca tutti insieme, nessuno che vince, nessuno che perde?

ex

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Anche noi della primaria abbiamo ex pupilli a cui restiamo nel cuore e che tornano a farci visita alla fine del percorso scolastico, ancora imbevuti dello strascico delle emanazioni della nostra saggezza. Certo, gli alunni dei prof dell’attimo fuggente – o dalle nostre parti gli emuli di Alessandro Gassman in versione filosofo – una volta archiviata la maturità sono adulti fatti e finiti e possono incontrare i loro capitani scalatori di banchi al bar e tracannare birre insieme. Succede anche tra la secondaria di primo grado e quella di secondo (in questo frangente forse la birra non è il caso), nonostante la permanenza dei vostri figli nell’ordine di mezzo (la vera cenerentola della scuola italiana) sia ai limiti dell’inconsistenza e ci sia un turn-over di colleghi precari che fa perdere l’orientamento anche ai ragazzini più disponibili all’empatia e sensibili al fascino dei loro docenti.

La primaria invece è quel posto dove in prima accogli bambini che si cagano addosso, non sanno salire e scendere le scale, rovesciano l’acqua in mensa e ti vomitano sulle scarpe nuove (oggi più che mai: un seienne del 2025 ha la maturità emotiva e la percezione del proprio corpo di un duenne di trent’anni fa, o banalmente non apprezza i tuoi gusti in fatto di calzature) e li lasci cinque anni dopo con il ciclo – principalmente le femmine – e i baffetti sulle labbra – principalmente i maschi ma talvolta anche le femmine, e da esperienza personale so che può anche capitare che le scale le facciano ancora aggrappandosi ai corrimano. Poi se ne vanno e tempo qualche mese li trovi su tik tok, sempre che tu abbia tik tok (in realtà c’erano anche prima ma ai fini della narrazione è più efficace) e di base restano quei patatoni adorabili rompicazzo che ti hanno mitragliato a ripetizione di domande assurde, senza nemmeno alzare la mano prima, fino al giugno precedente, solo che in tempesta ormonale e con le tette.

Te li ritrovi tra le scatole fin dai primi giorni della prima del ciclo successivo mentre sei alle prese con lo svezzamento dell’ennesima batteria di mocciosi. Ti vengono a salutare all’uscita perché hanno sorelline e fratellini ancora alla primaria e ti mettono in imbarazzo rovesciandoti addosso aneddoti sui colleghi delle medie a conferma dei pregiudizi che avevi maturato conoscendoli dietro le quinte della didattica e consentendoti, grazie alla testimonianza diretta di utenti finali più che attendibili, di giungere alla conclusione che capita spesso che i prof delle medie non siano del tutto registrati (colleghi professori delle medie sto scherzando, eh).

Uno dei miei ex alunni preferiti è un ex bimbo, ora adolescente quasi alto come me, di origine cinese e che raccoglie una quantità eterogenea di disagi che non vi sto a raccontare, anche perché non potrei per ovvi motivi di privacy. Escluso da tutti, mi è stato addosso durante gli intervalli in giardino per cinque anni e ogni tentativo di inclusione con i compagni è finito con un buco nell’acqua, sicuramente per colpa mia, ma vi posso assicurare che anche lui ci ha messo del suo. Non riuscivo a togliermelo di mezzo in nessun modo, ho passato ore e ore in giardino a intrattenerlo con passatempi basati sulla matematica estemporanea (numeri e forme sono la sua passione) e il bello è che ora, da quando ha terminato la quinta, oramai due anni fa, si vergogna persino a salutarmi, una reazione oltremodo comprensibile. Darei qualunque cosa – compreso il mio orgoglio – per la sua emancipazione, il nostro rapporto precedente ed esclusivo su tutto. Come se non bastasse, ha un fratellino che fa la quinta – sembrano gemelli – e che è altrettanto impenetrabile quanto lui.

La dinamica con i rampolli di quella famiglia però quest’anno è stata scardinata dalla terza sorellina che è arrivata da noi in prima e che è una specie di diavolo della Tasmania di esuberanza e simpatia. Si precipita allontanandosi da ogni fila per abbracciarmi quando mi vede nei corridoi e mi saluta urlando il mio nome con un entusiasmo che non saprei descrivere. Ieri mi si è abbarbicata alle gambe con un sorriso ai limiti delle sue possibilità maxillo-facciali. Piacevolmente sorpreso, ho fatto altrettanto e mi sono permesso di chiederle di portare i miei saluti al fratello maggiore, che da quando non è più mio alunno avrò visto si e no tre volte.

Immediatamente ha messo su una maschera di perplessità, si è staccata da me e mi ha ammonito che no, non me lo avrebbe certo salutato perché “è cattivo e mi picchia ogni giorno”, per di più in combutta con il fratello di mezzo. Le ho chiesto così se avesse fatto cenno ai genitori delle modalità di messa in pratica sul campo di questo rapporto diversamente fraterno. E, da quanto mi ha riportato, sembra che la mamma e il papà l’abbiano persino sgridata, sottolineando di non avere il tempo per badare a queste cosucce. Conoscendoli, dopo cinque anni di GLO e di colloqui, non è stata certo una sorpresa. Una coppia apparentemente molto presente e attenta, ma nell’intimità domestica – stando ai racconti stessi dei bimbi e dell’educatrice che assiste il mio ex alunno – a dir poco originale. Io ho preso le prime lo scorso anno ed è un peccato aver mancato la sorellina per un soffio. Chissà come sarebbe andata, tra noi due.

le ultime parole

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Quest’anno le prime settimane di settembre sono volate. Un po’ mi spiace di aver dilapidato questo patrimonio di tempo – il mio periodo preferito – ricco di emozioni pre-autunnali e che non teme confronti, ma ho un alibi.

Se fate il mio stesso lavoro, è inutile scendere nei particolari di ciò che la ripresa dell’anno scolastico, prima della ripartenza di quello che costituisce il core business del mestiere dell’insegnante – stare in classe con i mocciosi, comporti. Dal primo collegio docenti alla prima campanella si manifesta un’orgia di incombenze fatali per la tenuta di noi docenti, fuori allenamento dopo gli innumerevoli mesi di ferie (uno e rotti per gli addetti ai lavori, quattro pieni per la questura) che ci sono concessi, tanto che già dal primo giorno effettivo di lezioni ci ritroviamo a sfogliare il calendario appeso in classe – il mio è di una marca di caffè prodotto nella mia città natale che compro a lotti di dieci confezioni da 250 grammi per volta ma, da quello che vedo nelle aule della scuola in cui insegno, non supera nessun altro esemplare in quanto a trasgressione o impegno civile, tanto meno quello dell’Erbolario appeso in 4A – e tentare una stima dello iato rispetto alla pausa natalizia, a maggior ragione in anni come questi in cui i ponti smorzano oltremodo qualunque anelito di pelandronaggine.

Ma questa volta è stato diverso. In questa dozzina di giorni precedenti l’ora zero mi è stata affidata una ragazzina di prima secondaria, alle soglie della seconda, per una serie di incontri individuali finalizzati al supporto allo studio e all’orientamento al metodo all’interno di un progetto – reso possibile grazie ai finanziamenti del PNRR – a cui è stato dato un nome che richiama lo sforzo di colmare proprio la voragine di fiducia reciproca che i disturbi dell’apprendimento rischiano di scavare tra la scuola e gli studenti.

Il percorso che ho pensato, da articolare lungo dieci ore totali distribuite lungo otto incontri, alcuni di un’ora e altri di novanta minuti, l’ho intitolato con un altisonante “Italiano al PC” e ha risposto alla richiesta arrivata dai suoi docenti di allenarla a scrivere, prendere appunti e realizzare schemi attraverso i software a disposizione. Alla base di questa scelta ci sono le difficoltà con cui si trova a combattere quotidianamente, un mix tra disgrafia e dislessia che le impedisce di mettere a frutto la sua forte volontà e un’intelligenza decisamente sopra la norma.

Almeno, questo è quello che ho percepito io di lei al termine dell’esperienza. Per i colleghi che l’hanno abbinata a me contava solo l’impatto performativo del suo chiamiamolo disturbo, un fattore che ha alimentato in me un pregiudizio che per fortuna è stato smentito lezione dopo lezione. Potrei sbagliarmi, certo. I suoi docenti l’hanno avuta in classe per un anno scolastico intero, al contrario per me è stato meno di una conoscenza superficiale. Ci siamo messi vicino, lei ed io, e insieme abbiamo scritto, riassunto, realizzato mappe, sistemato presentazioni. Arrivava nel primo pomeriggio, direttamente dall’oratorio, stanca, accaldata e con le mani sporche e le unghie piene di terra. Nonostante questo, non ha mai chiesto di fermarsi un attimo, malgrado le ricordassi che, nel caso, non ci sarebbe stato nessun problema.

Ma poi è successa una cosa che ha dell’incredibile. La penultima lezione le ho proposto un lavoro per il quale avrebbe dovuto scegliere, come argomento su cui cimentarsi, o il suo film o il suo libro preferito. Non ci ha pensato su più di tanto e ha indicato senza esitazioni il romanzo per ragazzi “Paolo sono” di Alex Corlazzoli. A fronte della mia curiosità su una scelta così spiazzante, per un adulto, ha immediatamente e irrevocabilmente confessato e condiviso il suo smisurato e appassionato interesse per la mafia, non solo in letteratura o cinema ma anche nella cronaca.

Nell’incontro successivo, quello conclusivo, ha portato apposta per me uno zaino ricolmo della sua collezione di libri sull’argomento che custodisce nella sua cameretta, un gesto che non poteva passare inosservato e una richiesta di confronto che non potevo certo lasciare cadere. Mi ha steso non solo con dettagli su fatti noti e con una capacità di fare collegamenti – Falcone e Borsellino, Giuseppe Di Matteo e il suo cavallo – ma anche con aneddoti personali. Trascorre parte dell’estate a Palermo dai nonni, con i quali visita i luoghi importanti legati alla storia della criminalità organizzata e agli avvenimenti più cruenti che si sono verificati in città. Mi ha persino raccontato della prozia vicina di casa di Brusca, che sosteneva che sembrasse una persona normale, uno che salutava sempre, e non ha dubbi sul voler fare il magistrato da grande.

Non ho resistito, rientrato a casa dopo l’ultima lezione e ancora prima di firmare la presenza sulla piattaforma dedicata, dall’inviare una e-mail alla madre per confidarle quanto sia stata arricchente per me quell’esperienza. Si è trattato di un vero e proprio corso di recupero. Credo di aver recuperato, in tempo per la prima campanella, il senso della scuola.

microflor adulti più

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Mi ero dimenticato il nome dell’integratore che il mio amico Fulvio mi aveva consigliato per migliorare le prestazioni della memoria e di tutto il contenuto della scatola cranica tout court, che detta così sembra proprio una battuta di quelle che non fanno ridere. Allora, per sdrammatizzare, glielo ho chiesto nuovamente tramite whatsapp e proprio in questo modo. Nei momenti di stress o di particolare affaticamento quelli che io chiamo inappropriatamente svarioni, e che nel mio lessico meno che famigliare indicano cose che si fanno o si dicono al posto di un’altra, si manifestano tutt’altro che di rado. A fine anno scolastico sono così stanco che inverto l’ordine delle parole mentre spiego alla LIM, oppure squilla il telefono in macchina e non ricordo cosa devo fare, qual è la sequenza delle azioni, per non parlare della settimana scorsa quando ho messo in bocca l’accendino e ho tentato di generare il fuoco con la sigaretta e tenete conto che non fumo nemmeno.

Ieri, ultimo giorno di scuola, alla mamma di Alex che è venuta a prendersi la sacca delle scarpe di motoria nonostante avessimo raccomandato ai bambini di ricordarsi di riportarle a casa – chissà a settembre che piedi avranno – ho detto che erano rimaste in classe delle scarpe ma che erano di Alex, come se Alex – che era lì insieme alla mamma – fosse un altro bambino, non so se mi sono spiegato. Una cosa strana perché so di sapere i nomi di tutti anche se, in classe, li sbaglio continuamente. Dovrei rallentare come fa Corrado Augias, con cui da un po’ condivido il colore e lo stile dell’acconciatura e di cui invidio fortemente la lucidità, quando spiega le cose in tv.

D’altronde è un dato di fatto che la dimensione più adeguata ai riflessi della terza età sia proprio questa in cui mi sto cimentando ora, cioè la scrittura. Ogni parola necessita di un tempo ragionevole per essere messa nero su bianco e, al netto dei typo, c’è sempre il margine giusto tra pensiero e azione. Nelle conversazioni noi vecchi di merda dovremmo mantenere proprio questo ritmo qui, quello che sto seguendo io anche se voi non mi vedete e sempre che voi non siate come certi miei colleghi che non utilizzano più di un solo dito di una sola mano per scrivere sulla tastiera, e fare gli scrutini con loro al registro elettronico è sempre un bagno di sangue.

Io scrivo al pc con una certa regolarità oramai da trent’anni e non solo non riesco più a usare penne e matite – non vi dico le figuracce con i bambini a scuola – ma sono in grado di digitare sui tasti con entrambe le mani e guardando di lato, proprio come faceva la mia ex datrice di lavoro che scriveva le email da mandare ai clienti guardando la persona che le suggeriva il contenuto anziché lo schermo con un’inclinazione del collo da bambina protagonista de “L’esorcista”. Parlavo di lei giusto ieri con mia moglie. Mi chiedevo quanti anni abbia ora la mia ex datrice di lavoro e perché non sia ancora andata in pensione. Ma di cosa stavamo parlando? Non ricordo più. Ah, giusto, la memoria.

prova a dire cioppi cioppi

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Il motivo per cui la scuola prevede tre mesi di vacanza per studenti e insegnanti principalmente è dovuto al fatto che, se non vi fosse soluzione di continuità, studenti e insegnanti si metterebbero le mani addosso. Anzi, coinvolgerebbero il personale amministrativo, i collaboratori ai piani (già bidelli) e persino i presidi – e ci aggiungerei pure i genitori e i rappresentati dei libri – in una rissa globale in cui darsele di santa ragione. Ragazzi, che fantastico sfogo che sarebbe. Sogni a parte, le avvisaglie di questo decorso interrotto sagacemente, per fortuna, dal suono dell’ultima campanella dell’ultimo giorno di scuola, sono già nell’aria a partire dal rientro dal ponte delle vacanze di pasqua la cui durata è direttamente proporzionale alla profondità della consapevolezza che si stia molto meglio a casa con l’educazione parentale – lato utente finale – e con lo smart-working – lato operatore di settore.

Io lo so il perché: a fine maggio i bambini puzzano di bambino esagitato e sono fuori da ogni grazia di dio, fattori che, uniti alla stanchezza diffusa e incontrollata dell’intero ecosistema pedagogico, rendono l’esperienza didattica decisamente faticosa. I docenti non sono meno nervosi, e lo scontro è inevitabile. Fino a quando si consuma un miracolo, lo stesso che si ripete dalla notte dei tempi. C’è una data di fine anno scolastico che sancisce la vittoria sulle barbarie e sull’oscurità e il ritorno a un umanesimo sociale e conseguente rinascimento relazionale in cui tutti, al sicuro dalle proprie vacanze effettive o presunte (quelle degli insegnanti sono presunte, quelle degli studenti lo sono solo nel caso di debiti didattici) tornano a ricoprire il proprio ruolo, almeno fino al ponte di pasqua dell’anno scolastico successivo. I docenti, a preparare il materiale in vista della ripresa e a ricostruire la propria dimensione auto-percettiva con aspettative che nemmeno un prof de “L’attimo fuggente”. Gli studenti, a fare il pieno di buoni propositi come ringraziamento per “averla scampata bella ancora una volta e il prossimo anno si comincerà a studiare e riordinare gli appunti presi in classe sin dal primo giorno”, proposito la cui bontà viaggia con una data di scadenza inferiore a quella di un cartone di latte fresco.

Io non sono da meno. Da qualche settimana rispondo ai miei bambini come fa quel cabarettista specializzato nell’interpretazione degli stereotipi umani che popolano le scuole italiane. Sono ormai dipendente dalle sue gag, in cui mi ritrovo moltissimo, e oramai, privo per ragioni anagrafiche di ogni inibizione, non riesco a trattenermi. Una sorta di incontinenza di sarcasmo che prima o poi, lo so, mi si ritorcerà contro. Stamattina Alex è venuto a dirmi che Nathan aveva detto una parolaccia. Ho chiesto ad Alex che parolaccia avesse detto Nathan – una richiesta pericolosa, lo so, ma i bambini sono solitamente molto pudichi nel ripetere volgarità al cospetto di un insegnante, diventano subito rossi e a malapena si spingono a pronunciare le iniziali oppure danno suggerimenti da gioco a quiz su raiuno, cose tipo “ha detto quella parolaccia con le due zeta” – e invece Alex, che è esonerato da religione, ha riportato fedelmente, letteralmente e senza peli sulla lingua una bestemmia da competizione. E siamo solo in prima elementare.

Io non sono riuscito a trattenermi e gli sono scoppiato a ridere in faccia. So di non aver dato un bell’esempio, peraltro in quell’istante tutti mi stavano guardando – c’era l’intervallo – deducendo cosa fosse accaduto perché nel frattempo la notizia si era diffusa. Ora andranno a casa a dire ai genitori che “il maestro ride quando bestemmiamo”, ma non è quello il punto. Alex, lo dovreste vedere. Ha due guance così carnose che ora che siamo a fine anno e vale tutto gliele stringo – delicatamente – con una mano in modo che le labbra si concentrino estrudendosi dallo spazio dedicato e poi gli chiedo di dire cioppi cioppi, che è un gioco che faceva mia figlia quando aveva l’età di Alex, fa sembrare i bambini dei pesci e mi dà molta soddisfazione.

E comunque alle colleghe più maestre degli altri, le ipermaestre, in questo periodo si accentua quel tono cantilenato con cui – per deformazione professionale – si rivolgono anche ai colleghi (farei un podcast audio solo per farvi capire a cosa mi sto riferendo, ma se siete insegnanti della primaria come me avete capito bene) e che lo sforzo di tenere a freno il nervosismo per la fine dell’anno e tutto quello che abbiamo detto prima, porta la cantilena all’eccesso, una roba da non credere, quasi da film horror.

E io, al cospetto di così tanta stupidera in classe, di coltri atmosferiche gravide di entusiasmo e ormoni prepuberali così fitte da tagliare con il coltello, avrei tanta voglia di smettere di fare lezione all’improvviso e imbastire, seduta stante, un dj set di musica deprimente come so io dedicato proprio a loro, ai miei bambini, così carini le prime settimane di scuola, così diabolici a maggio. Io me ne intendo di musica deprimente. Sono cintura nera di musica deprimente. Potrei soffocare quella supponenza e quella boria tipica di chi ha tutta la vita davanti in un istante, con versi come quelli di “Endsong” dei Cure, quando Robert Smith verso la fine della canzone canta che

è tutto finito, è tutto finito
mi perderò nel tempo, non ci vorrà molto
è tutto finito, è tutto finito, è tutto finito
lasciato solo senza niente alla fine di ogni canzone
lasciato solo senza niente alla fine di ogni canzone
lasciato solo senza niente
niente
niente
niente

mirko

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Quel tizio là fuori ha i capelli rosa e, quando gli passo a fianco, noto un piccolo tatuaggio ripetuto su entrambe le tempie. Non mi soffermo a lungo a osservarlo, non vorrei cacciarmi nei guai – cazzo c’hai da guardare? – ma mi sembrano dei disegni a forma di saetta dalla punta convergente verso gli zigomi proprio come quelli che compaiono nel menu a tendina di Google Presentazioni cliccando su inserisci -> forma. Non ci sarebbe nulla di male se non mi trovassi all’uscita della scuola primaria in cui insegno, in mezzo a decine di genitori e bambini urlanti, e l’uomo dalla chioma che sembra un livello di Candy Crush non avesse quarant’anni e fosse il papà di una mia alunna, la seconda di quattro figli di cui l’ultimo di poco più di un anno, lo vedo in braccio alla madre quando c’è lei a prenderla. Alla consegna delle pagelle, che ora si chiama informazioni quadrimestrali alle famiglie dato che, nell’era del registro elettronico, le pagelle non si consegnano più e da un bel pezzo, è stata lei a dirci che con il marito, poco prima di natale, hanno risolto la faccenda. Erano in crisi e pensavo che alla fine il buon senso avesse prevalso. E infatti è successo proprio così, ma non nel (buon) senso che intendevo io. Il marito non vive più con loro e la notizia mi ha lasciato un po’ così, nel senso che non sono certo un bacchettone e la cosa importante è la serenità dell’ambiente famigliare in cui crescono i figli, non occorre certo fare i moralisti. Di sicuro è che forse era meglio accorgersene prima di cagarne fuori quattro. Così, appena rientrato a casa, ho acceso il pc e ho guglato il nome del padre della mia alunna. Ho scoperto – aspetto che almeno giustifica il suo look, non certo il suo comportamento – che il motivo per cui sfoggia i capelli colorati con quella tinta pugno in un occhio è che è un componente della band dei Bee Hive. Non so sinceramente al posto di chi sia subentrato, non li seguo più da tempo, di certo non si tratta di Satomi o di Mirko, i membri principali, nel caso si sarebbe venuto a sapere. A vederlo da vicino sembra più un batterista. Se avete seguito le loro vicende, come tutte quelle delle rock e pop star, anche nei Bee Hive c’è stato qualche problema riconducibile alla maledizione di Montezuma, come la chiamava la mia amica Ale, quel fenomeno in cui la compagna/il compagno o fidanzata/fidanzato di una/un musicista si innamora di un altro/a membro del complesso, generando conseguenze a domino e mettendo l’intero progetto a rischio di sopravvivenza. Questo per dire che forse è stata invece la madre della mia alunna a mollare Matt – si chiama così il batterista dei Bee Hive – per mettersi magari proprio con Mirko, quello con i capelli giallorossi, perché nel frattempo si è lasciato con Licia che è tornata con Satomi, quello con i capelli viola. Di certo nessuno dei loro figli ha i capelli blu, tantomeno la mia alunna, questa è l’unica cosa che so di sicuro.

d’istinto

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Tutto da rifare. Da questo quadrimestre tornano i giudizi sintetici alla primaria, nella scala che va dall’ottimo giù fino al baratro dell’insufficienza. Basta quindi con i livelli. Ogni materia avrà una valutazione unica, chiara ed efficace. La precedente modalità è durata sin troppo. Era stata introdotta durante il Covid, mentre facevamo lezioni su Google Meet e i miei bambini della prima di allora si erano trovati costretti a imparare, nel giro di qualche giorno, come si avvia un pc, come si inseriscono le credenziali, come si accede alla app, come si seguono le lezioni a distanza, come si attiva e si disattiva il microfono, quali sono i tempi della DAD e, in genere, come ci si comporta se sei a casa da solo ma dentro allo schermo c’è una classe intera divisa in quadratini che ti ascolta. Tutto questo, ribadisco, in prima.

Erano giusto cinque anni fa, proprio di questi tempi, anzi in queste ore. Una triste ricorrenza, e l’aver spazzato vita uno dei pochi strascichi rimasti – dopo le mascherine, le vaccinazioni e il distanziamento sociale – probabilmente sarà d’aiuto a rimuovere tutto il male che il lockdown ci ha provocato. L’esperienza della valutazione descrittiva dei livelli di apprendimento di ogni singola materia, al contrario, non è stata poi così negativa. Poter raccontare a studenti grandi e piccini e ai loro genitori le considerazioni di noi insegnanti sul loro percorso didattico, lavoro dopo lavoro, per me è stata un’opportunità efficace per non assumermi l’odiata responsabilità di cristallizzare in un valore una prestazione. Una cosa che non sono assolutamente in grado di fare. Ogni errore va contestualizzato, allo stesso modo in cui ogni risposta corretta è a sé. Certo, argomentare tutto questo comporta impegno, dedizione, attenzione e tempo indipendentemente dalla classe in cui il docente opera. In prima primaria ci sono mille osservazioni da fare, tanto quanto in una quinta liceo occorre essere convincenti al cospetto di un pubblico già adulto. Aspetti diversi, chiaro, ma la questione non cambia. A scrivere ottimo, distinto, buono e discreto ci vorrà invece un attimo. Un soffio. Noi insegnanti italiani torneremo così finalmente ad avere tutto il tempo libero che ci compete, secondo la narrazione mainstream. L’importante è che siate contenti voi.

turuturuturu banana

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Quest’anno ho un bambino autistico tenerissimo e quasi per nulla oppositivo rispetto a come ce lo avevano presentato le colleghe dell’infanzia. È a funzionamento bassino ma è uno dei pochi che quando entra in classe la mattina viene a salutarmi, e sempre con il sorriso. Trascorre i primi quaranta minuti stremato sul banco e quando non è coperto dal sostegno non sono capace di coinvolgerlo in nulla. Fino a quando si sveglia e allora riusciamo a intenderci un po’ di più. Ogni tanto lancia qualche verso dei suoi – da metà novembre è in modalità babbo natale e mi delizia nelle situazioni meno adatte con i suoi HO HO HOOOOOO e non gli è ancora passata, nonostante il carnevale imminente – ma se gli dico di piantarla lì smette subito. Stesso discorso con qualche slancio disfunzionale. Ho visto però che rivolgendosi a lui con gentilezza desiste all’istante. Nelle ore con il sostegno probabilmente soffre il fiato sul collo e si innervosisce. Strappa dalle mani dei compagni i giochi che vorrebbe possedere, si sdraia sul pavimento, strilla. Nell’insieme, a parte il primo giorno che per lui dev’essere stato l’equivalente di uno sbarco in Normandia degli stati d’animo e che mi aveva fatto temere il peggio, dà molti meno problemi di altri suoi compagni noiosi, petulanti, infantili e bisognosi di attenzione senza soluzione di continuità.

L’unico problema è che nei rimasugli delle lezioni, quando non c’è niente da fare e chiedo di proporre qualche ascolto musicale da condividere con i compagni, mi chiede di mettere “turuturuturu banana”. La prima volta ho faticato a interpretare la richiesta perché ha tutti i difetti di pronuncia possibili e si fa una certa fatica a capire quello che dice. In più si esprime a raffica e la dizione ne risente. Ho tentato di scrivere nel campo delle ricerche di Youtube proprio le parole “turuturuturu banana” senza successo. Ho sopravvalutato l’algoritmo con cui altre volte, a fronte di titoli farneticanti e pronunce in inglese più che discutibili traslitterate fedelmente, avevo avuto fortuna. Poi qualcuno ha capito e mi ha suggerito di cercare “bing” e così l’ho trovato. Un video dal titolo “La Canzone della Banana” da 6,9 Mln di visualizzazioni pubblicato 5 anni fa. 10+ minuti di cartone animato in cui due entità dalla dubbia natura cantano una canzone che è un misto tra “Manamanà” di Piero Umiliani e “Tequila”. E da quando ha capito la mia passione per la musica mi sollecita l’ascolto decontestualizzato dalle lezioni di musica di “turuturuturu banana” nei momenti meno appropriati, tanto che un giorno non ce l’ho più fatta. Non possiamo ascoltare “turuturuturu banana” ogni volta che me lo chiedi, gli ho detto. Perché non chiedi alla mamma di metterlo? In più è lunghissimo, dura un’eternità ed è tutto uguale. Qui cerchiamo di ascoltare canzoni, non video in cui la musica è un di cui, e poi evitiamo di richiedere lo stesso brano, cerchiamo di scoprire musica nuova. Ma non è servito a nulla. Puntuale, ogni giorno, basta che io abbassi la guardia per un instante, che si palesi un momento destrutturato che lui parte all’attacco. Maestro, mi chiede, possiamo sentire “turuturuturu banana”?

Così, qualche giorno fa, mi sono sentito in colpa. Non posso dirgli sempre di no, anche perché non si arrabbia ma insiste e so che non c’è via di scampo. Quando è rientrato in classe, qualche minuto prima della fine del mio turno, prima della mensa, dopo che l’insegnante di sostegno lo aveva portato fuori per seguirlo nelle attività previste dal suo piano personalizzato, senza dirgli nulla ho fatto partire alla LIM “turuturuturu banana”, versione integrale, dall’inizio alla fine. Non appena ha riconosciuto la sua hit è rimasto con un sorriso stampato sulla faccia per mezzo minuto buono, un’espressione che non dimenticherò mai. Poi mi ha guardato e si è fatto capire bene. Maestro, mi ha detto, questa è proprio una bella sorpresa.