marlboro

Standard

I genitori dei fratelli Gramigna si sono dati da fare. Hanno sfornato 6 figli tutti maschi e tutti in scala come i Dalton di Lucky Luke, nonostante il cognome da tramandare racchiuda in sé l’essenza etimologica della cattiveria, non preannunci niente di buono, un esplicito invito della natura ad andarci piano con la conservazione della specie. Con questi presupposti meglio non procreare ma sono tempi acerbi, visti da qui. Indigenza e deprivazione sociale lasciano spazio a credenze che il boom economico, esauritosi da un po’, ha reso già ampiamente superate. Una famiglia numerosa sono bocche da sfamare ma anche braccia e gambe da immolare al sostentamento e al bene comune. Più lavoro uguale più opportunità. Oneste, nel migliore dei casi. Altrimenti, si sa, il malaffare ti attende a braccia aperte, soprattutto nel tessuto urbano in cui, al seguito di flussi migratori dal sud, è approdato il capostipite di quel nucleo famigliare scomodo per la comunità, all’inseguimento di un po’ di fortuna e al riparo dai mestieri faticosi e umilianti della terra arida delle radici.

Del miraggio del benessere i genitori dei fratelli Gramigna non ne colgono nemmeno i contorni dalle piccole finestre delle topaie di quella specie di ghetto dei vicoli del centro storico, prima che un ripensamento del tessuto urbanistico trainato dalla gentrificazione non imporrà a quella gente di fare armi e bagagli per trasferirsi nelle case popolari alla periferia, su modello degli standard di convivenza delle grandi città industriali del nord. I fratelli Gramigna, in quel quartiere da cui è meglio stare alla larga, sono venuti fuori tutti problematici e, se i figli sono diventati dei delinquenti, mi domando come possano essere i genitori, anche se nessuno li ha mai visti. La leggenda narra che la cosa sia addirittura promiscua, un marito con due mogli e tutta quella prole con cui condividono la stessa stanza.

Il meno pericoloso dei fratelli Gramigna è il più grande. Sfoggia baffoni da film western e si capisce che non è del tutto normale anche solo dal modo in cui cammina. Gira con un borsello trascinando un piede malandato per la città, vestito in modo molto approssimativo e parlando da solo e, fidatevi, è meglio così perché, penalizzato dal dialetto stretto, non si sa bene che cosa dica. Gli altri cinque invece sono dei teppisti, ciascuno di essi pronto ad andare in soccorso del fratello minore prossimo nella scala, con il risultato che il più piccolo di tutti, paradossalmente, è quello da cui stare di più alla larga perché beneficiario di un’immunità multilivello senza confronti. Ha dodici anni, fa la prima media e ai suoi coetanei e ai più grandi chiede favori poco leciti facendo leva sulla copertura dei fratelli che chiama subito in aiuto nel caso qualcuno si permetta di alzare la testa. A me ordina spesso di comprargli le Marlboro perché lui ha ancora le fattezze di un bambino e i tabaccai della zona oramai lo conoscono. Però almeno mi dà i soldi e non pretende che gliele paghi io a suon di ceffoni. Insomma, potrebbe andarmi peggio. È un’occasione che non mi sono lasciato scappare. Quando lo incrocio lo saluto per primo ma mantenendo un profilo basso in modo che non si accorga che lo faccio per tenerlo buono e non essere uno dei tanti contro cui accanirsi per dimostrare a tutti chi è che comanda.

I fratelli più grandi girano con armi bianche, coltelli, catene, tirapugni e la cosa non sarebbe un problema se non avessero dai 14 ai 19 anni e se, come il minore, non frequentassero tutti ancora la scuola dell’obbligo. Siamo alla fine degli anni settanta e nessuno, in quella che più tardi verrà identificata come secondaria di primo grado, si fa tanti problemi a bocciare i più asini, con la paradossale conseguenza di trasformare le medie in piccoli carceri minorili o riformatori senza vitto e alloggio, in cui i ragazzi come i rampolli dei Gramigna fanno il bello e il cattivo tempo alla guida di vere e proprie gang che, al confronto, bulli e cyberbulli degli anni duemila sono seminaristi. La scuola dei Gramigna, che purtroppo è anche la mia, è un edificio già fatiscente malgrado risalga ad appena trent’anni prima, quando era stato costruito sui ruderi di un antico quartiere a ridosso del porto, bombardato durante la seconda guerra mondiale. A guardia della scuola c’è un custode che vive con la famiglia in un appartamento ricavato nella struttura, provvisto di balcone che dà sul giardino dove la moglie stende montagne di bucato.

L’ingresso della scuola dà su una piazzetta che ospita un’impresa di pompe funebri, una chiesa e la farmacia a cui uno dei Gramigna, non ricordo quale nella scala, ha sfondato con la sua catena la vetrina mentre eravamo tutti in attesa che suonasse la prima campanella. Una bravata, più che un’azione criminale, pensata con l’intento di mettere le mani su una confezione maxi di preservativi e lanciarli sulla folla dei ragazzi in attesa di iniziare le lezioni, allibiti da tanta sfrontatezza sfoggiata in barba al rischio di conseguenze penali. Alcuni miei compagni di classe ne hanno raccolti un po’, attirati dalle buste color arancio, e abbiamo iniziato a giocarci come se si trattasse di palloncini. I bidelli, accorsi con il vicepreside nel tentativo di mettere ordine a quella specie di sommossa situazionista, impediscono con ogni mezzo che qualcuno introduca i profilattici in classe, costringendo i docenti a dare delle risposte in tema di sessualità. Io mi sono limitato a nasconderne uno nel portafoglio. Ricordo di averlo aperto dopo, a casa, e di averlo testato da solo con la calma necessaria.

Un altro dei fratelli Gramigna invece è un seguace di Bruce Lee, il che lo rende doppiamente pericoloso. Lui gira direttamente con un nunchaku infilato dietro, nella cintura dei jeans e, quando lo estrae, lo fa fischiare intorno alla testa come nei film d’azione del suo eroe. La sua specialità, a parte darlo in faccia a chi non gli va a genio, è quello di impiegarlo secondo il suo corretto uso di antico strumento di caccia scagliandolo verso assembramenti di piccioni accorsi per abbeverarsi alla fontana sul sagrato della chiesa, con il risultato che almeno due o tre uccelli ogni volta ci lasciano letteralmente le penne.

Ma il resto dei fratelli non è da meno e, singolarmente o insieme, fanno il bello e il cattivo tempo. Un paio girano sempre con Gabriella che è l’insegnante laica di religione che se li porta appresso per evitare che diano in escandescenze con i colleghi più refrattari all’inclusione, fedele alla sua missione di salvare gli ultimi. Gabriella è la stessa che poi io ritroverò alle superiori e alla quale con Massimo prenderemo in prestito la A112 parcheggiata sulla rampa di accesso alla scuola per farci un giro durante la sua ora di lezione, roba che in caso di incidente – e lo dico da uomo prudente in piena terza età nel nuovo secolo – potrebbe costituire un problema per noi, per lei, per la scuola e per i nostri genitori, almeno i miei perché io sarò protagonista di quella bravata da minorenne mentre Massimo, mio compagno di classe, da adulto fatto e finito. Nella società a ridosso degli anni ottanta essere ripetenti non è un grosso problema, come si evince per i fratelli Gramigna. Hanno tutti frequentato ogni classe almeno due o tre volte e in terza media, quasi diciottenni, li vedi con i baffi e la barba, i vestiti da adulti (poveri) e le ragazze che, affascinate da tutte quelle dimostrazioni di prepotenza, almeno le più scaltre ci fanno un pensierino.

Nulla di cui stupirsi. Maria Antonietta, che è una che la vita l’ha resa precoce e sveglia a nemmeno quattordici anni, la noto spesso accompagnarsi alle reclute della gigantesca caserma che è la ciliegina sulla torta della nostra città, che, anche ora al netto della leva obbligatoria, resta una delle più brutte d’Italia. La domenica, al luna park o a spasso per le vie dai negozi chiusi, si incontrano solo militari provenienti dal sud o dai paesi al confine con il patto di Varsavia. Si ingegnano a rimorchiare le ragazze e poi cercano un po’ di intimità in uno dei numerosi cinema del centro, pagando biglietti ridotti per scadenti film comici con Pozzetto o Montesano. Poi, fuori al buio dopo i titoli di coda, con l’obiettivo di aumentare il potenziale di squallore di quello scenario di provincia della domenica sera, vanno a disporsi in torno ai tavoli delle pizzerie.

Anni dopo, sulle pareti del piccolo cinema d’essai della città – un posto che per un periodo importante per la mia formazione mi vedrà presente quasi tutte le sere, orgoglioso della mia unicità nell’assistere a spettacoli di elevato valore culturale – si leggerà incorniciata un’intervista a un noto intellettuale del posto, oggi leader dei Novax, che brutta fine che ha fatto. Nell’articolo si sosterrà proprio quello che ribadisco qui, e cioè che non ci sia niente di più triste al mondo di una pizzeria, in quella città, la domenica sera, una perfetta ambientazione per una scena deprimente di un film. E malgrado sia da tanto tempo che non abito laggiù, sono passati 40 anni, non ho dubbi sul fatto che le sue parole siano ancora di urgente attualità.

trasferta

Standard

Non so se si possa davvero parlare di una vera e propria scuola genovese di comici anni novanta. Nel caso, io potrei contribuire alla redazione di uno speciale dedicato a quella generazione di cabarettisti con qualche aneddoto perché, per esempio, so che quello che potrebbe essere il caposcuola del movimento, anche solo onorario perché purtroppo è mancato molto giovane, viveva due piani sopra l’ufficio in cui lavoravo. I tre soci dell’agenzia mi avevano concesso le chiavi e una domenica sera, rischiando il posto, ci avevo portato Claudia perché passeggiavamo nei pressi e ci era sopraggiunta una urgenza di intimità così forte da impedirci di raggiungere casa mia. Meglio consumare sul posto e, affrettandoci a girare la chiave nella serratura per spalancare il pesante portone, avevamo incrociato l’attore all’ingresso, mentre usciva a braccetto con la sua compagna.

Accadeva spesso che qualcuno si trattenesse in agenzia durante il fine settimana, se c’erano consegne o scadenze da rispettare. Così, nel caso in ufficio avessi trovato qualcuno, avrei potuto giocarmi qualsiasi scusa per giustificare la mia presenza in un giorno festivo. Il fatto è che con Claudia le cose erano davvero complicate. Avevamo trascorso insieme la parte conclusiva delle vacanze di Natale a casa di suoi amici, a Roma. Io l’avevo raggiunta il primo gennaio, perché la notte di capodanno ero impegnato a lavorare. Arrotondavo suonando in una di quelle orchestre che si ingaggiavano negli alberghi e nei ristoranti prima che la musica dal vivo smettesse di essere un aggregatore di persone, un fattore comune per il divertimento condiviso. Avevamo intrattenuto i clienti di un hotel fino alle due di notte in una località sciistica. Terminato il veglione ero rientrato a casa alle cinque del mattino e, poco dopo le sei, ero salito sul primo treno per raggiungerla. C’eravamo dati appuntamento nel primo pomeriggio ai piedi di Trinità dei Monti. Avevo già un cellulare ma si scaricava in poche ore e mi era stato possibile solo accordarmi con uno degli amici con cui si trovava, uno dei pochi dotati di telefono (era gente troppo snob per avvalersi di tecnologia consumer), caricandolo nell’unica presa elettrica disponibile ubicata nel bagno del vagone, a disposizione dei passeggeri desiderosi di farsi la barba durante il viaggio.

In quei giorni a Roma io e Claudia dividevamo un letto singolo ma la promiscuità non ci dava fastidio. L’ultima notte però se l’era presa per qualcosa che avevo detto. Avevamo cenato tutti insieme nell’appartamento del nipote di un uomo politico allora sulla breccia dell’onda, una casa con una terrazza pazzesca sui fori imperiali. Rincasati nell’appartamento in cui eravamo ospiti, una volta coricati, avevo commentato gli occhi della sorella della padrona di casa seduta al tavolo con noi e, si sa, son cose che è meglio evitare, ma il buon senso si impara più avanti, nella vita. La crisi era così tangibile e ingombrante da indurmi a soluzioni estreme, a partire dalla mortificazione del corpo per attribuirmi tutte le colpe e salvare, attraverso una primitiva forma di redenzione, quello che potevo. Trascorsi così il resto della notte come un fachiro, sdraiato sullo scendiletto posto sul pavimento. Ancora oggi penso all’impressione che devo averle dato con quella auto-penitenza d’altri tempi, peraltro superflua. Il viaggio in treno di ritorno insieme, poi, non ne parliamo. Un vero disastro.

Rientrati a Genova, io sarei dovuto partire la settimana successiva per una trasferta di lavoro. Erano in auge contratti professionali dalle definizioni bizzarre, ricavate dalle sillabe iniziali dei nomi con cui venivano descritti, cose come cococo e cocopro. L’agenzia mi rivendeva ad alcuni clienti come formatore per il software che utilizzavamo per sviluppare applicazioni multimediali interattive. Il prossimo corso che avrei dovuto tenere sarebbe partito il lunedì seguente nella sede di una casa editrice di Firenze specializzata nella pubblicazione di guide turistiche su cd rom. La prassi imponeva che io mi portassi a casa dall’ufficio il cd originale del software, da installare sulle macchine dei partecipanti alle lezioni, il venerdì pomeriggio prima della partenza del lunedì mattina, ma la situazione con Claudia, i continui battibecchi a cui il suo carattere mi aveva destinato, e la conseguente full immersion nell’ennesima riflessione sull’opportunità di interrompere il nostro rapporto o no, mi avevano distratto dalle operazioni più urgenti, quelle in cui occorre mettere la testa quando invece la testa è altrove.

Mi ero reso conto di aver dimenticato il software in ufficio la sera di quel venerdì (che Claudia ed io avevamo trascorso senza incontrarci) una volta coricato. Troppo tardi. Avevo comunque tutto il fine settimana davanti e le chiavi. Cercando di non combinare pasticci con il codice dell’antifurto, sarei potuto passare nel weekend in agenzia proprio come avevo fatto per usare l’ufficio come un pied a terre qualche settimana prima, questa volta però da solo e per una causa decisamente meno appagante. Decisi comunque di chiudere la questione il più presto possibile, e lo feci la mattina successiva.

Il fatto era che del cd con il software, in ufficio, non c’era traccia, a parte la custodia vuota. Provai ad avviare tutte le postazioni – si usavano costosissimi e monumentali Mac – nel caso qualcuno l’avesse dimenticato nel lettore del computer, senza successo. Non avevo scelta: avrei dovuto chiamare l’ingegnere, uno dei soci dell’agenzia. Le cose non andavano benissimo tra di noi e quel contrattempo non ci voleva. Facevo il programmatore ma, a differenza dei colleghi con un’estrazione informatica, non ero certo un genio del codice. Lavoravo lì contando nel fatto che, prima o poi, mi avrebbero spostato nel reparto progettazione per mettere la mia laurea in lettere al servizio della creazione di contenuti. Se avessi controllato il giorno precedente, un venerdì lavorativo con l’ufficio al completo, non ci sarebbe stato problema. Avremmo risolto l’assenza del cd di persona e la mia responsabilità nella faccenda sarebbe stata marginale agli occhi di tutti. Cerchi una cosa e, se non la trovi, è colpa di chi l’ha usata prima di te e non l’ha rimessa a posto. Chiamare il mio capo invece in un giorno di chiusura avrebbe significato innanzitutto ammettere la mia mancanza del giorno precedente – un bravo ingegnere pianifica al meglio ogni cosa, anche una trasferta di lavoro – e poi disturbarlo nel tempo libero. La sua fidanzata, socia quanto lui, ci provava sfacciatamente con me e, per farla breve, le dinamiche al lavoro non erano delle migliori.

La mia estrazione umanistica, a differenza di quelle teste quadrate tutte matematica e zero passione, mi consentiva però maggiore spregiudicatezza nel muovere le giuste leve per raggiungere i punti più sensibili dell’animo dell’interlocutore a seconda dell’occorrenza. Non a caso la psicologia, in certi frangenti, è più efficace di qualsiasi algoritmo. Trovai così sui due piedi una scusa plausibile per minimizzare il mio grado di responsabilità nell’accaduto: dissi al mio capo che avevo portato il cd a casa come ero tenuto a fare il giorno precedente. Non avevo controllato però che, dentro alla custodia, il cd non c’era. Tutto sommato ci poteva stare, una distrazione di entità inferiore che poteva capitare a tutti. Chiamai l’ingegnere dai telefoni dell’ufficio e mi lamentai del fatto che, certo potevo controllare meglio, ma chi l’aveva utilizzato la volta precedente avrebbe dovuto rimetterlo a posto. La cosa era andata molto più fluida di quanto temessi. Fece un veloce giro di telefonate con gli altri due soci, nel caso qualcuno di loro lo avesse preso per qualche motivo. Nel frattempo io avrei provato con i colleghi. Quando ci risentimmo per fare il punto, nessuno dei due era venuto a capo del mistero. Per fortuna c’era qualche copia del cd master da portare a Firenze, per il momento la situazione era salva ma la questione comunque bisognava prenderla in mano e risolverla.

L’agenzia, forte del contratto con cui eravamo legati, aveva un modo flessibile per gestire le mie trasferte per i corsi di formazione. Mi corrispondeva una cifra forfait che io ero libero di utilizzare, a mio piacimento, nella scelta del viaggio e dell’alloggio. Volendo avrei potuto farmi Genova – Firenze in autostop e, una volta arrivato, dormire da un amico o sotto un ponte per azzerare le spese e trarre il massimo dall’importo. Valutazioni di quel tipo, però, si fanno solo da adulti ed io, malgrado avessi quasi trent’anni, vivevo ancora nell’orbita della post-adolescenza. Acquistai un biglietto andata-ritorno per quella che, a metà anni novanta, rientrava nei primi timidi tentativi di alta velocità ferroviaria. Per la prima volta viaggiavo in un contesto business, ma la spregiudicatezza con cui avevo affrontato quell’esperienza mi si ritorse contro amaramente, a poco di tre ore dalla partenza. Non sapevo che il Pendolino, si chiamava così il convoglio, fermasse in una stazione secondaria di Firenze e non nella principale. Chiuse le porte a Rifredi, mi appropinquai all’uscita per scendere a Santa Maria Novella ma, vedendo sfrecciare la Valdarno a tutta velocità fuori dal finestrino, una decina di minuti dopo, iniziai a temere il peggio. Chiesi conferma al mio vicino di posto che, sorpreso quanto me, mi sbatté in faccia la tragicità della situazione in cui mi trovavo.

Avrei dovuto presentarmi alle 10 del mattino presso la casa editrice ma non c’era altra soluzione se non quella di arrivare a Roma, successiva e unica fermata, e prendere il primo treno per tornare indietro. Avrei iniziato le lezioni solo nel primo pomeriggio e questo comportava una giornata in più a Firenze – il cliente aveva pagato tre giorni pieni di corso, quindi sarei dovuto rimanere una mattina extra per recuperare il tempo che avevo perso – e una notte in più a mie spese in albergo. Ma quello era niente rispetto all’umiliazione di dover chiamare i miei principali e spiegargli l’accaduto e, come è facile immaginare, a differenza della questione del cd con il software, non avevo scuse a disposizione. Quella fu la prima volta in cui accusai una reazione fisica che, a quanto ho letto in giro, è riconducibile a un attacco di panico e che, da allora, mi è successa solo altre tre volte, in tutti questi anni. E questa è l’unica volta in cui sono disposto a confessarlo a qualcuno, perché si tratta di una cosa molto personale. Ero talmente sconvolto da quanto mi era successo che provai, dal nulla, un vero e proprio orgasmo con tanto di eiaculazione, senza nessun tipo di aiuto che la pratica onanistica mette a disposizione per portare a termine questo genere di operazioni.

Devo ammettere però che, grazie alla risposta che diede il mio corpo e al conseguente piacere – decisamente anomalo – ridimensionai immediatamente la situazione e la riportai a un’entità accettabile e, di conseguenza, affrontabile. Ero stato un perfetto idiota, certo. Il capotreno, leggendo la destinazione sul biglietto, non mi aveva avvisato. Ancora una volta ero riuscito a ideare, e a raccontare a me stesso, una responsabilità di fantasia (e parziale) per ciò che avevo combinato.

Anzi, svuotato da tutto, mi ritrovai la mente sufficientemente lucida da riflettere sulla curiosa vicenda del cd software che non era al suo posto. Individuare un colpevole e fornire una spiegazione ai soci dell’agenzia, inoltre, avrebbe sicuramente migliorato la mia posizione, dopo la figuraccia della mattina buttata via in treno. Poco prima delle vacanze di Natale, quelle che mi sarei ricordato per tutto il resto della vita tanto da scriverle qui a venticinque anni di distanza, era passato in ufficio Antonio, un tardo pomeriggio. Non ricordo il suo cognome, e anche se lo avessi presente di certo non lo pubblicherei qui, alla mercé di tutti e a rischio querela. Perché Antonio, secondo me, si era reso autore di un furto bello e buono. Antonio si occupava ufficialmente di montaggi video ma, con l’esplosione della multimedialità resa possibile dall’informatica, smanettava con un po’ di tutto quello che si poteva fare con un computer. Antonio collaborava con noi ma non ricordo perché fosse piombato in agenzia a quell’ora, forse a consegnare qualcosa. Ero l’ultimo rimasto a chiudere una delle tante scadenze, come sempre, ma stavo per rincasare. Su quel Pendolino mi ricordai così di essermi allontanato per andare in bagno mentre Antonio era lì e, rientrato alla mia postazione, di averlo sorpreso mentre sbirciava nella mia borsa. Non avevo assolutamente pensato al fatto che volesse rubare qualcosa. Piuttosto, nella mia ingenuità – la stessa che mi faceva pensare che un capotreno dovesse avvisare tutti i passeggeri del fatto che il Pendolino non fermasse a Santa Maria Novella ma che occorreva cambiare a Rifredi – mi ero convinto che avesse confuso la mia borsa con la sua. «Quella è la mia», avevo esclamato, ma non voleva essere un rimprovero, piuttosto un consiglio, uno di quelli che si danno per aiutare qualcuno a portare a termine quello che sta facendo, senza sospettare che Antonio aveva capito di trovarsi nella situazione perfetta per commettere un furto.

Così, tralasciando la lettura del romanzo che mi ero portato appresso per affrontare il viaggio senza sapere che sarebbe durato il doppio del previsto, ebbi l’illuminazione. Antonio aveva rubato il cd di installazione del software quella sera, mentre facevo pipì. Poi, già che c’era, ha dato un’occhiata nella mia borsa per controllare se non ci fosse qualcos’altro di redditizio. Decisi però di non chiamare ancora la socia fidanzata dell’ingegnere, con cui avevo ammesso la mia debacle professionale di quella mattina. Dall’ufficio avevano gestito il mio ritardo con il cliente e un’ulteriore telefonata in quel frangente avrebbe messo in secondo piano un’intuizione così sensazionale. Era molto meglio lasciare che le acque si calmassero e rimandare la soluzione del caso al mio rientro.

Ero già stato una prima volta nella redazione della casa editrice. Avevo un ottimo rapporto con i tre partecipanti al corso, tre miei coetanei molto rilassati, per i quali la questione della mattinata persa e recuperabile in un giorno non previsto non aveva costituito assolutamente un problema. Mica eravamo a Milano. Le lezioni erano destinate al figlio del proprietario, a una ragazza decisamente avvenente che svolgeva le mansioni di grafica – ma totalmente fuori target per un eventuale flirt insegnante/allieva – e da un ragazzo dai capelli lunghi chiari, la pelle rossastra e una moltitudine di difficoltà di pronuncia che, unite alla tradizionale parlata fiorentina già privata di alcune fondamentali consonanti, rendeva la comunicazione con il prossimo estremamente problematica. Lui ed io ci eravamo però scambiati pareri sui comuni gusti musicali in occasione della sessione di corso precedente. Avevamo inoltre scoperto una conoscenza in comune, una sua vecchia compagna di università che lavorava con me.

Sulla base di quel superficiale grado di intimità, a metà pomeriggio di quel primo giorno di lezioni mi propose di accompagnarlo la sera stessa al concerto degli Smoke City, un gruppo trip-hop britannico il cui singolo – Underwater Love – passava continuamente alla radio e soprattutto in tv. Avevano una cantante molto graziosa, di origini brasiliane, e fu quell’aspetto, più che la componente strettamente musicale, a convincermi ad accettare l’invito. Mi spiace non ricordare come si chiamasse, quel ragazzo. Mi venne a prendere con una moto scomodissima in albergo, mi prestò un casco e, qualche minuto dopo, mi offrì la possibilità di bearmi di quel fuori programma nella capitale toscana. Faceva freddo, era metà gennaio, ma una serata così dopo le ultime amarezze personali e lavorative era proprio quello che ci voleva. Non ricordo molto del concerto, solo che non fu niente male. Mi sarei fermato anche dopo l’esibizione, ma il biglietto non comprendeva il resto della serata nel locale. Il dj era già partito con “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-Nrg, sfumato l’ultimo bis della band sul palco, e gli avventori che erano lì per ballare presero il posto in pista della gente che aveva assistito al concerto. Almeno, questo è ciò che il mio accompagnatore mi spiegò per convincermi a uscire mentre avevo già iniziato a muovermi a tempo con la testa, un segnale esplicito che si dà al prossimo per comunicare quando si apprezza un groove. Ero comunque stanco, era dalle cinque del mattino che ero in piedi, avevo affrontato una dura prova di sopravvivenza, avevo fatto quattro ore di lezione e, tutto sommato, mi sarei messo volentieri a letto. Il mio accompagnatore, prima di riportarmi in albergo, mi propose però di mostrarmi casa sua, un appartamento medievale sulla riva dell’Arno. Non so spiegare perché ma non vidi minimamente un secondo fine in quel gesto, e infatti ad aspettarci, a casa sua, c’era la sua anziana mamma con cui abitava. Bevemmo tutti insieme qualcosa di caldo, forse un the, e poi finalmente mi riaccompagnò con la moto all’albergo.

Il secondo giorno di corso negli uffici della casa editrice filò liscio, al netto della visita del proprietario – come ho scritto prima, era il padre di uno dei destinatari delle lezioni – che non rammentava di aver ingaggiato la mia agenzia (eravamo loro fornitori per varie lavorazioni) per quell’attività di formazione. C’era una questione da risolvere con urgenza e così mi venne chiesto di interrompere giusto il tempo per chiudere la cosa. La sera, però, rientrato in albergo, mi salì una forte febbre. Ero sempre in salute, ma una volta all’anno mi toccava fare i conti con l’influenza o un raffreddore o qualcosa che mi costringeva qualche giorno a letto e che ero abituato a curare con l’aspirina. In piena notte mi diressi alla reception ma il custode non aveva nulla, o forse non voleva prendersi la responsabilità di darmi una medicina. Mi indico però una farmacia notturna a poco più di un km da lì, nei pressi dello stadio. Riuscì a raggiungerla a piedi, malgrado non conoscessi affatto la zona e non prima di trovarmi in mezzo a un preoccupante litigio tra una coppia di innamorati. La donna era scesa in lacrime dalla macchina e l’uomo si era precipitato a rincorrerla. Probabilmente erano ubriachi entrambi, e comunque lui mi aveva lanciato uno sguardo minaccioso per indurmi a non impicciarmi in quella storia. Meglio così. Dal punto di vista delle relazioni interpersonali mi sentivo di aver già dato abbastanza e, in più, non vedevo l’ora di buttare giù due aspirine e tornare sotto le coperte. Rientrai in albergo e il custode, nel frattempo, aveva indossato un pigiama a righe, un modello di quelli che si vedevano nelle pubblicità dei materassi negli anni settanta, e un paio di pantofole in pelle marrone. La mattina dopo la febbre non era scomparsa affatto ma non non recarmi al lavoro era del tutto fuori discussione. Resistetti l’intera giornata senza rivelare le mie condizioni di salute. Era chiaro che avevo preso freddo in moto la sera prima con il tizio. Mentre guidava, poi, continuava a voler fare conversazione, ma tra il casco e il suo modo di parlare non capivo nulla. Mi spiaceva farlo sentire in colpa per essermi raffreddato.

L’aspirina, però, nel giro di quarantott’ore si era confermata fenomenale. Si trattava di un vero e proprio rimedio di famiglia. A casa mia ci si curava così e, anche in quell’occasione, la febbre come era sopraggiunta svanì la mattina in cui, terminata l’ultima lezione, presi il treno del ritorno. Per compensare l’errore e il tragitto extra da Roma a Firenze dell’andata, acquistai il biglietto meno caro per un’interminabile serie di convogli regionali fino a Genova, tanto quella giornata – era giovedì – sarebbe andata comunque persa. Rientrai in ufficio venerdì mattina. Il clima sembrava sereno. Ero già allora una persona piuttosto divertente e autoironica. Scherzai con i miei capi sull’accaduto, non avevo problemi a darmi dello stupido sapendo di non esserlo affatto, e la cosa finì lì. Decisi però di giocarmi immediatamente la carta della soluzione del caso del cd scomparso. Rivelai i miei sospetti ai soci proprietari i quali mi sembrarono convinti della veridicità della mia ipotesi. Il problema era che, comunque, la vicenda non avrebbe avuto alcun seguito se non una messa in discussione del rapporto professionale con Antonio, il presunto autore del furto. Anche in quel caso, però, capì solo dopo il rischio che avevo corso condividendo le mie impressioni. Qualcuno di loro, a mia insaputa, avrebbe potuto essere in rapporti stretti con Antonio e fargli sapere le mie accuse. In quel caso mi sarei messo davvero nei guai ma, almeno fino a oggi, non ne ho più saputo nulla.

Rimaneva solo una faccenda da sistemare. Da quando eravamo tornati insieme in treno da Roma senza rivolgerci la parola, se non per insultarci, non avevo più sentito Claudia. Sapevo che in quei giorni c’era in ballo una sortita a cui avrei dovuto prender parte anch’io, se non fossimo stati in rotta, e alla quale avrebbe partecipato anche un certo Filippo, un bellimbusto che non avevo mai visto ma che sapevo essere una specie di suo ex, uno con cui ogni tanto c’era stato qualche strascico dopo la loro storiella – precedente alla nostra – e che Claudia ogni tanto evocava nelle nostre conversazioni, con l’unico scopo di mettere alla prova il mio autocontrollo in fatto di gelosia. Avevo però superato ormai il picco dell’esasperazione, come se l’esperienza in treno si fosse portata via tutti i miei guai, e mi sentivo pronto ad affrontare il futuro con maggiore sicurezza di me. Mi ero guardato bene dal chiamarla, lei non si era fatta viva, e mi preparavo a trascorrere quel primo weekend da single facendo la spesa del sabato mattina. Avevo già riposto le chiavi di casa e della macchina in borsa per uscire – usavo uno zaino militare per non prendere il carrello del supermercato, non chiedetemi il perché – quando Claudia mi chiamò sul fisso con un tono sorprendentemente accomodante. Anzi, mi riprese, addirittura, durante la conversazione, perché le sembravo sproporzionatamente imbronciato.

L’errore più grave fu quello di accordarci per un’opportunità di riconciliazione. Se la cosa fosse finita lì, al telefono, mi sarei risparmiato tutto quello che avvenne nei mesi successivi. Ci demmo appuntamento per l’ora dell’aperitivo, davanti a Palazzo Ducale. Mentre l’aspettavo incontrai Raffaele, uno spiantato che cantava in un gruppo in cui avevo militato fino a qualche mese prima, prima che il lavoro mi convincesse che – a parte qualche serata pagata profumatamente, come quella di capodanno – gli orari della musica con quelli di ufficio non erano affatto compatibili. Non so di cosa chiacchierassimo, probabilmente di musica, quando dal nulla apparve Claudia, con un cappotto un po’ retro e una pianta da interni in mano. Congedai Raffaele, forse baciai Claudia prendendole dalle mani il vaso di cui mi stava facendo omaggio, sdrammatizzando il momento con una battuta sul tempo che avrei impiegato a farla appassire. Ci scambiammo delle scuse di circostanza e insieme ci addentrammo nei vicoli, proprio come in uno di quei film in cui i protagonisti, nella scena conclusiva, sono ripresi mentre si allontanano di spalle e non è prevista una vera e propria fine della storia.

domani compriamo la macchina nuova

Standard

Avrete sicuramente sentito dire che uno dei pochi motivi per cui è bello trascorrere tempo guardando la tv è per via della tv della Feltrinelli. Il problema è che laEffe si vede solo su SkyTv. Non rientra cioè nella gamma delle emittenti presenti sul digitale terrestre. Ed è per questo che la moglie di Nino, mentre rientravamo in auto dal pranzo di Santo Stefano, ha imbracciato il suo smartphone dichiarando «Ora compriamo Sky!». Io ho capito subito che intendeva un abbonamento, mica tutta la rete. La moglie di Nino ha avvicinato il telefono alle labbra come fa sempre quando vuole interpellare l’oracolo di Google e ha scandito in perfetto linguaggio macchina «Quale – Offerta – Sky – Attivare – Per – Vedere – La – Effe». Ma lo sapete come vanno le cose: i motori di ricerca trovano tutto quello che non serve e alla fine ha composto un numero verde per parlare con qualcuno. Da quel poco che abbiamo capito – abbiamo attraversato svariate gallerie in autostrada e la conversazione in viva voce con l’operatrice del contact center non è stata certo delle migliori – sembra che il canale 135 si prenda solo tramite parabola. Insomma, per farla breve, trascorsi nemmeno trenta minuti la curva di dedizione all’acquisto di un abbonamento Sky era rientrata ai valori da cui era improvvisamente schizzata in alto.

È successo così anche per la friggitrice ad aria, per la nuova cintura da regalare al figlio adolescente, per l’impianto di aria condizionata per la casa, per il camper, per la radiosveglia, per l’albero di Natale nuovo, per la sostituzione della vasca da bagno con la doccia. Ma il mancato acquisto più ricorrente è quello dell’auto nuova. La differenza intanto è che la curva di dedizione per l’acquisto dell’auto nuova dura molto più di mezz’ora. La curva di dedizione per l’acquisto dell’auto nuova dura tocca il punto più elevato al ritorno dai viaggi più lunghi, quando risulta palese che la vecchia berlina di famiglia non è in grado di assicurare gli standard di comfort e di sicurezza garantiti dalla tecnologia automotive più recente. Adriana e Nino così rientrano a casa e passano in rassegna i più noti portali dedicati alla compravendita di veicoli. In alcuni casi prendono persino appuntamento con un paio di concessionarie ma poi, compreso il reale impegno economico dilazionato nel tempo che comporta una macchina nuova o usata acquistata a rate, si accommiatano dal venditore con la promessa di pensarci su. Li sentirete dire spesso «domani compriamo la macchina nuova». L’hanno detto anche ieri sera. «Domani compriamo la macchina nuova», ha detto Adriana, la moglie di Nino, ma state certi che non è vero nemmeno questa volta.

polpette di che cosa

Standard
L’aspetto che più sorprende il visitatore è che l’Ikea è una città nella città. Dentro comprende quartieri e caseggiati, ciascuno frammentato in nuclei abitativi a loro volta frazionati in ambienti attraverso finte pareti o separé costituiti da librerie, armadi o pannelli. Una moderna metropoli multiculturale ma priva di spazi di aggregazione dedicati alla comunità, con edifici immaginari pensati senza piazze e cortili perché quello che conta è dentro la casa, il suo interno e chi lo abita.
Questo è l’incipit della prefazione all’edizione 2022 della guida turistica “Ikea” a cura di Ingo Besta, edizioni (Owner of a) Lonely Earth. Ingo Besta è un esploratore professionale di non luoghi e l’idea di pubblicare un supporto dedicato a chi sceglie di trascorrere un weekend in uno dei numerosi templi dell’arredamento prêt-à-porter svedese nasce proprio da un dato di fatto. Chi si addentra nello spazio espositivo viene così rapito dai milioni di mobili, complementi di arredo e suppellettili posizionati nelle soluzioni allestite da non notare i passaggi segreti tra un settore e quello contiguo. I percorsi segnalati sono infatti tracciati per guidare il cliente lungo la totalità dell’esperienza di visita, in una pienezza di prodotti che trova il suo apice nel market sottostante. Solo gli abitanti del luogo sanno come e dove trovare quello che cercano senza visitare tutto il superfluo e la guida di Ingo Besta ci fa sentire accolti nel posto molto di più di un cittadino onorario qualsiasi. Non mancano i consigli per mangiare e trovare ristoro senza spendere un capitale, proprio come i volumi dedicati alle mete del turismo di massa. Ma c’è di più. La guida Lonely Earth “Ikea” 2022 ci mette a disposizione gli strumenti più utili per vincere il mal d’Ikea, ovvero quella sensazione un po’ così che ci prende quando lasciamo la città per inoltrarci nei bassifondi a cercare i prodotti di cui abbiamo preso diligentemente nota tra le stanze di quel popolo immaginario che ci ha ospitato con un trasporto senza precedenti nei suoi ambienti più privati. Il piano terra svela l’arcano e cerca di indurre a una sintesi ma con un limite: dove sono tutte le cose che, viste insieme, fanno innamorare il turista? Gli ambienti destrutturati e la nuova collocazione ricomposta per tipologia di impiego si riduce agli occhi come un sottosopra da film di fantascienza. La sicurezza mossa dall’intimità domestica viene minata dalla disposizione per articolo banalizzando le totalizzanti personalizzazioni dell’esposizione a un catalogo secondo generi ed è lì che il viaggiatore realizza che il suo appartamento decostruito è uguale a tutti gli altri. I suggerimenti di Ingo Besta permettono invece di tornare al parcheggio con il carrello pieno di mobili e di certezze. Persino le polpette, una volta cucinate in padella dopo una lunga sessione di montaggio con manuale, brugole e viti, acquistano un altro sapore, anche se non è ben chiaro quale sia il nuovo e quale fosse l’originale. La guida Lonely Earth “Ikea” 2022 di Ingo Besta si conferma così un compagno di viaggio irrinunciabile per le nostre scelte di arredo e di conseguente vita in casa. 

rapporti

Standard

Le persone che conosciamo potrebbero essere in mille modi diversi da come sono. I nostri cari, i colleghi al lavoro, certi amici e persino la gente con cui ci capita di condividere brevi sentieri della nostra vita. Il discorso vale anche per me e voi, certo, ma noi siamo fuori concorso perché qualche certezza occorre sempre mantenerla. Quindi visto che l’idea l’abbiamo avuta noi, è giusto che a cambiare ci pensino gli altri. Se sapete di qualcuno che vuole fare altrettanto, liberissimo di provarci. Questo pomeriggio mi sono guardato un po’ in giro per capire come vanno le cose. Ho preso la bici e ho pensato che un po’ di svago all’aria aperta era proprio quello che ci voleva. Andare in bici con il vento in faccia è una sorta di rimedio a tutto, una panacea. Ci sono siti e app con le mappe per i ciclisti dove puoi prepararti un percorso da seguire, con le distanze e le piste al riparo dal traffico. Sulla carta, anzi sul web, virtualmente ho già percorso centinaia di km qui intorno. La realtà però è differente. Basta qualche minuto che sento già la nostalgia di casa, del libro che sto leggendo, dello stereo e dei dischi. Poi non ho l’attrezzatura adeguata, specialmente per alleviare il fastidio del sellino, avete presente? Anche il casco, ci vorrebbe, non mi trovo a mio agio in strada, con tutte quelle macchine. Basta qualche incomprensione con la gente per capire se non è giornata per girare in bicicletta. Prendete il kebabbaro in centro, quello che ha appena cambiato gestione. Dall’ingresso è uscito un addetto alle consegne a domicilio sul monopattino elettrico a tutta velocità proprio mentre passavo lungo il tratto di pista ciclabile lì davanti. Ci siamo fermati entrambi in tempo e non è successo nulla. Poco dopo ho attirato le ire di un’automobilista che non era certa di avere spazio sufficiente per superarmi, e quando lo ha fatto l’ho sentita gridare qualcosa a sottolineare il mio incedere. Ha parcheggiato appena svoltato l’angolo successivo, l’ho guardata per capire quale fosse il problema ma, ancora chiusa in auto, ha fatto di tutto per non ricambiare l’attenzione. Così ho pensato fosse meglio rientrare a casa, dedicarmi a ciò che dicevo prima di preferire, il libro e la musica, ma poi mi sono venute in mente queste considerazioni. Ho pensato che sarebbe bello saper scrivere bene ma non necessariamente per scrivere libri, giusto solo per raccontarsi certe cose da poco che si provano quando non ci sono grandi emozioni da condividere.

a secco

Standard

A ridosso dei diciott’anni ho svuotato il libretto dei risparmi che mi avevano attivato i miei genitori da bambino per pagarmi la patente. Il libretto era un vero e proprio opuscolo protetto da una copertina in plastica di una texture e un colore riconducibili al cuoio. Nelle pagine interne venivano registrate, a penna e con il timbro della banca, tutte le operazioni di deposito e prelievo. Sino ad allora ero stato decisamente meticoloso sull’uso dei soldi che avevo da parte. Il costo della scuola guida era di poco inferiore a quello che ero riuscito ad accumulare, anche se – a onor del vero – da qualche tempo le mie esigenze erano aumentate e, da adolescente, non avevo mai più raggiunto i livelli di risparmiatore che avevo tenuto da piccolo.

Non ricordo perché avessi scelto di procedere in autonomia per il conseguimento della patente. Non credo che i miei genitori si sarebbero opposti. Probabilmente non volevo metterli con le spalle al muro per una uscita economica non pianificata e temevo che la mia urgenza di rendermi indipendente – per modo di dire, perché tra il superamento dell’esame e l’appartarmi con la mia ragazza da qualche parte c’era la necessità di disporre di un mezzo tutto mio, ostacolo non da poco ma a cui avrei pensato in un momento successivo – passasse in secondo piano dopo le priorità dell’intero nucleo famigliare.

E infatti l’intero processo si chiuse più di due anni dopo, quando mio padre mi fece trovare a tavola, in mezzo al tovagliolo, le chiavi di una Fiat Ritmo 60 bianca. Terminai il pranzo in fretta e furia per mettermi subito alla guida della mia prima auto. Ero a digiuno di pratica e, davvero, mi sfugge la spregiudicatezza con cui mi lanciai immediatamente nel traffico.

Ho ripensato a quella sensazione più volte, durante le scorse settimane di vacanza. Ho guidato per quasi 5mila km tra Italia ed Europa e non c’è stato istante in cui mi sia sentito mai completamente rilassato al volante. Si dice che da vecchi aumentano ansie e timori, il fatto è che ho viaggiato per ore e ore assalito costantemente da svariate paure irrazionali. Che mi si guastasse l’automobile all’estero, innanzitutto, e di dover ricorrere a carro attrezzi e officina in un paese straniero. Non ho più la Ritmo da trent’anni ma sono proprietario di un veicolo del 2007 che fa tutt’ora il suo dovere egregiamente, però non sempre ispira fiducia, tantomeno per un’impresa itinerante così impegnativa. Il mercato automobilistico è un continuo cambiare le carte in tavola sempre più frenetico per linee, tecnologia e approccio, e oggi una macchina di quattordici anni non trasmette affatto sicurezza. Scarrozzare la propria famiglia in giro, poi, ti fa sentire doppiamente preoccupato, perché oltre all’incolumità di chi guida c’è anche quella dei propri cari. E portare sulle strade un mezzo del cui controllo sei tu il responsabile è comunque un compito per nulla secondario.

Ma il timore che più mi vergogno di aver provato è quello di trovarmi senza carburante, di sbagliare i calcoli sulle distanze da percorrere e consumo di litri per chilometro. Guidavo sbirciando in continuazione l’indicatore del serbatoio tentando previsioni sullo spostamento della lancetta, che comunque sulla mia auto lo si può percepire in tempo reale. Ho invidiato, seduto all’interno dell’abitacolo ampiamente superato in quanto a optional per gli standard delle macchine di nuova generazione, i veicoli che mi sorpassavano e le loro prestazioni pensate per una mobilità moderna e sostenibile. Centinaia e centinaia di km con un pieno a fronte della mia necessità di soste continue per consentire al motore di raffreddarsi e, a me, di riposarmi dalla concentrazione imposta dal viaggio e tutte queste paure.

Naturalmente, come è facile immaginare, poi è filato tutto liscio. Si è accesa la spia dell’olio motore solo una volta, l’auto ha i suoi anni e lunghi percorsi a velocità elevate la costringono a funzionare a ritmi probabilmente fuori dalla sua portata. Il trucco è stare sotto i 110 e portare sempre con sé un paio di confezioni di olio da aggiungere. Quando ho parcheggiato sotto casa, a vacanza finita, ho sfilato la chiave pensando a come la vera ricchezza consista proprio nell’aver la possibilità di comprare risposte efficaci alle proprie paure – anche quelle infondate – e mi sono chiesto se, davvero, circondarsi del meglio sia la chiave per vivere in serenità.

in miniatura

Standard

Alla fine hanno scelto tutti di restare o tornare bambini e l’umanità si è trovata completamente priva di adulti, con tutto ciò che comporta. Avete presente cosa ci vuole per procreare? O anche solo le competenze per portare a termine un intervento chirurgico, costruire un microchip, preparare una torta, contare fino a un milione, girare un film con un storia che abbia un inizio e una fine e una trama coerente, esportare dei prodotti in oriente, compilare la dichiarazione dei redditi, guidare un aereo ma anche un camioncino, organizzare una vacanza, conoscere qualche fondamento di chimica per non avvelenarsi, riconoscere una truffa, giocare in borsa, anche se tutte queste cose, senza gli adulti, non solo non sono possibili ma nemmeno immaginabili. Le cose sono andate così: una tizia ha scritto come status di Whatsapp: “Non mi interessa nulla dell’essere adulti. I soldi, l’indipendenza, le relazioni, il lavoro. Stasera voglio solo avere dieci anni e mettermi a fare i compiti delle vacanze sul tavolo in cucina dopo aver passato tutta la giornata al mare”. Il fatto è che ha premuto una combinazione di tasti sullo smartphone che funziona un po’ come la lampada e il genio che esce fuori, ma con conseguenze molto, molto più gravi e irrimediabili. Un virus si è diffuso su tutta la rete e così alla fine hanno scelto tutti di restare o tornare bambini e l’umanità si è trovata completamente priva di adulti, con tutto ciò che comporta. Pure io adesso ho dieci anni, ma prima di regredire sono riuscito a salvare in bozza questo post.

lettori di agosto

Standard

Conosco diverse persone a cui non piace viaggiare e, credetemi, non è il caso di biasimarle. Il viaggio comporta una serie di difficoltà da affrontare, di responsabilità di cui farsi carico e di scelte da prendere, per noi stessi ma molto spesso per chi ci accompagna perché difficilmente viaggiamo da soli, anche se viaggiare da soli è una figata che non ha paragoni. Il fatto è che noi italiani siamo ancora legati al calendario dettato dalla Fiat e da tutto il suo ecosistema e indotto che imponeva di prendere le ferie in agosto. Oggi la Fiat non esiste più, l’ecosistema probabilmente è soggetto al calendario cinese, nonostante ciò continuiamo a fare vacanze in agosto. Occorre quindi manifestare tutta la nostra solidarietà a coloro ai quali non piace viaggiare e, di conseguenza, sono costretti a fare cose alternative durante le settimane di ferie imposte in agosto. Tenendo conto che ovunque è tutto chiuso, ci sono quaranta gradi, c’è il Covid, la tv è una merda, ci sono i gatti degli amici – che invece partono – da curare e cose così. Perché se a chi non piace viaggiare fosse consentito di prendere ferie in altri periodi dell’anno sono certo se la passerebbe meglio e, a dirla tutta, la formula potrebbe interessare anche a gente come me. Voglio dire, non vi piacerebbe staccare due o tre settimane a marzo? O a giugno? Parliamone. In altri periodi, con tutto aperto, uno a cui non piace viaggiare potrebbe godersi davvero il posto in cui vive. Vederlo sotto una luce diversa dalla canicola di ferragosto, l’asfalto che brucia e nemmeno una pizzeria aperta in giro. Per farvi capire quanto sono disperati quelli a cui non piace viaggiare vi dico solo che il numero di lettori di blog come questo, nelle settimane centrali di agosto, cresce a dismisura. E non credo che leggere articoli inutili o deprimenti sia un passatempo adatto a chi ozia sulla sdraio in una spiaggia della Sardegna del sud. Secondo me è gente che sta a casa, che le ha provate tutte e che sta raschiando il fondo del barile per trovare qualcosa da fare. Amici lettori a cui non piace viaggiare, mettetevi comodi: questo post è tutto per voi.

titolo provvisorio

Standard

I viaggi che organizziamo per trascorrere le vacanze in agosto servono principalmente per consumare le ferie arretrate da noi stessi. Partiamo e andiamo via da ciò che siamo tutto l’anno e, per qualche settimana, facciamo finta di preferire le parole delle persone con cui ci accompagniamo a quel mantra di cose che ci sentiamo ripetere da sempre nella testa dal nostro abituale interlocutore interiore, pensieri sempre uguali con l’aggravante del tempo che dilata la nostra memoria e li fa sembrare sempre più oggetti puzzolenti di muffa da mercatino dell’antiquariato. Distanti da noi stessi portiamo solo qualche cianfrusaglia emotiva giusto per poter dimostrare, quando occorre, le nostre generalità. Un paio di libri, il computer con cui scrivere cose come questa sul nostro blog, le password di accesso ai servizi di streaming musicali e cinematografici che non si sa mai.

Seduto sul divano di casa, insieme al gatto nutrito e controllato da qualche vicino di fiducia, resta il nostro esoscheletro nella posizione segnaposto con cui ci lasciamo vivere il resto dell’anno, nemmeno fossimo un insetto qualunque. A quel simulacro di noi stessi, che torneremo a indossare al termine della vacanza come una tuta del Decathlon macchiata qualsiasi, abbiamo lasciato in custodia tutto ciò che tiene caldo a partire dalla depressione che ci coglie ogni fottuto agosto e, davvero, meno male che abbiamo messo da parte due lire per muoverci altrove.

Giunti a destinazione, disponiamo con cura nei cassetti dell’appartamento che abbiamo affittato tramite Airbnb – alla faccia di chi ha paura della gentrificazione – il bagaglio di ansie a cui non possiamo rinunciare e che ha condiviso il viaggio insieme a noi ben stipato nel Thule porta-tutto. La provvista di sogni ricorrenti che ci siamo portati da casa invece consente un rilascio graduale notturno a copertura di tutto il periodo di permanenza e, come quel sistema per cui Google all’estero ti restituisce risultati nella lingua del paese in cui ti trovi, il nostro subconscio programma un palinsesto estivo decontestualizzato dalle preoccupazioni stringenti del quotidiano invernale, una sorta di Techetechetè personale ma molto, molto più appassionante. Ecco quindi trasmissioni oniriche che non andavano più in onda da decenni con attori e comparse di cui avevamo perso le tracce pure su Facebook.

Poi, a metà viaggio, quando sembrano mesi che siamo via di casa e il rientro risulta così distante da non costituire alcuna preoccupazione, ci chiediamo regolarmente il senso delle cose e tentiamo risposte alle grandi domande della nostra vita. Gli stranieri che ci ospitano esistono davvero o stiamo partecipando a un reality? Chi ci crediamo di essere per sventare il complotto di chi sostiene che la terra sia tonda se, volando fino a qui, abbiamo notato qualche curvatura? Perché Marcell Jacobs vuole disinteressarsi del tema dello ius soli e segue Salvini sui social? Per tutto ciò non ci sono certezze, delle notizie sbirciamo solo i push sui nostri smartphone e poi camminiamo e basta. Camminiamo per km e km, controlliamo i passi su Google Fit, guardiamo le case diverse, le persone diverse, i menu diversi scritti in una lingua diversa. In tutto questo, le risorse per bearsi nello spleen sono davvero poche. Meglio risparmiare per una birra in più perché, si sa, all’estero per gli italiani è tutto molto più caro.

background

Standard

Il mio compagno di banco si chiamava Roberto come me e come milioni di altri Roberti nati negli anni sessanta. Ci ha messo cinque anni a finire le medie e io me lo sono ritrovato in classe in terza. Gli ho dato una mano a preparare l’esame perché era simpatico ma anche perché la sua famiglia gestisce tutt’ora la pizzeria migliore della città. Studiavamo da lui e a merenda ci servivano spesso una margherita preparata alla napoletana, accompagnata da un bicchiere di Pepsi con ghiaccio e limone. Quando ho saputo che la figlia di uno dei masterchef frequenta lo stesso liceo della mia ho pensato così al menu delle festicciole che darà per i suoi compagni di classe, sempre che una celebrità di quel livello dia delle festicciole, si presti a far da mangiare per gli invitati e che la figlia abbia degli amici. Spero si noti la fortissima invidia per chi può dire di avere un genitore di quel rango. Per questo stesso motivo non credo che, quando si presenterà l’occasione, sceglierò di tenere il quadro che sovrasta il letto in cui dorme mia mamma, un dipinto che si sono regalati lei e mio papà molti anni fa e che ha accompagnato buona parte della loro vita matrimoniale. Perderò la possibilità di mettere le mani su un’opera di grande valore affettivo e di poche decine di Euro ma proprio non mi piace, a differenza del quadro che mi ha regalato la zia di mio padre, mia madrina nel paio di sacramenti di cui sono stato beneficiato. Pochi mesi prima che morisse, memore di quanto ne fossi attratto, zia Giulia ha dato disposizioni affinché la sua badante si occupasse di incorniciarlo a modo e me ne facesse dono. Anche in questo caso non si tratta certo di un pezzo da museo, però ha uno stile piuttosto originale che, inserito nell’arredamento del mio soggiorno, fa la sua figura.

Il quadro dei miei invece è stato realizzato da un artista noto nella comunità da cui proveniamo entrambi. Frequentavo i suoi figli, il più grande giocava a basket con me e con la sorellina addirittura – anni dopo – ci siamo baciati ma poi è finita lì. Ultimamente vedo spesso celebrato il padre pittore nelle pagine di cultura locale sui social network di massa, probabilmente ricorre l’anniversario della sua prematura scomparsa. Ho osservato con attenzione vecchie foto loro pubblicate – i figli sono rimasti orfani poco più che adolescenti – e ho notato la luce negli occhi di tutti i componenti di quel nucleo famigliare. Padre, madre, figlio e figlia, splendenti di quella bellezza che tocca pochi fortunati passeggeri di questo mondo. Gente destinata a compiere gesta esclusive e a una vita al riparo dall’ordinarietà, aspetti che si comprendono dal modo in cui rimanevano ritratti nelle fotografie e dalla scelta dello sfondo in cui sceglievano di scattarle.

Non mi piace guardare le vecchie foto di famiglia ma di recente, in occasione di una visita a mia mamma, mia figlia me lo ha chiesto e non mi è stato possibile sottrarmi. Qui a casa mia non ne ho nemmeno una, se non qualcuna scattata con le band in cui ho suonato e un intero servizio di quando giravo conciato come Robert Smith. Le vecchie foto di me bambino e della mia famiglia che ha conservato mia mamma – foto in località di villeggiatura, ricorrenze con parenti e altre occasioni altrettanto semplici – colpiscono per lo sfondo dimesso. Neve sporca, automobili parcheggiate, sconosciuti di spalle o di passaggio, ciminiere in lontananza, edilizia popolare, recinzioni instabili, tinte male abbinate, pannelli pubblicitari. Prima delle fotocamere digitali e degli smartphone le foto si facevano così. Si metteva l’occhio nel mirino, si serrava l’altro, si chiedeva di stare immobili e di sorridere, si scattava, si portava il rullino a sviluppare e ci si beava del risultato. Mi sono chiesto chi fosse l’incaricato alla documentazione delle occasioni importanti e dei momenti particolari e perché, chi ci scattava le foto, non si preoccupasse dell’inquadratura o almeno non ci chiedesse di spostarci in un punto diverso, di fare attenzione a tenere gli occhi ben aperti, di trasmettere ai posteri un messaggio più comprensibile, un futuro più facile da indovinare.