generazione spacebar

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Andate a giocare fuori che c’è la copertura wireless con la fibra ottica, dicono mamme nonne e zie stanche di osservare i bambini chini sui loro smartcosi confinati nelle loro stanzette virtuali e confinati, a loro volta, nelle stanzette domestiche con connessioni Internet dalle basse prestazioni. Oggi che sono finiti i tasti sulla tastiera del PC per dare un nome alle generazioni, dopo la X e la Y e tutti gli altri caratteri dell’universo unicode per categorizzare i nostri figli, nipoti, alunni e ragazzetti in genere, non resta che la barra spaziatrice che, ironia della sorte, coincide con il vuoto assoluto, lo spazio bianco che per carità, da un punto di vista tipografico è più che fondamentale e ci consente di dare un senso a quello che leggiamo e scriviamo, ma la metafora a cui ci porta non è certo delle più felici.

Eccoci dunque alla Generazione Spacebar e l’interpretazione passa quindi da due significati opposti che impongono più di una riflessione: da un lato quello che in codice html si scrive “&nbsp” (e lo metto appositamente tra virgolette e senza punto e virgola finale altrimenti non lo vedreste), dall’altra lo spazio bianco separatore inteso come elemento cardine della comunicazione senza il quale ci troveremmo di continuo, per comprenderci reciprocamente, a risolvere quei giochi enigmistici in cui in una marea di lettere apparentemente gettate alla rinfusa occorre rintracciare a colpo d’occhio parole di senso compiuto. Ci sono anche simpaticissimi tormentoni su Facebook, gli avete visti vero? Quali sono le parole che visualizzate per prime?

E pensare che la Generazione Spacebar di Facebook se ne fa un baffo, tutta presa nell’inchiostro digitale simpatico delle storie su Snapchat che evaporano dopo ventiquattr’ore, volatili e sfuggenti come la giovinezza che noi da qui ormai la vediamo col binocolo, a meno di non lavorare nel settore. Oggi contro la Generazione Spacebar se ne dicono di tutti i colori. Non sanno scrivere in italiano, non leggono, buttano via il loro tempo a rincorrere meme sui social, sono anafettivi perché abituati alle relazioni mediate dalla tecnologia, porno-dipendenti, egoriferiti, dei mostri, insomma, che noi con le nostre radici nell’etica tradizionale novecentesca non sappiamo come prendere. Non possiamo insegnare nulla a loro perché le materie come sono state insegnate a noi non esistono più. Oggi è un unico calderone di cose che durano una manciata di giorni, qualche milione di visualizzazioni, balletti e smorfie di cui nessuno conosce la provenienza, probabilmente dallo spazio inteso come universo e non come spacebar , appunto, in un caos cosmico che ci sta mettendo a dura prova. Il gap generazionale non è mai stato così ampio, molto più di uno spazio bianco separatore, molto più del tab, d’altronde il tasto spacebar , se ci fate caso, è quello che si differenzia più di tutti.

le lingue morte

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Uno dei vantaggi dei dispositivi consumer dotati di strumenti di geolocalizzazione è che possiamo esimerci dal chiedere informazioni a giovanissimi sotto i vent’anni, per intenderci, anzi per non intenderci perché vi sarete accorti anche voi che i nostri ragazzi non sanno più parlare e che i biascicamenti e i cioè delle macchiette di Verdone in confronto è pura ars loquendi degna dei più logorroici oratori dell’antica Roma. Se da una parte stiamo parlando di persone cresciute ad essere scarrozzate a destra e a manca sui SUV di mamma e papà, quindi con una facoltà di controllo del territorio pari a zero e molto poco sul pezzo, dall’altra la crescente trascuratezza dei processi cognitivi volti alla sopravvivenza in ambienti diversi dalla propria postazione internet e dal sistema operativo del proprio smartcoso, il tutto in un sistema di relazioni in cui la parola è sempre meno veicolo di interazione sociale sostituita dalle croci sui test a risposta multipla e dalle faccine elettroniche, sta generando mostri dal punto di vista dell’utilità per automobilisti o pedoni smarriti, e sono certo che vorreste che aggiungessi il classico “e non solo”. Ma non voglio essere pedante, soprattutto più cialtrone di così, e preferisco limitarmi a farvi presente la difficoltà di esporre a chi chiede una qualunque informazione una cazzo di indicazione sensata con una cazzo di frase di senso compiuto. Quando poi li vedi in coppia o in gruppo c’è da chiedersi cosa si dicano tra di loro, perché di sicuro devono capirsi altrimenti che senso avrebbe vedersi e stare insieme. Abituarsi allo sforzo di farsi comprendere dal prossimo non è più faticoso di un qualunque esercizio fisico o di una prova di coraggio da esercitare su un videogioco. O l’italiano è davvero più difficile dell’inglese. O magari siamo noi anziani che pretendiamo troppo.

posso provare che non si tratta di stalking

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In tutte queste case in cui rapido c’è qualcuno che si serra dentro per passare una notte al sicuro, immaginate un nodo di una rete invisibile che pulsa dentro e fuori tutti i pensieri che vanno a depositarsi in un archivio più grande dei data center di Google. Ecco, io che potrei essere tuo nonno con un po’ di sforzo ma di sicuro tuo padre già bello avanti con l’età, io l’intelligenza artificiale me la immagino così. Un infinito sistema operativo che riconosce le cose che uno si immagina perché cifrate secondo standard aperti e che vanno ad alimentare una sorta di Content Management System universale a cui anche io che sono vecchio e che alle cinque dell’alba già mi è passata la voglia di stare a letto posso accedere con un qualsiasi motore di ricerca e trovare le informazioni giuste. Ecco perché non ti devi stupire se ti aspetto sotto casa con gli stivali di gomma, la camicia a quadri rossa e senza dentiera. L’hai pensato tutta la notte, l’anziano che esce ogni mattina per una sorta di ricognizione. Ma ti fermo subito: sei fuori strada, cara mia, fa parte del mio percorso quotidiano per sgranchire le ossa. Al massimo posso approfittare di questo potenziale di conoscenza totale per prendere ispirazione dalla tua freschezza e valutare, nel caso ci fossero davvero altre possibilità di ripartire da capo in un secondo o terzo o ennesimo momento, come mi piacerebbe essere da giovane. Posso dirti che cerco qualche aiuto per favorire la casualità degli eventi. Se sono in anticipo o sei tu quella in ritardo mi soffermo a leggere i volantini gettati per terra e inzuppati di questa pioggia che sembra non finire mai, e interpretare i prezzi dei dispositivi a risoluzione così perfetta e adatta a farci vedere come dovrebbero essere le cose. Mi chiedo se i colori degli sfondi delle home e dei desktop di tablet e smartphone esistano davvero in natura o ci sia una componente soprannaturale in certi algoritmi. Ma voglio essere sincero con te. Mi ritengo fortunato di aver conosciuto felicità diverse dalle esperienze sintetiche condotte in stanze ricostruite su linee guida di cataloghi Ikea, ambienti privati in cui viene da passare e guardare e andare oltre mentre bambini saltano sui divani e genitori e figli grandi si sforzano in astrazioni che sempre più sono distanti dalla nostra natura. Io almeno me la sono evitata e sono orgoglioso di aver abboccato al mito dei mobilieri brianzoli, del distretto degli artigiani e di tutto il suo indotto. Avere giovinezze sfasate ma solitudini sincroniche è uno dei mali della società che consente il rimescolamento generazionale, voi dovreste essere altrove a conquistare il mondo e noi vecchi qui, chiusi da qualche parte, a contare i giorni che ci separano dai ricordi che in avanti è meglio non pensarci più.

la domotica che non ti aspetti

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Voglio acquistare quel numero della Settimana Enigmistica in cui, nella celeberrima rubrica “Strano ma vero”, è pubblicata la notizia secondo cui sembra essere in crescita il numero di adulti tra i 20 e i 40 anni che sono vittime di espressioni di incredulità da terzi nei casi in cui rivelano di essere sposati o avere dei figli. Ho assistito a una specie di ribellione contro un’isterica che è riuscita a parlare con un amico immaginario dall’altra parte del suo auricolare per una quindicina di fermate dall’estremo sud agli antipodi settentrionali della metropoli, e tutto perché ha il vizio di sedersi nel vano superiore dei treni ad alta frequentazione dove all’ora del rientro ci sono tutti i manovali dell’est che, rientrando dai cantieri di Milanofiori, prendono l’aperitivo con la birra quella con il simbolo dell’euro sopra, che dev’essere la non-marca più a buon prezzo del supermercato, e qualche fonzie tarocco acquistato alle macchinette della stazione. Io la capisco, si tratta di una fobia plausibile che ti spinge alla conversazione estrema per avere un testimone in caso di approccio o di molestia, anche se i manovali a metà bottiglia si abbioccano, e come biasimarli. Ne consegue che nel frattempo l’isterica ci prende gusto alla conversazione fantasma – ci sono tutti gli indizi, a partire dai tempi di alternanza delle battute, troppo poco credibili fino al monologo verso il finale con il quale stacca ogni possibile concorrente – e il resto dei passeggeri è costretto a soverchiare il tono con qualunque mezzo, lettura a voce alta della Settimana Enigmistica compresa, ci siamo capiti.

Mi piacerebbe quindi che si trattasse di quella copia finta che avevo stampato con me in copertina, la foto in bianco e nero con la cravatta vintage che qualcuno mi ha scattato al matrimonio di mia cognata, ma poi capisco che non è possibile, e comunque, a parte il fatto che non sfiguravo per nulla nel ruolo di quindici orizzontale, non è uscita dall’ufficio in cui lavoravo allora. Ma il punto è che quella spigolatura che è davvero degna di nota mette a nudo un pregiudizio secondo cui si dà per scontato che alla fascia di età più bistrattata degli ultimi anni, con la scusa dei contratti farlocchi e dei socialcosi, non gliene importi nulla di prendere marito o moglie e, soprattutto, di riempirsi la vita con i figli. Io non la penso così, il mondo è pieno di community manager che schedulato l’ultimo tweet devono ricordarsi di passare in farmacia a prendere l’olio per frizionare le gambe della secondogenita che, in preda ai dolori della crescita – c’è poco da ridere, ne ho sofferto anch’io – ha bisogno di massaggi prima di addormentarsi. E poi perché vi stupite se c’è chi non si omologa al trend di imbarcarsi in quel modo che non ha senso di esistere di acquistare biglietti di voli per mete casuali e in giorni improbabili solo perché costano meno che una pizza margherita. Ne esistono molti, sapete, che non possono prevedere come possono stare le cose nel giorno della partenza. Basta una febbriciattola o un malattia esantematica per far saltare persino un apericena.

E anche in questi nuclei famigliari di giovani che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco, a questi eroi del quotidiano resta il dubbio dei silenzi quando tutti sono addormentati, ciascuno esausto per le proprie fatiche proporzionali all’età e quindi alla propria resistenza, certo. Nel vuoto cosmico della pianificazione delle attività per il giorno successivo – nulla che vada al di fuori dell’economia domestica, sia chiaro – solo il frigo con quel sistema che poi non lo devi più sbrinare emette un sottile codice morse che solo l’assonanza con l’acufene ne consente la percezione, l’elettrodomestico più elettronico di tutta la casa che ancora a mezzanotte cerca di dirci qualcosa, un segnale che facciamo presto a dimenticarci ed è per questo che è sempre utile segnarselo qui. Dovremmo ringraziare il frigo no-frost, quindi, chiudendo un occhio sulla stima dei decibel non rispondenti alla realtà con cui è stato venduto, ma almeno per la fatica da cui ci solleva, ad ogni età, che poi è il vero senso per il quale è stato progettato.

com’era quel paragone tra le stagioni e le età dell’uomo?

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La temperatura, quando sale, gioca brutti scherzi. Il caldo è un alleato nel complotto che si perpetra nei tuoi (tuoi in generale, sia chiaro) confronti. Prendere il treno dà più fastidio, camminare è più faticoso, la pazienza è agli sgoccioli, se devi ancora partire metti la polvere della tua vita grama sotto lo zerbino della coscienza, se sei appena tornato sei infastidito il doppio per quella polvere da pulire  sotto lo zerbino della coscienza di cui ti eri dimenticato e te la prendi con il te stesso di tre settimane prima. Ma non è sempre così grigia.

Quando hai un po’ di tregua capita che senza rendertene conto d’improvviso ti rilassi in eccesso e crolli addormentato, ovunque ti trovi. Sei seduto su una panchina sotto un albero al momentaneo fresco, c’è pure una brezza, e prima di accorgerti che in quel momento non c’è proprio nulla da temere, i bambini a cui stai badando sono a zonzo in bici e non c’è nessuno che viene a rivolgerti la parola, serri le palpebre e cadi. E assistendo da fuori a una scena del genere, cercando di rispolverare anche solo per un istante il metro di giudizio di un giovane, un adulto che sonnecchia in pieno giorno su una panchina lascia un po’ così, perché quando si è ragazzi si dà per scontato che i grandi seguano un modello comportamentale rigorosissimo. Siano adulti, appunto.

E solo quando poi si consegue la patente di maturità si ha il diritto di andare dietro le quinte della vita dei nostri modelli, e magari scopri che c’è uno zio che ha fatto trascorrere una vita da inferno a tua zia tradendola in tutti i modi possibili e, oltre il danno la beffa, una volta rincoglionito dall’età ha accusato sua moglie di tutte le nefandezze che le ha inferto lui, confondendo e sovrapponendo la sua vita su quella della sua vittima. Ma quando eri giovane era il padre dei tuoi cugini, questo poteva bastare.

Così tiri un sospiro di sollievo se te la stai cavando bene, e una pennichella di fronte a un nutrito gruppo di adolescenti non è certo la fine del mondo. Basta quel pizzico di vergogna che subentra al torpore del sonno nel momento in cui la testa ha un sussulto e cerchi di ricomporti. Quando si è grandi le responsabilità sono una adiacente l’altra come piastrelle. Ma con tanto di fughe nere, interstizi in cui ci si deve cimentare con tutte quelle emozioni di cui da adulti ci si vergogna e tutte le tracce di sporco che quelle emozioni hanno lasciato colare proprio lì, ed è con l’olio di gomito che si trascorre quella parte della vita – la seconda – che non c’era poi tutta ‘sta voglia di raggiungere. Così da un pubblico totalmente immaginario, perché con così pochi anni non catturi l’attenzione di chi ha ben altro a cui pensare, si passa all’avere spettatori impietosi che stanno ad aspettare il colpo di teatro comico per metterti alla berlina. Come appisolarti all’ombra nel mezzo di un pomeriggio di estate.

dura lex

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Adoro questa donna. Alta tanto che la si vede anche da lontano, il suo volto che si erge di una spanna, un animale elegante che sovrasta la massa mentre si riversa nel grigio della stazione Cadorna, vomitata da un treno che porta con sé la bruma delle pianure urbanizzate della periferia nord, l’umido che si infiltra nelle giacche autunnali già superflue di impiegati, commesse, manovali, precari e studenti. Conosco poco di lei, frequentatrice quotidiana di vettori ferroviari, lettrice ma, a differenza mia, attenta e pronta nell’osservazione della realtà. È un avvocato, questo lo so, mi è capitato di ascoltare una sua conversazione al telefono. E sembra essere un professionista di quelli che vorresti avere al tuo fianco nel momento del bisogno, un errore giudiziario o un sopruso che grida vendetta.

Adoro il suo incedere con lo sguardo fiero, i passi noti su un territorio che conosce palmo a palmo, il branco intorno che si scansa per non entrare in contatto con la sua traiettoria. Porta uno zainetto per il pc sulla schiena, ed è solita agganciarsi con entrambi i pollici alle spalline. Anche oggi cammina così, come se stesse procedendo lungo un sentiero di montagna in solitudine senza le due ragazzine a pochi passi da lei che, mentre chiacchierano nel loro italiano stentato e discutibile malgrado l’età, alternano sentenze idiote a disgustosi sputi sulla banchina. Forse intendono emulare i loro eroi della domenica sportiva che, sui verdi prati fiorenti di sponsor raccolti per consentirne la trasmissione in diretta sui canali a pagamento, irrorano zolle erbose con fiotti di saliva a intermittenza. Ma qui non siamo in un campo di calcio, non vedete? Ci sono altre persone intorno allo spazio che immeritatamente occupate, decine e decine di vostri simili trascinati da analogo destino verso i tornelli di uscita a conquistare la via verso il quotidiano dovere.

Tanto che uno sputo finisce sulla scarpa di una signora che le sta superando, la cui pelle tradisce inequivocabili origini a sud del mondo. “Ehi, attente!” esclama la vittima, una reazione che non sfugge alla donna che adoro, la quale sembra già prevedere quello che succederà. “Ma sta’ zitta e tornatene in Africa”, risponde la colpevole del misfatto, secernendo una scia di ignorante arroganza. Ed ecco il Gesto, la prontezza che fa la superiorità, la prova del grado evolutivo che impedirà l’estinzione a siffatto genere umano. Con la stessa velocità con cui gli animali catturano la preda con la lingua, diretti all’insetto e rapidi e silenziosi nell’azione vincente, così la donna che adoro sembra fermare il tempo. Quindi sgancia la mano destra dalla spallina dello zaino e scioglie il proprio braccio, un arto lungo e flessuoso, in un movimento potente verso la base della nuca della ragazzina, colpendola pesantemente con il palmo della mano. Tutto questo in meno di un secondo, perché nell’istante immediatamente successivo la ragazzina sbanda in avanti perdendo il cappello e rovesciandosi sopra l’amica, entrambe vacillano ed emettono un gemito di sorpresa mista a dolore, e la donna avvocato ritira a sé il braccio, riponendo mano e pollice nello stesso punto da cui è scoccato il tiro e prosegue il suo passo con immutata eleganza.

Il tutto come se niente fosse, non so nemmeno in quanti ce ne siamo accorti. Le ragazzine maleducate si sono girate, “ehi che cazzo succede?”, la signora africana era troppo distante per essere sospettata del coppino, l’alta vendicatrice troppo regale e composta per essere colpevole di un gesto così basso. Le due tamarre si fermano incredule a raccogliere il cappello, la folla le sommerge incurante. Io ho un sussulto e corro dietro alla donna avvocato che adoro per chiederle un autografo.

ricambi accessori

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“Quali differenze ritiene che ci siano tra l’essere giovane quando frequentava le scuole superiori e l’essere giovane oggi?”. Una delle ragazzine più spigliate ha comunque preferito leggere la domanda tutta d’un fiato scritta a penna in un quaderno a spirale. Tra me e lei, il suo compagno di classe reggeva la fotocamera digitale, e a me veniva voglia di vedere come stava facendo l’inquadratura, una deformazione professionale. Chi fa le domande è alla tua destra, chi risponde alla tua sinistra, quindi il mio faccione in teoria dovrebbe occupare la metà a sinistra del display. Ma meglio non indagare. Non capita tutti i giorni di essere scelto da un gruppetto di liceali per un’intervista sui cambiamenti della società tra la generazione dei loro genitori e i sedicenni di adesso. In effetti potrei essere padre di un sedicenne anziché di una ottenne, ma non è qui che volevo arrivare.

Si sa, parlare di se stessi fa sempre piacere, addirittura ci sono folli affetti da egotismo che passano ore a scrivere i propri pensierini e a pubblicarli on line nella speranza che qualcuno li legga. Quindi quando il gruppo di ragazzi mi ha fermato in pausa pranzo per chiedermi se avevo tempo e voglia di prestarmi alle loro attenzioni, ho fatto finta di schermirmi e poi ho accettato, strappando la promessa di vedere il lavoro finale in cambio di un biglietto da visita. L’intervista è durata una ventina di minuti e non sto qui a raccontarvela. L’ultima domanda però è stata decisiva. “Pensa che le nuove generazioni siano in grado di occupare posti di potere, di responsabilità, di valore e utilità pubblica in futuro, come le precedenti?”. A quel punto ho passato in rassegna quel campione rappresentativo delle nuove generazioni, tenendo conto che si trattava di un pugno di compagni di classe di un liceo del centro di Milano. Li ho guardati a uno a uno, e spero che nel montaggio finale quel mio screening non venga tagliato, perché si tratta di un silenzio che prelude perfettamente a quanto ho risposto dopo. Me li sono immaginati medico, giudice, macchinista ferroviere, insegnante, meccanico, manutentore di aeroplani di linea. Me li sono figurati un po’ invecchiati nelle stanze dei bottoni. Magari impegnati in una campagna elettorale, e io e mia moglie (mia figlia no perché andrà a studiare e a lavorare all’estero) con la scheda in mano, mentre riflettiamo sul nome da scrivere, uno dei loro. Ho pensato a loro intenti a svolgere un’attività di responsabilità, e stavo per dare una delle risposte più negative della gamma delle risposte negative possibili del nostro linguaggio. Ma la colpa non è la loro, ma dei loro genitori, che sono più o meno miei coetanei. Quindi anche mia. “No”, ho risposto, “ma non perché non sarete all’altezza, piuttosto perché non ce ne sarà più bisogno”.

Lo so. Non vuole dire un cazzo, è stato un capolavoro di nonsense, una frase che non so come sia riuscito a partorire, in quel panico da prestazione misto alla paura di deludere il mio nuovo pubblico. Mi hanno sorriso tutti, come se avessi rivelato il vincitore del prossimo festival di Sanremo. Il ragazzo con la fotocamera ha ripreso ancora un po’, prima di spegnere, in modo da dare un peso dopo la risposta sufficiente a bilanciare quella pausa riflessiva che ha preceduto la mia esternazione. Se fossi ancora un fumatore, a quel punto avrei tirato fuori un pizzico di Old Holborn giallo, l’avrei avvolto in una cartina Ocb, rollando con perizia. Quindi avrei chiesto da accendere e me sarei andato, probabilmente su un pezzo così.