M. sfonda porte aperte. Poco fa, a cena, in una sera che ĆØ la domenica sera, mi ha proposto e abbiamo a lungo discusso di quella sensazione, o come diamine si può chiamare altrimenti, che ĆØ la domenica. Ed ĆØ incredibile come possa essere un qualcosa di universalmente riconosciuto, almeno qui nell’occidente opulento. La domenica ĆØ tutto sommato un argomento oscuro, di cui si cerca di capirne il senso vivendola, ogni maledetta domenica, senza mai arrivare al punto. Senza mai riuscire a spiegare che cos’ĆØ quella specie di indescrivibile malessere che si prova la domenica.
Ci si rende sempre conto che ĆØ domenica, la domenica. La controprova ĆØ pensare che ĆØ domenica quando il lunedƬ successivo non si lavora o non si va a scuola, durante le vacanze, per esempio. Non ĆØ l’essere a ridosso di un giorno feriale che fa la differenza. La domenica non potrebbe essere un altro giorno. Da questo punto di vista, potrebbe trattarsi davvero di un giorno da santificare. Un giorno con una marcia in più, con una brillantezza artificiale, come una sorta di video postprodotto in cui si dĆ una colorazione diversa se c’ĆØ il sole, o si accentuano le tonalitĆ di grigio quando ĆØ nuvoloso. Il freddo ĆØ un freddo da domenica, e in estate si suda diversamente. Le cittĆ sono cosƬ vuote solo di domenica, anche rispetto a feste in cui in giro si incontra meno gente. PerchĆ© si tratta di un vuoto diverso.
A quel punto a tavola ĆØ scattata la gara di esemplificazione delle situazioni tipiche da domenica, che cerco di riassumere qui, ma a cui spero aggiungerete qualcosa voi. Vista l’etĆ anagrafica dei conviviali, i contributi partono da almeno 35 anni fa con Buona domenica, di Antonello Venditti. Un pezzo sull’angoscia del settimo giorno da ascoltare anche la domenica pomeriggio, in inverno, mentre fuori piove, i tuoi genitori bevono il tĆØ con le tue vecchie zie e tu non puoi o non vuoi uscire perchĆ© non ti sei organizzato e non esistono ancora gli sms. La scena infatti ĆØ in bianco e nero (ĆØ il 1979), M. sente la sorella grande ascoltare la cassetta di Venditti con ostinazione, senza capire il perchĆ©. Il link più immediato ĆØ l’ubriacatura da maratona televisiva pomeridiana con cose tipo Domenica In, se non altro per vedere a Discoring le popstar del momento. Siamo ancora in pieni anni ’70. Non ĆØ difficile, quindi, immaginare di chiudere il cerchio proprio con Antonello Venditti che canta Buona domenica in playback proprio in quella trasmissione, ricordo che abbiamo subito rintracciato e reso tangibile su youtube.
Con F. invece facciamo un salto in avanti di qualche anno, tipo il 1984. La sensazione della domenica pomeriggio ĆØ l’annoiarsi a vuoto in un bar di periferia, le Honda XL dei più grandi della compagnia parcheggiate fuori disordinatamente, dentro il chiacchiericcio sconnesso sopra la telecronaca delle partite. Pochi consumano ma si trascorre lƬ tanto, troppo tempo e si fumano sigarette ininterrottamente. HabituĆØ che giocano a boccette, whisky e amari di sottomarca. Colonna sonora: qualsiasi pezzo di Vasco Rossi (seguono tutta una serie di clichĆ© e atmosfere tondelliane). Si finirĆ in discoteca? O al cinema?
Il cinema però ĆØ un ricordo collettivo più da grandi, anche perchĆ© costoso se ripetuto 4 o 5 volte al mese. La sensazione tirata in ballo però ĆØ senza tempo: l’entrare nella sala con la luce del giorno, passando alla luce artificiale che si spegne lasciando il posto alla proiezione. Il tempo e la domenica stessa si sospendono per 90 minuti circa, e si ritorna nel mood dopo i titoli di coda, mentre il cinema ti vomita fuori nel tardo pomeriggio, giĆ buio, mentre magari ha iniziato anche a piovere. Non poteva andare peggio.
C’ĆØ chi come A. che aggiunge a questo quadro un particolare ancora più deprimente: la cittĆ che ospitava la caserma di C.A.R. – erano i tempi della leva obbligatoria – e che, la domenica pomeriggio, si riempiva di ragazzi con i capelli corti e dagli accenti più improbabili a spasso sotto i portici, a caccia continua di genere femminile, per poi finire la giornata ai tavoli delle numerose pizzerie del centro.
Chiudo con la nomination per la miglior titletrack della domenicositĆ (o sundayness), la musica votata all’unanimitĆ come quella che più di ogni altra sanciva la fine del tanto agognato obiettivo a medio termine di ogni studente. Questo almeno fino a quando ĆØ stata trasmessa in tv. Dopo questa sigla di chiusura, il sipario sulla domenica scendeva irrimediabilmente, per lasciare il posto al lunedƬ. Si poteva posticipare ancora per qualche manciata di minuti la fine della festa, ma non si sarebbe fatto altro che togliere tempo prezioso al sonno e vendicarsi su il proprio se stesso alle prese con il giorno dopo e dato in pasto alla sveglia del lunedƬ mattina. E se i compiti non erano terminati, a quel punto, con quella sigla di chiusura, non ci sarebbe stata più alcuna possibilitĆ di rimediare. Tutto troppo tardi. Signore e signori, buonanotte.