state alla larga dai musicisti

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Secondo uno studio dell’International Bureau of Social Research almeno una persona su dieci è un musicista. Ieri sera ho visto per caso il nuovo video dei mille musicisti che suonano contemporaneamente, questa volta “Smells like teen spirit”



e, tra parentesi, chissà che la nuova iniziativa Rockin’ 1000 non convinca i membri dei Nirvana a ricostituire il gruppo per un concerto a Cesena come successo per i Foo Fighters, che ancora tra parentesi non so se lo sapete ma condividono un componente. Comunque questi mille secondo lo studio che ho citato in apertura concentrati nello stesso posto hanno lasciato temporaneamente diecimila persone non musiciste libere di muoversi nel mondo senza incontrare quel musicista ogni dieci che gli tocca, questo è il vero successo dell’iniziativa.

Mia moglie, nel vedere tutta quella gioventù rockettara ed entusiasta ostentare all’unisono il feeling del rock’n’roll ha detto a mia figlia che si augura per lei di fidanzarsi con un musicista, al che sono trasalito in quanto, unico musicista in famiglia, non augurerei una relazione con un o una musicista al mio peggior nemico. Quindi, figlia mia, andiamoci piano, perché i musicisti sono belli ma in giro c’è tutta una letteratura di contro-indicazioni:
– non portano a casa uno stipendio, non porteranno a casa una pensione, quel poco che guadagnano lo spendono in strumenti musicali o attrezzatura professionale
– impongono almeno un tre locali nella scelta della casa, con una stanza in più da adibire a studio/sala prove
– sono esposti alle groupie
– se lavorano, lavorano di sera, lavorano quando gli altri fanno festa, rientrano tardissimo svegliando tutti per rimettere a posto la loro strumentazione nella stanza adibita a studio/sala prove di cui sopra
– intorno ai quarant’anni iniziano a essere patetici con i loro look da ragazzini ma con la pancia, i rigonfiamenti in vita e i capelli bianchi
– intorno ai cinquanta manifestano sordità
– bevono birra e si fanno le canne (vedi post di ieri)

Lo so che è un peccato perché davvero certi musicisti sono davvero fascinosi. Riflettevo su questo guardando Gazebo, il programma di RaiTre condotto da Zoro alias Diego Bianchi che ospita una band i cui membri immagino che spopolino in quanto a bellezza, non so se ci avete mai fatto caso. Suonano seduti sui loro sgabelli alti e infondono la trasmissione del loro carisma che si mescola alle note e ai ritmi che producono.

La cosa dovrebbe convincervi sul fatto che un musicista non vi amerà mai: guardate come imbracciano i rispettivi strumenti. Nessuna persona al mondo può ricevere attenzioni più amorevoli della chitarra, del basso, della batteria e persino dei synth da parte di un musicista, quindi ragazze/ragazzi miei mettetevi il cuore in pace perché nessun musicista vi accarezzerà mai così per aiutarvi a sprigionare la vostra armonia (questa è bella, me la segno per tornarci su).
L’obiettivo è quindi, per noi genitori ex musicisti, tenere alla larga le nostre figlie da una persona su dieci. Meglio un dentista, un biologo marino, persino un ingegnere.

perché in musica il concetto di alta fedeltà è improprio

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La letteratura e la cinematografia sono intrisi di luoghi comuni sui musicisti, ci avete mai fatto caso? Quando c’è da rappresentare un brutta persona, egoriferita e poco affidabile, si ricorre spesso al cliché del musicista, e ogni volta che vedo o leggo storie con protagonisti o personaggi che suonano e, di conseguenza, mandano all’aria la loro vita e quella delle persone che hanno accanto, mi incazzo perché nella realtà è molto peggio.

Non puoi contare su un musicista in nessuna occasione. Quando devi mettere su famiglia, quando sei malato, quando hai bisogno di un prestito. Se hai bisogno di qualcuno a cui lasciare le chiavi di casa per accudire il gatto o le piante mentre sei in ferie, se gli chiedi di prepararti una compilation per correre o giusto perché vuoi qualcosa di nuovo da ascoltare, se vuoi prendere lezioni di solfeggio e persino se devi trovare qualcuno per suonare al tuo matrimonio. Quando ti chiedono in prestito una vhs da digitalizzare, quando ti manca la cipolla per fare il sugo, se non è il tuo turno per fare gasolio nel furgone. Quando dai un appuntamento a una data ora nel tal posto, se ti mancano pochi bollini per completare la raccolta punti della Coop, quando sei sbronzo e hai bisogno di qualcuno che guidi la tua macchina per te. Se non ti ricordi le parti del cocktail che ti hanno chiesto di preparare, quando hai un problema con Windows, se hai bisogno di essere consolato perché c’è una ragazza con cui proprio non c’è storia. Se vuoi un consiglio su un regalo di compleanno, un consiglio su un libro da leggere, un consiglio su qualsiasi cosa.

E non è che se sei un musicista i musicisti a cui ti rivolgi, anche solo per puro cameratismo, si dimostrano migliori. Prova a chiedere a un musicista di esibirsi con te alla festa di fine anno della scuola. E il punto più alto di queste dinamiche i musicisti lo raggiungono infatti quando entrano a far parte di gruppi musicali, composti appunto da altri musicisti. I musicisti nei gruppi lavorano inconsciamente per il loro scioglimento, per aumentare i conflitti tra i componenti, per soverchiare gli altri con il proprio ego e per coprire con il proprio strumento i suoni altrui, per fidanzarsi con le/i partner degli altri musicisti. Per non parlare del fatto che i musicisti quando suonano non ascoltano gli altri musicisti, mentre ad amplificatori spenti li ascoltano ancora di meno, presi solo dalle proprie considerazioni sulla sessione di prove appena terminata.

Quindi se siete scrittori o registi e cercate ispirazione per rappresentare il protagonista musicista del vostro film o del vostro libro chiedete pure, ne so a tonnellate di aneddoti sulla scarsa affidabilità dei musicisti. E state tranquilli: ho smesso di suonare, quindi se vi occorre consulenza potete contare su di me.

i 10 vantaggi più comuni che si ottengono se a cinquant’anni finalmente decidete di smettere di suonare

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Il giovanilismo ad libitum di chi gravita sin da ragazzo nel mondo nella musica confluito nella fama illusoria da social network è uno dei problemi più urgenti della società contemporanea soprattutto se, come me, siete di mezza età e avete coltivato nella vita relazioni principalmente con questa categoria evergreen dei casi umani. Se già l’onda lunga della personalità a perenne registro adolescenziale si protraeva molto spesso fino a cinquant’anni e rotti, potete immaginare cosa può causare la nuova linfa data da Facebook ai malati di ego che hanno sacrificato tutto il loro tempo a convincersi che nello spettacolo il successo – che è quello che consente di compiere l’upgrade da passione a fonte di reddito per mettere qualcosa sotto i denti – dopotutto non è importante e si può continuare a provarci fino allo sfinimento dei propri congiunti, amici, semplici conoscenti e gente mai vista raccattata online.

So che parlare ai diretti interessati non serve a nulla e si corre il rischio di guastare rapporti che magari sono in piedi da una vita. Così mi rifugio ancora una volta con tutta l’ipocrisia necessaria dietro questo baluardo di anonimato per raccogliere un piccolo elenco di tutti i vantaggi che può ottenere chi, alle soglie dell’andropausa, si crede ancora un animale da rock’n’roll e rompe i maroni pubblicando composizioni a valanga su Facebook, costringendo la propria rete di contatti a bloccare, nascondere, cancellare tag e tutti i sotterfugi del caso per non affogare nell’imbarazzo e nella compassione altrui.

1. Intanto dopo una vita passata ad ascoltare solo voi stessi, smettendo di suonare potreste finalmente dedicarvi al prossimo. In giro ci sono un sacco di gruppi ottimi e di musica di qualità sicuramente meglio della vostra, considerando che siete ancora lì rintanati in quella patina di oblio spacciata (a voi stessi) come undergound

2. Diceva un mio sassofonista che la musica, da un punto di vista dei costi che richiede, è un hobby secondo solo alla Formula 1. Smettete di suonare, vendete i vostri strumenti e vedrete decuplicare i vostri risparmi nell’immediato e nel lungo periodo.

3. Ampli e casse spaccano la schiena e non siete più i robusti virgulti dei tempi dell’okkupazione, occhio quindi quando vi esibite, anche se è vero che oggi è tutto diverso e la strumentazione – batteria a parte – è decisamente più light.

4. Smettendo di comporre parole per la musica, poi, guadagnereste in credibilità. Come pensate di affrontare i temi che erano i vostri cavalli di battaglia oggi che fisicamente lasciate a desiderare, non potete garantire più certe prestazioni come allora, le muse che riempivano le vostre liriche non sono messe certo meglio, la rivoluzione non si fa più, il nichilismo è un comportamento di massa e non più una nicchia per gli alternativi, cani e porci hanno la cresta e voi a capelli siete messi che è meglio non parlarne?

5. Astenendovi in tempo eviterete di appellativi come “vecchia gloria”, “dinosauro” e tutti gli altri epiteti che vi relegano in un tempo che non tornerà più, mentre l’oggi con tutte le sue complessità vi fa sembrare solo patetici

6. La linea che contraddistingue la vita di una rockstar la conosciamo tutti: ci si atteggia da maledetti e da distruttori del sé e del prossimo fino a cinquant’anni, poi alle prime canizie ci si scopre vulnerabili e si vira sull’unplugged, sullo zen e persino alla vocazione religiosa. Ma dieci anni più tardi ci si accorge che non è cambiato nulla e così ci si prodiga a dare gli ultimi colpi di cattiveria con risultati quasi sempre imbarazzanti. Ecco, smettendo di suonare in tempo è possibile evitare anche un decorso di questo tipo.

7. Il mio amico Fabrizio, per esempio, ha capito che era giunto il tempo di smettere mentre suonava l’assolo di chitarra di “Ordinary World” dei Duran Duran davanti a una manciata di alcolizzati di provincia, in un bar dall’atmosfera dozzinale, accompagnato da un computer portatile che riproduceva una base con suoni orribili e per di più vestito con abiti attillati malgrado l’età. Se seguite il mio consiglio potrete evitarvi folgorazioni sul palco di questo tipo che lasciano un segno indelebile e aumentano i rischi di depressione senile.

8. Ci sono poi passatempi molto più adatti alla vostra età che non generano le aspettative e le velleità che la musica comporta. Fare pezzi nuovi, divulgare in ogni modo e su ogni canale quelli pronti, cercare serate, accettare condizioni vergognose, sopportare i finti apprezzamenti sulla vostra arte di chi vi vuole bene. Provate con qualche attività fisica, il modellismo, i viaggi, la lettura, trascorrete più tempo all’aria aperta.

9. Per chi suona e non è un nativo digitale, Internet e social media sono una trappola perché trasmettono un senso di invulnerabilità emotiva senza confronti. Per chi viene dalle cassette registrate a cazzo in cantina, dalla difficoltà di reperire contatti, dalla fatica di farsi ascoltare, la rete sembra la risposta a tutti i problemi. Mi spiace deludervi ma proprio perché in rete ci sono cani e porci, gli stessi cani e porci della vita reale, nessuno vi caga di striscio nemmeno lì.

10. Perché non ammettete di aver fatto il vostro tempo? Già i futuri adulti sono quelli che saranno costretti a pagarvi una pensione che, pensando a quello che avete portato di valido nel mondo con la vostra musica, non meritate affatto. Quindi lasciategli spazio, cancellate i vostri mp3, risparmiateci le vostre lamentele canore sulla vita che passa e la morte che si avvicina, e se proprio vi fa piacere provate a fare i nonni rock, dando consigli e suggerimenti a proposito. Anche se, detto tra noi, se vi siete ridotti così è meglio che le nuove leve facciano di testa propria. Anzi, che facciano proprio altro.

il mentalista

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Massimo aveva preso un pacco di soldi dall’assicurazione per via dell’incidente in moto. L’aveva tirato sotto un’auto in una rotonda, quando di rotonde in Italia ce n’erano ben poche prima che poi si diffondessero proprio mentre, nel resto del mondo, iniziavano a sostituirle con gli incroci tradizionali. Massimo comunque non aveva studiato nemmeno quelli abbastanza, a scuola guida. E quando dico un pacco di soldi intendo davvero una fraccata di milioni di lire, si era spaccato di tutto, bacino compreso, e vi sfido a dire che sottoporreste volentieri voi e i vostri cari a una tragedia del genere solo per poi ricevere in cambio tutta quella fortuna. Roba che poi non è che vi cambia la vita, ma vi permette di stare qualche anno in panciolle – riabilitazione esclusa – senza muovere un dito lavorando, e non è poco a meno di vent’anni.

Comunque Massimo, che era negato per ogni forma di espressione musicale, voleva sfruttare a suo vantaggio una certa somiglianza con John Taylor per mettersi a suonare il basso nel modo più semplice possibile. Ovvero comprandosi un basso uguale a quello sfoggiato da John Taylor nei live dei Duran Duran e aspettare che mani, testa e corpo nel suo insieme – avete presente il linguaggio del corpo che è un termine che mi fa venire in mente i gorgoglii della pancia come avvisaglia della dissenteria – dicevo e aspettare quindi che mani, testa e corpo nel suo insieme imparassero la tecnica dalla sola vicinanza con lo strumento musicale.

Così aveva deciso di investire un po’ dei soldi ottenuti dall’incidente, una volta rimesso in piedi, acquistando uno Steinberger, che oltre a essere una delle novità di grido del momento – il primo basso senza corpo e senza paletta, un vero e proprio moncherino – era anche stato visto in braccio proprio al suo bassista di riferimento. Ma Massimo, consapevole del suo potere d’acquisto, aveva pensato anche a uno strumento di ripiego qualora l’esperienza con il basso si fosse rivelata deludente. Un buon sintetizzatore poteva restituire quella soddisfazione di emettere suoni e note più definite e con maggior semplicità e immediatezza rispetto a uno strumento a corde, in cui al tocco certo del dito o del plettro occorre corrispondere un bloccaggio sicuro della corda con l’altra mano sul tasto del manico consono alla nota che si vuole far emettere.

Massimo così mi aveva chiesto di accompagnarlo nella scelta della tastiera, un ruolo oltremodo frustrante per me che invece me la cavavo egregiamente come musicista (ho le prove, eh) ma non avevo la possibilità di comprare nulla. La situazione è facile da immaginare: un musicista vero e squattrinato in un reparto traboccante di ogni ben di dio in compagnia di un fanfarone ricco che può permettersi tutto.

Gli strumenti musicali si compravano in un magazzino musicale della bassa piemontese che era la mecca per chi suonava. Un negozio che aveva fatto la sua fortuna concedendo rateizzazioni pluri-annuali senza pretendere buste paga a copertura o acconti impossibili. C’era addirittura un sistema di collegamento in taxi dalla stazione per chi non possedeva la macchina pagato dal proprietario del negozio, che malgrado il suo impero lo vedevi sempre dietro alle casse o a inserire dati nel computer per stampare un prospetto della fortuna che gli avresti dovuto rilasciare tramite versamenti su bollettino postale, da lì all’eternità.

Durante il viaggio in treno avevo fatto di tutto per mettere un freno all’invidia, tuttavia mi accorgevo di preferire la richiesta di consigli sulla marca e sui modelli rispetto ad altri argomenti di conversazione molto più irritanti. Massimo, nel periodo di convalescenza, era entrato in contatto con una specie di santona che gli aveva messo in testa convinzioni strampalate sul potere della mente. Si era persuaso che il solo volere fortemente una cosa ne consentisse il raggiungimento. Pur forte del mio scetticismo, ricordo di aver trascorso tutto il tragitto sul taxi gratuito concentrandomi sull’evenienza che Massimo comprasse un synth anche a me, potevo benissimo essere io nel torto e lui aver ragione.

La pratica dell’acquisto del basso si era risolta in pochi minuti. Il commesso, ovviamente competente, era in imbarazzo per tutti mentre Massimo provava qualche mossa con lo strumento sopra lo spolverino, come se quello fosse sufficiente a valutare la qualità di un prodotto professionale. Nel reparto tastiere lo indirizzai quindi sullo strumento che avrei voluto tanto per me, provandolo addirittura in sua vece. Massimo così lasciò alla cassa un assegno a copertura di tutto e ci avviamo a casa con il taxi e il treno del ritorno. Lui con la custodia del basso a tracolla, io con il Roland Alpha Juno dal quale mi sarei però dovuto separare al termine della giornata di shopping.

La storia finisce bene, se avete voglia di sapere qual è stato l’esito. Voglio dire, un po’ di quella giustizia divina o giù di lì si è manifestata qualche mese dopo. Massimo ha deposto le sue velleità di musicista di lì a breve, consapevole degli sforzi che l’apprendimento della musica da adulti può comportare. Il basso Steinberger ha comunque deciso di conservarlo, tutto sommato aveva un suo perché poggiato sul suo supporto, in bella mostra in un angolo della sua camera e in un anfratto del suo ego. Sono entrato però in possesso del suo synth a metà prezzo, mi pare proprio che me l’avesse proposto lui, troppo complesso da programmare e da utilizzare. Un Roland Alpha Juno praticamente nuovo a un prezzo da non lasciarselo scappare. Probabilmente le teorie della santona sua amica funzionavano davvero: a desiderare intensamente una cosa la si ottiene alla fine, magari in un viaggio in taxi, o magari con un po’ di pazienza perché basta aspettare, ma a me andava bene lo stesso così.

belli e d’annata

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Lo strano caso del novantaseienne che ha commosso il web con una canzone d’amore composta per la moglie scomparsa mette il tempo dalla vostra parte, cari amici che con oltre cinquanta inverni sul groppone continuate a postare quotidianamente sui socialini mainstream le vostre canzoncine con lo stesso spirito di quando le strimpellavamo insieme al ritmo della sala prove. Ciò significa che sono io quello in difetto, che stavo per dedicarvi l’ennesima invettiva brontolona giacché ogni mattina corredate il vostro saluto duepuntozero con uno dei tre barra quattro pezzi del vostro repertorio più attuale, che per motivi anagrafici risulta sempre meno zompettante e con toni tendenti a una mestizia geriatrica che capisco, visto che anche io, che faccio la stessa cosa con questa specie di rubrica egoriferita, ne sono nel bel mezzo. Un punto per voi e l’ennesimo smacco nei miei confronti. Ma come darvi torto? Sarebbe interessante d’altronde mettere a punto una volta per tutte questo benedetto sistema in grado di rilevare la ragione di una persona o la percentuale di essa rispetto a un contendente. Certo, realizzare un software o un’app di questo tipo è impossibile, direte voi – anche se è bene non dimenticare che nei blog può davvero succedere di tutto – ma la difficoltà principale consisterebbe nell’impostare i parametri e gli algoritmi su cui far funzionare il sistema in quanto comunque i principi dovrebbero essere pensati e immessi da un essere umano e allora saremmo daccapo perché subentrerebbero le annose questioni sulla giustizia, l’interpretazione dei fatti, i valori morali in base ai quali si spiegano e si tramandano le cose e via così. Ditemi quindi se lo fate per racimolare ancora un po’ di figa contatti femminili o, come il virtuoso Fred Stobaugh, provate tutte quelle cose lì, altrettanto profonde. Ma visto che oggi mi sento vittima di vittimismo estremo, ve la dò vinta, tanto io ragione non ce l’ho mai. Così, a prescindere.

mi piace ma non è il mio genero

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Il padre della mia ragazza mi sta sul cazzo perché è presuntuoso e poi fa cose strane. Ho notato che quando ci accompagna in auto da qualche parte passa il tempo del viaggio a fare zapping con l’autoradio finché non trova una stazione che trasmette canzoni che piacciono a lui e a quel punto ho come l’impressione che voglia sfidarmi a colpi dei suoi gusti perché se ne infischia se chi è lì non gradisce. Sa che suono e ho un gruppo e vuole far pesare il fatto che anche lui è stato un musicista e ha una conoscenza del settore davvero impressionante, questo lo devo ammettere, sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che scaricare musica di tutti i tipi o acquistare vinile dagli Stati Uniti per compensare in qualche modo il senso di colpa provato. Ma non posso fare alcuna obiezione perché è il padre della mia ragazza e ho paura che lei se la possa prendere visto che gli è così affezionata. Sono molto uniti, hanno passato un casino di tempo insieme ma ora lui deve mettersi in testa che sua figlia è grande e ha una sua vita privata. Il guaio è che finché non ho la patente non posso accompagnarla ai concerti, e secondo me lui ci porta perché così può entrare senza vergognarsi di essere il più vecchio, ha la scusa di essere in nostra compagnia ma non è mai successo che è rimasto fuori. Anzi, si mette in fondo ma balla e non si perde un pezzo. Loro due ascoltano più o meno lo stesso genere e io mi sono dovuto adattare, anche se certe cose proprio non mi piacciono.

Poi è successo che un paio di settimane fa senza dirmi niente lei gli ha fatto avere la demo che abbiamo finito di registrare il mese scorso, voleva fargliela sentire a tutti i costi ma io no perché non mi interessa il giudizio di un adulto che è così distante dal nostro modo di vivere la musica. Gli altri del gruppo dicono che invece è perché temo il suo giudizio ma non è vero. Insomma che la mia ragazza gli ha passato i file ancora caldi dal mixaggio e poi me lo ha detto e subito mi sono incavolato ma ormai il gioco era fatto. Lei era convinta fosse stata una buona idea, io mica tanto. Così dopo qualche giorno sono passato a prenderla per uscire e al citofono lei mi ha chiesto di salire. Era sabato e c’era suo padre in casa che mi ha detto siediti che ascoltiamo i tuoi pezzi insieme. Ero imbarazzatissimo, volevo dirgli che non era proprio il caso e sarei corso via di lì se non avessi rischiato di fare una pessima figura con tutta la famiglia, c’era anche sua mamma che anche lei non è una che mette a proprio agio chiunque. Mi siedo e lui armeggia con il remote controller del suo sistema multimediale, che è perfetto finché non deve ascoltare i suoi vinili che mi domando chi ci sia ancora nel 2020 che si compra i dischi a parte lui. Parte il primo pezzo, l’atmosfera si fa gelida, vorrei chiedergli di abbassare il volume perché trovo fuori luogo che una persona di quell’età ascolti musica così. Poi il secondo, che secondo me è il migliore, e lui inizia a dondolare il collo e fa un gesto che non capisco cosa significhi, probabilmente è un modo di dare l’approvazione che si usava quando era giovane lui. Con il terzo si è sollevato dal divano e ho notato che si muoveva a ritmo, non è che stesse ballando ma ogni piccolo gesto lo faceva a tempo anche se la canzone è in sei. Passata anche l’ultima pausa prima della quarta canzone, quella con cui si conclude il nostro EP, che le pause sono le peggiori perché c’è il silenzio e per fortuna durano solo un paio di secondi, si è seduto accanto a me, ha annuito con il capo, mi ha guardato e mi ha chiesto se ci serviva un tastierista.

ce l’hai scritto in faccia

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Quella volta in cui ci è venuto l’istinto di rubare per amore, è stato per amore della musica. E l’amor proprio misto all’amore vicendevole ci ha fermato qualche metro prima del crimine ma poi quante volte ci siamo chiesti se l’avremmo fatto sul serio. È che quando suoni hai pochi soldi, se hai pochi soldi non puoi permetterti certe cose che ti fanno salire di livello come strumenti musicali, amplificatori, accessori e studi di registrazione. Se vuoi farti i soldi devi lavorare, e se lavori non hai tempo per suonare, se non suoni non componi musica e la questione finisce lì come per milioni di altri artisti o aspiranti tali al mondo. Così sei tentato dalle scorciatoie, ma non quelle che servono per diventare milionario e scappare su un’isola dei Caraibi. Bastano quei quattro soldi per avere la base sufficiente a esprimerti. Gli strumenti fanno la differenza. E quella volta in cui ci è venuto l’istinto di rubare per amore, ed è stato per amore della musica, è accaduto una serata d’estate durante uno spettacolo all’aperto.

Al parco comunale c’era un evento e non ricordo nemmeno più cosa fosse. L’ospite era Joe Squillo che già non se la filava più nessuno, questo per farvi capire quale fosse il budget degli organizzatori e il livello. Joe Squillo suonava in playback e aveva il suo gruppo che faceva finta come tutti quelli che suonano in playback. Il tastierista si dava da fare dietro a un DX7 nuova serie, quelli splittabili con il floppy disk per caricare e salvare suoni e patch. Faceva ridere perché non era nemmeno collegato, e per gli addetti ai lavori come noi era un’ingenuità imperdonabile. Già il playback è poco serio, almeno cerca di dare una parvenza di impegno nel mistificare la truffa. Insomma che la performance finisce e si sgombera il palco per lasciar posto a una esibizione di body building. Il DX7 viene accantonato sotto le scalette di accesso ai lati del palco. Così, novelli Bonnie e Clyde con la passione per i synth, ci scambiamo un’occhiata di intesa e ci appropinquiamo.

Non siamo due ladri, ma la tentazione ti ci porta, lo dice il proverbio stesso. Il DX7 è in un punto buio, ci sono alberi e la zona è trascurata. Gli addetti al service e il direttore di palco sono tutti su a godersi la carnazza maschile e femminile tutta sberluccicante di olio. Ci avviciniamo e il synth ora è proprio a due passi, basterebbe essere scaltri, rapirlo come se si fosse due roadies e via, la macchina è lì vicino e da domani si suona con il DX7. Ma nessuno dei due vuole fare la prima mossa, così perdiamo l’attimo perfetto e, allontanandoci dalle quinte,ci diciamo con un sospiro che il crimine non paga. Mesi dopo, in un programma di video musicali, notiamo la partecipazione di  un certo Charlie che canta una roba tra la discoteca e il pop demenziale intitolata “Faccia da pirla”. Ed è proprio quella faccia da pirla che riconosciamo, lui è uno di quelli del gruppo il cui  tastierista prendeva a manate il DX7 sul playback dei pezzi di Joe Squillo, e la prima cosa che ci viene da pensare è che uno così il furto di un synth se lo meritava alla grande, magari gli avrebbe giustamente interrotto la carriera in tempo.