aspetto che si libera

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Credimi, ti capisco. Capisco quanto sia alienante stare seduto tutto il giorno in un ufficio in centro davanti a un Macbook Pro a scrivere cose nelle quali non credi perché fare comunicazione è principalmente una finzione. Lo so, nessuno è convinto che tu abbia interiorizzato così tuoi i prodotti dei quali esalti le caratteristiche, non per questo quando il tuo lavoro che ormai è industrializzato quanto la produzione di un’automobile arriva a destinazione, le persone e le aziende che leggono quello che ti sei inventato decidono grazie a te che compreranno quello che consigli tu ed è questo che conta. Ma tra gli addetti ai lavori è chiaro che il tuo ruolo è pari a quello di un attore che a seconda del copione recita la sua parte. Il che, come dici tu, è oltremodo avvilente. Per questo sono convinto che sia ovvio che dopo tutti questi anni tu sia giunto al capolinea, che i clienti e i loro product manager ti abbiano spremuto a sufficienza. E sempre per questo quando mi dici che basta, che vuoi licenziarti da un impiego a tempo indeterminato per metterti in proprio, io sono orgoglioso di te e non posso che ammettere che tu stia facendo la cosa migliore. Davvero. Avrai facoltà di scelta, avrai pieno controllo della tua vita professionale che per un errore che è tutto nostro coincide sempre più con quella personale, potrai dire si o no a quello che i clienti ti proporranno. Finalmente libero. È giusto che sia così: dai le dimissioni, intraprendi la tua strada, sii artefice del tuo futuro. E avvertimi quando lo farai, così potrò inviare il mio curriculum e candidarmi al tuo posto.

mettere in bolla il presente

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Ma quanto è cambiato, se è cambiato, il nostro lavoro da quando abbiamo iniziato? Ne parlo con un amico con cui ho condiviso gli albori per poi intraprendere carriere diverse, e senza considerare la naturale evoluzione del percorso compiuto – ci diciamo – ci sono numerosi segnali da tenere in considerazione. Che poi parlare di naturale evoluzione oggi non ha più senso, non si entra più al piano più basso e si scala la gerarchia fino ai vertici per andare in pensione da manager come si faceva un tempo, questo perché non ci sono piani bassi, spesso non c’è gerarchia e nella maggior parte dei casi non ci sono nemmeno più le aziende, che nel frattempo cambiano nome e ragione sociale fino a farsi acquisire o controllare e poi chissà. Sempre che non vengano smantellate prima. Ma se ti va di culo e sei in una realtà più o meno resistente non c’è più quella tendenza per cui cresci e sgomiti per raggiungere il top. Continua a leggere

generazione 4000 euro

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Io non so quanto guadagnate voi, voi non sapete quanto guadagno io. E in genere lo stipendio è un argomento tabù tra colleghi del terziario, le aziende lo considerano un dato sensibile e in grado di generare deleteria solidarietà tra dipendenti – questa è una credenza di un certo buonismo di altri tempi perché semmai al contrario genera invidie e astio – e di incrinare i rapporti tra lavoratori e management. Ognuno entra alle proprie condizioni economiche, non esiste il contratto unico e anche quando si parla del più o del meno, e si tocca l’argomento busta paga e retribuzione, tra colleghi si è sempre oltremodo evasivi, si usano lettere da incognita algebrica al posto dei numeri, si danno cifre esemplificative molto poco plausibili. E si tende al ribasso, comunque. Quindi è già difficile avere elementi di paragone interni, figuriamoci fuori. Pecunia olet. Ma un giorno uno come me riceve un modulo da compilare in cui fornire dati personali tra cui l’indicazione del RAL di riferimento e scopre di aver ricevuto una copia di tale modulo con i campi già compilati. Una persona di dodici anni più giovane di me, che quindi si è laureata almeno dodici anni dopo di me e ha iniziato a lavorare almeno dodici anni dopo di me, e che fa il mio stesso lavoro altrove. Ma il dato eclatante è il gap retributivo, più del doppio a mio sfavore. Il che non significa nulla perché magari questo è il Maradona della comunicazione e vale tanto oro quanto pensa che già solo per averlo scritto così mi meriterei un aumento. Così ho avuto la tentazione di contattare questo professionista, tanto c’erano anche e-mail e telefono, chiedergli cosa fa per guadagnare così tanto e, soprattutto, se ha intenzione di cambiare lavoro, così, in modo del tutto disinteressato. A proposito, avete visto tutti il film “Il cacciatore di teste”?

mercato quasi palindromo

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Sembra di essere tornati agli albori dei new media quando si faceva tutto con quel poco che era a disposizione, risorse scarse e materiale umano capace e assai motivato, prima che le aziende del settore diventassero miliardarie e comprassero il meglio della tecnologia e i professionisti più competenti per lavorare. Con il tempo le aziende del settore sono state fiaccate dai ripetuti collassi economici e hanno gettato la spugna e lasciato a casa i professionisti più competenti così sembra di essere tornati agli albori dei new media perché si fa tutto con quel poco che c’è a disposizione, risorse scarse e materiale umano scarsamente capace e assai demotivato.

modestamente

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Nel settore in cui lavoro uno dei paradigmi è il “sì, sempre, subito” con cui ci si relaziona ai clienti, il che può anche risultare una strategia vincente. A rendersi disponibili con continuità sicuramente ci si guadagna la cieca fiducia di chi commissiona i lavori, che avrà la certezza di contare incondizionatamente su di voi, e su questo siamo d’accordo. Il problema è il subito. Lavorare di fretta è una condizione piuttosto normale nel mio ambiente, è la prima cosa a cui devi essere disposto quando vieni ingaggiato e te lo chiedono persino ai colloqui. La capacità di resistenza allo stress, che bene o male coincide proprio con l’attitudine a questi ritmi, vale più di qualsiasi skill, e lo stress consiste proprio nella predisposizione a gestire progetti con consegna dall’oggi al domani, dalla mattina alla sera stessa, da un’ora all’altra. Che non è una questione di fatica fisica, perché non è che ci venga richiesto di trasportare a mano centinaia di sacchi di cemento su per cinque piani di scale a tempo record.

Le lavorazioni svolte in un pomeriggio anziché in un paio di giorni, quello che si considera il tempo sufficientemente adeguato per trovare con la dovuta concentrazione la forma più adatta, scriverla, rileggerla a freddo almeno ventiquattr’ore dopo con la possibilità di apportare qualche modifica per limare i passaggi meno fluidi, mostrano comunque i loro limiti. Può succedere che lo standard si abbassi e i risultati, anche se si raggiungono, siano di qualità inferiore a causa della mediocrità o, peggio, della banalità del prodotto, come una maglia di lana che costa poco e che alla terza volta in cui la indossi si riempie di pallini e si sforma. Certo, può capitare che l’illuminazione ti giunga all’improvviso e questo improvviso sia qualche minuto dopo l’inizio dei lavori. Ma anche no. Ma sempre più mi si fa notare che questo tassello della filiera produttiva ha impatto pari a zero sul progetto complessivo, sia che si tratti di una figata o no. Qui non siamo l’Armando Testa, sento dire, e guardandomi intorno ci se ne rende conto. Ma se alla fine non cambia nulla, non c’è nessun valore aggiunto, nessuna ricaduta sull’economia, allora tanto vale fare le cose con più calma, almeno così mi risparmio l’esaurimento nervoso.

stesso posto, stessa ora

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Non so se vi ricordate questa storia, si tratta di un post che ho scritto poco più di un anno fa, anzi dubito che vi ricordiate perché a quei tempi sono certo che pochi di voi mi seguivano. Ma non è ancora il tempo di “oldies but goldies”, semplicemente volevo aggiornarvi sugli sviluppi della vicenda in questione perché in quel brano il sottoscritto e l’amico che mi aveva messo al corrente della sua esperienza da cui avevo avuto l’ispirazione eravamo stati piuttosto pessimisti sul fatto che la protagonista potesse prima o poi essere dotata delle chiavi dell’ufficio in modo da non dover aspettare a lungo qualcuno in grado di farla entrare. Non solo. I miei dubbi, visti i tempi che correvano e che nel frattempo sono a dir poco peggiorati, erano pure sul fatto che la giovane ma-mica-tanto indie-girl potesse sopravvivere più di qualche mese nella giungla di contratti farlocchi di cui il mio fumoso settore si nutre. Ma vi meraviglierà sapere che ora E., la suddetta giovane ma-mica-tanto indie-girl non trascorre più il tempo in attesa dei suoi colleghi dotati di chiavi leggendo libri nell’androne dell’ufficio, o meglio è quasi sempre lì, mi aggiorna S., a partire dalle 8.45 circa, ma ora si è dotata di un Kindle e legge libri in formato elettronico. Qualche soldino l’ha guadagnato e investito. E il fatto che comunque sia ancora lì, accovacciata sul muretto sopra il calorifero ogni mattina in attesa dei suoi responsabili, significa che il posto nell’agenzia molto gheddaun e hipster è ancora suo. L’anno è passato e il contratto rinnovato. C’è vita là sotto, beati loro.

save it ‘til the morning after

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Ma poi mi spiegate che cosa ve ne fate di tutti i “Save the date” che ricevete? Avete così tanti giorni liberi sulla vostra agenda? Li mettete da parte vi create un calendario-ombra di tutte le cose che non riuscite a fare né nella vita in carne d’ossa e tantomeno in quella sui socialcosi? Fate la scorta perché del marketing non si butta via niente, è come il maiale, e un invito lo si ricicla anche alla riffa di Natale? Avete una quarta dimensione su misura delle pierre e degli uffici stampa per riuscire a soddisfare la smania di avervi ospiti ora e sempre come era in principio nei secoli dei secoli? Ecco, questa è la mia preghiera, vedo che vi avanza un po’ di vita perché trabocca dalla borsa degli omaggi che avete ricevuto a fine evento e facciamo un brindisi, che se non vi offendete mi procuro una doggy bag e porto un po’ di provviste, non si sa mai che al mio capo si risvegli l’appetito.

vada a bordo, cazzo!

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Ci sono alcune locuzioni che negli ultimi tempi vanno per la maggiore, nel mio ambiente. Una lista esemplificativa sebbene parziale comprende metterci la faccia, perdere la stessa, avere le spalle coperte, cadere in piedi.

Se immaginiamo un’impresa come un organismo composito, il capo nel senso di testa, che per una amara coincidenza ha la stessa denominazione della funzione aziendale posta alla guida del suddetto organismo, è dotato di un sistema periferico che svolge la funzione di punto di contatto con l’esterno, che io chiamerei interfaccia se il suo nome non fosse per l’appunto faccia e desse adito a impressioni di scarsa attenzione da parte mia alle ripetizioni nel testo. E per convenzione è quello che il sistema in cui un’impresa opera vede. In questo senso si dice metterci la faccia, no? Il capo nel senso di amministratore dell’impresa fornisce l’energia a tutti gli organi sottostanti per muovere tutto il macchinario nel suo ambiente, che per essere corretti dovremmo chiamare mercato, in teoria al meglio delle sue possibilità. Non sto inventando nulla, sia chiaro, è un po’ il celebre apologo di Menenio Agrippa, quella favoletta che avrete studiato come me alle elementari.

Ci sono però numerose, anzi, infinite variabili in queste dinamiche interne: quanta energia il capo fornisce e in che termini, le condizioni atmosferiche, gli sgambetti del prossimo, le parti interne guaste per le quali a volte ci si ferma nei box, e così via. Ogni espressione che la faccia lassù assume è un messaggio comunicato al resto del mondo. Se le cose vanno male, si dice che chi ci mette la faccia la perde, una delle possibili – la peggiore – vie in cui si esercita il rischio di impresa, le cui responsabilità sono altresì diverse e da ricercare nei settori che non hanno funzionato, capo compreso, anche qui con tutte le molteplici cause che non sto ad elencare. Ma, e c’è un ma, anzi ce n’è più di uno, perché può succedere che il corpo – che chissà perché me lo figuro come Frankenstein con il suo cervello AB-normal mentre danza sulle note di “Puttin’ on the ritz” seguendo i passi dettati da uno scienziato pieno di sé, coprendosi di ridicolo con gli spettatori, ma forse sono solo suggestionato dal fatto che ho introdotto mia figlia al culto del film in questione di recente e con suo sommo divertimento – dicevo, il corpo a un certo punto subisca un mancamento, tutto gira intorno e non riesce più a reggersi sulle proprie gambe.

Ed ecco il perché delle altre due locuzioni, ricche peraltro di analogie con la metafora in cui mi sto perdendo, chiedo scusa. Può essere che il capo, nel senso di vertice aziendale, abbia le spalle coperte e decida di spalmare altrove quel rischio di cui dovrebbe farsi carico, anzi se ne fotta proprio, per evitare inutili giri di parole. Cadere in piedi è la conseguenza: mi immagino il capo, ma nel senso di testa, che si stacca da quel pot-pourri di risorse umane in preda al panico in fin di vita e si proietti nello spazio con la sua navicella di salvataggio per atterrare in un pianeta lontano, in alcuni casi è sufficiente un paradiso fiscale, mentre il resto del corpo stramazza al suolo inerme, fine della corsa, potete trasformarvi in humus quando volete, grazie e arrivederci, la nostra responsabilità è limitata. Ma ora, con un solo euro, potrete provare anche voi la stessa ebbrezza. Chiudo con un siparietto comico giusto per tirarci su il morale.

la febbre del venerdì pomeriggio

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Le scadenze di consegna lavorazioni alle 18 del venerdì pomeriggio hanno quel vago sentore di presa per il naso, per non dire di peggio. Sanno tanto di capriccio, di bimbi che pestano i piedi alla cassa dell’Esselunga per avere le palline magiche che le lanci e fanno rimbalzi imprevedibili fino all’ultimo, quello che manda in frantumi il vaso prezioso della nonna. Perché è un insulto all’intelligenza di entrambi – cliente e fornitore – l’idea che tu possa trascorrere anche solo un minuto da qui a lunedì mattina sull’attività che mi hai commissionato e controllarne almeno una parola, un pixel, un fotogramma. Ma tu fai finta di nulla, vuoi avere il tuo file lì, pronto per essere azzannato alla ripresa della settimana. Sappi però che lasciarlo incustodito sul tuo pc, durante il weekend, può essere dannoso. Quel file può avariarsi e risultare stantio, puzzare di muffa per aver preso aria nella tua casella di posta. Pensa invece il piacere di scoprirne la fragranza appena sfornato, ancora caldo, con tutte le sue proprietà naturali, come quella pubblicità con Ninetto Davoli che portava i crackers nel cestino della bici. Ecco, lascia che le cose seguano il loro corso. È venerdì. Fammi andare.

felici e-content

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Mi rivolgo a voi, aziende italiane che pubblicate annunci di lavoro in lingua inglese per posizioni che di inglese hanno solo il nome altisonante ma che sono basate in Italia e per le quali la conoscenza della lingua inglese è utile solo a farcire di inutili locuzioni anglofone le presentazioni Power Point per i vostri italianissimi clienti e lasciarli a bocca aperta con la vostra presunta caratura internazionale, pardon, globale. Voi società giovani e dinamiche che avete riquadri dei vostri organigramma occupati da manager che parlano inglese con la cadenza del dialetto della loro regione di provenienza e che inviano comunicazioni corporate in lingua italiana farcite di congiuntivi discutibili e di evasioni semantiche di termini che un tempo avrebbero causato la bocciatura all’esame di scuola media inferiore. Voi organizzazioni che volete darvi un tono e ricevere resume dai canditati alle posizioni scoperte solo in lingua inglese nell’illusione che un giorno l’inglese marketing, lingua che voi masticate anche a pranzo a condimento di pietanze che da vecchi additerete come causa della devastazione della vostra flora intestinale, rimarrà come unica traccia della civiltà di provincia di cui siete padri fondatori, in un tempo ben oltre i termini delle fatture dei vostri fornitori pagate a 120 giorni. Ecco, voi che poi comunque dovrete farvi tradurre da qualcuno le informazioni sugli skill e l’experience dei candidati malgrado l’annuncio sia rivolto a un target tutto locale, mi dite che senso ha il requisito “fluent Italian written and spoken is essential”?