Un po’ lo capisco il mio collega Fausto che si impone di trascorrere l’intervallo lungo – quello successivo alla mensa – in classe con i bambini seduti. Uscire in giardino simultaneamente insieme ad altre venti classi restituisce un’esperienza infernale, anzi talmente infernale che io l’inferno me lo immagino proprio così: un’ora intera in piedi sotto il sole con centinaia di bambini da sorvegliare, a pancia piena (tutti) e quindi con una scorta di energie in grado di sovvertire qualunque ordine precostituito (i bambini).
Se leggete tra le righe, comprenderete immediatamente che i rischi sono molteplici. A pancia piena significa che dopo qualche minuto si tolgono la felpa e si mettono in maglietta quindi possono prendere freddo se fa freddo mentre, quando fa caldo, sudano come dei maiali, condizione che mieterà vittime tra i soggetti più fragili al rientro in aula. Simultaneamente insieme ad altre venti classi vuol dire invece che, trascorsa una manciata di secondi, scatta il fuggi fuggi generale e si perdono di vista i propri alunni rendendo impossibile ogni velleità di supervisione. Vi sfido a riconoscere i vostri: sono tutti uguali, vestono tutti allo stesso modo, hanno tutti lo stesso taglio di capelli e, in velocità, è difficilissimo distinguerli.
La scorta di energie, infine, accumulata a pranzo, aumenta esponenzialmente il loro superpotere di incolumità. Il punto però è che i bambini di oggi, cresciuti negli ambienti virtuali, non sono capaci di giocare senza farsi male. I videogiochi e la realtà distorta in cui sono abituati a muoversi durante le attività digitali sfalsa l’idea di fisicità e la percezione del loro corpo nei confronti dell’ambiente circostante. In più, nonostante gli sport praticati, corrono goffamente senza guardare, si scontrano tra di loro allo stesso modo in cui lasciano che le loro proiezioni sullo schermo attraversino qualsiasi ostacolo composto da pixel, si inciampano e cadono inconsapevoli della materia di cui sono costituite le loro membra, il suolo e la natura, a partire dagli alberi.
Il collega Fausto ha raggiunto un record sorprendente di denunce di infortuni depositati in segreteria. Io sono un po’ meno fiscale perché tendo a minimizzare gli incidenti ma so che, prima o poi, la pagherò cara. Anni fa ho avuto una collega giovane che accompagnava i suoi fuori e poi si metteva gli auricolari per ascoltare musica per staccare del tutto, come se un docente in servizio potesse considerarsi in pausa tanto quanto i propri alunni. Un’altra alle prime armi invece non pensava che, durante l’intervallo fuori dalla scuola, ai maestri fosse vietato fumare. Non vi nascondo che non dispiacerebbe nemmeno a me, se il mio lavoro davvero fosse così. Quest’anno mi sono organizzato con un termos Bialetti che, nei giorni in cui tocca a me la mensa, riempio con una caffettiera intera di caffè la mattina e svuoto interamente dopo la frutta, con immenso piacere. Potete immaginare quanto un momento di relax, specialmente nella bella stagione, sia in grado di permettere agli insegnanti il raggiungimento di una condizione di perfezione.
Uno dei motivi che provano il fatto per cui “You’ve Come a Long Way, Baby” di Fatboy Slim sia considerato a tutti gli effetti una pietra miliare della musica elettronica è che alcune tracce di quel disco sono tuttora usatissime come commento sonoro di spot o sigle per eventi di varia natura. Tra tutte, “Right here, right now” è forse la più rappresentativa, sotto questo punto di vista.
Il fatto è che il brano in questione è stato pubblicato corredato di un video talmente iconico da rendere impossibile l’associazione tra la musica e le immagini a scene che non riconducano al soggetto della clip, ovvero la camminata che separa la cellula primordiale dall’attore che interpreta il protagonista sovrappeso della copertina dell’album, attraverso i miliardi di anni che separano il Big Bang dal big beat (questa è bella, me lo dovete riconoscere). Ed è per questo motivo che, se avessi voluto realizzare un video musicale riguardo a quanto accaduto stamattina, avrei scelto “Right here, right now”.
L’insegnante madrelingua che conduce le lezioni del progetto di Inglese che è stato predisposto anche per la mia classe ha espresso una richiesta. Ardi, il mio alunno albanese che all’inizio dell’ora aveva risposto alla domanda “How do you feel?” come fa sempre, ovvero dicendo una sfilza di super super super super super e poi sleepy, condizione che gli appartiene tantissimo perché definirlo addormentato, quando è seduto nel banco, è a dir poco sopravvalutarlo, uno che semmai si comporta poco più che come un vegetale, dicevo che Ardi, quando l’esperta ha espresso la sua richiesta – aveva scritto dei nomi di clothes alla LIM ma con le lettere tutte mescolate e ha chiesto agli alunni di rimettere le lettere nella sequenza giusta – si è come acceso. Si è calato sul volto uno sguardo che proprio non gli appartiene, uno sguardo sveglio, da aquila (fedele alla sua bandiera, potremmo dire), e ha alzato la mano.
L’insegnante lo ha indicato nel modo che sa fare solo lei e ha acconsentito alla sua volontà di raggiungere la LIM per scrivere il nome in inglese anagrammato di clothes nella sua forma corretta. Ardi è in primissima fila, una postazione strategica – per noi docenti – perché ci permette di averlo sotto controllo, a portata di mano, controllare quello che fa, sollecitarlo continuamente per evitare, come le impostazioni del pannello di controllo che regolano il timeout, la sospensione e l’ibernazione di schermo e pc, cada in uno di quegli stati di stand-by da cui dopo non si risveglia più e allora bisogna resettare tutto.
L’insegnante lo ha chiamato a sé e la cosa che ho visto – mentre Ardi ha compreso che gli era stata offerta una possibilità, quindi si è sollevato dalla sedia su cui sta costantemente inginocchiato e ha percorso la distanza per assolvere al suo compito – la cosa che ho visto è che in quella manciata di secondi si è compiuto un salto evolutivo.
Ardi si è portato alla LIM e, in quel momento, mi è apparso trasformato, una metamorfosi pari solo alla transizione tra l’homo erectus e il sapiens. Ho esultato perché c’erano tutti i presupposti per cui si trattasse di una mutazione senza ritorno. Ardi non sarebbe più tornato indietro ai tempi delle caverne, non sarebbe stato più come prima.
Ardi ha raggiunto alla lavagna, con l’aiuto dell’insegnante ha scritto socks, quindi è tornato al banco e in quel ritorno il prodigio si è annullato. Ardi si è seduto e si è messo come sta sempre, con la testa sulle braccia come se aspettasse di addormentarsi. In quell’istante, “Right here, right now” è terminata, la coda di un edit adatto alla scuola primaria si è dissolta, tutto è tornato all’inizio, alle origini, a cosa c’era prima del Big Bang, a cosa c’era prima del big beat.
Sono nato e cresciuto in un casa buia, un paradosso per uno che viene da una città di mare. Alle finestre erano montate persiane verdi che mi si chiedeva di tenere quasi del tutto chiuse di giorno per impedire che la luce, in un appartamento sito al quinto piano, influisse negativamente sulle attività in cui i bagliori o i riflessi sono in grado di risultare fastidiosi se non pericolosi per la vista, come la lettura o la visione di programmi in tv. Un pregiudizio avvalorato anche dal fatto che la dimensione delle finestre stesse a cui ero abituato, addirittura ridotta al minimo nella casa in campagna in cui trascorrevo le vacanze estive, costituiva un escamotage architettonico per scongiurare le dispersioni del calore interno e i relativi sprechi, in un piccolo mondo antico contadino in cui qualsiasi cosa aveva un suo valore. E anche nell’appartamento di città in cui abitavo, con infissi proporzionati all’altezza degli edifici, risultava altresì conveniente mitigare la temperatura interna, contenendo il freddo in inverno e garantendo un po’ di fresco nelle stagioni più calde.
In effetti, a casa mia c’era il rischio che l’atmosfera rarefatta e limpida delle belle giornate – piuttosto comuni – irrompesse dai vetri sullo schermo di programmi che invece comportavano la necessità di un ambiente scuro e penalizzasse l’esperienza cinematografica, in un’epoca in cui comunque gli apparecchi televisivi non erano nemmeno lontanamente paragonabili ai display hi tech in uso oggi. Per lo stesso motivo, ricordo il fastidio agli occhi dei flash – non saprei definirli altrimenti – provocati dall’esposizione fugace ai raggi che filtravano all’interno in contrasto con le parti in ombra degli infissi. Era come se restassero pixel abbaglianti incollati alle pupille che impiegavano un bel po’ a dissolversi. Da adulto finalmente ho interpretato il vero significato dell’approccio alla clausura della mia famiglia come un sistema pensato fondamentalmente per impedire che, dai palazzi intorno, qualcuno potesse osservare quello che accadeva da noi, o anche solo farsi un’idea dello status economico della nostra famiglia in base agli arredi delle stanze, o semplicemente al disordine.
Una volta trasferito a Milano e in contesti abitativi di più recente costruzione, mi sono adattato a stento all’impiego delle tapparelle in plastica – uno standard di certa edilizia residenziale in auge dagli anni 70 in poi – che, una volta abbassate, conferiscono alle case una dimensione da scatola per le persone e le cose che vivono all’interno di essa, un’idea che mi sono fatto forzata da un episodio della serie “Ai confini della realtà” che mi aveva terrorizzato da piccolo e che, da allora, mi ha segnato per sempre. Ma se ci accomuna la stessa storia, e cioè se vi siete spostati da località di mare alle regioni continentali per comprensibili esigenze professionali, sarete consapevoli della differenza di luminosità outdoor. In inverno tenere gli infissi esterni chiusi o aperti spesso non fa alcuna differenza – soprattutto in piani bassi come il mio – ma poter guardare fuori e perdersi in quei momenti in cui ci si imbambola a osservare il nulla perché, in realtà, gli occhi sono rivolti dentro noi stessi, costituisce tuttora ai pensieri una efficace via di fuga dal contesto e dal tempo, e l’intralcio dei serramenti chiusi limita fortemente qualsiasi velleità di evasione.
Tempo fa, visitando alcune città dell’Europa settentrionale, ho constatato con invidia il fascino di certe case le cui pareti perimetrali esterne sono talvolta sostituite da ampie vetrate spesso prive di tende. Chi ci vive, passeggiando tra quelle suggestive vie a piedi o in bici, non fa più caso a tale promiscuità tra vita privata e pubblica e, anzi, sono convinto che le persone che abitano lì crescano educate, a differenza mia, a non ficcare il naso nella quotidianità domestica altrui. La mia curiosità morbosa, figlia dell’estrazione culturale di cui sono impregnato, mi spingeva invece a fermarmi a osservare, non sempre facendo finta di nulla, quello che succedeva dentro e vi assicuro che a fatica mi sono trattenuto dallo scattare delle foto. Gente che leggeva, chiacchierava, beveva un tè, praticava il proprio ménage domestico come manichini viventi di una rappresentazione situazionista ambientata nelle vetrine di un grande magazzino del centro. Scene evocative che mi hanno ricordato certe trovate pubblicitarie di una volta, come quella band esponente di un acerbo punk melodico tutto italiano che, nei primissimi anni ottanta, si era esibita provocatoriamente per i propri fan mescolati tra gli avventori di una filiale della Standa.
Da quando si è diffusa la consuetudine del lavoro da casa, quello che chiamiamo smart working, anche noi abbiamo allestito una postazione da utilizzare tra le mura domestiche. Un piccolissimo studio ricavato nel living room di cui io ho approfittato solo durante il lockdown della pandemia da Covid e del quale, invece, mia moglie ha la possibilità di sfruttare tutt’ora i benefici una o due volte la settimana. Si tratta di una scrivania e una poltroncina sufficientemente confortevoli ubicate di fronte alle porte finestre del soggiorno, a ridosso della selva di piante con cui abbiamo gremito questa parte di casa, uno spazio che abbiamo esteso da quando i nostri due gatti sono morti con l’obiettivo di popolare l’appartamento con qualche altro essere vivente non necessariamente appartenente alla specie umana. A dire il vero, il nostro home office, oltre a essere minuscolo, non è nemmeno così adatto ad adempiere alle mansioni richieste per stare al computer, non è funzionale come pensavamo e soprattutto non garantisce gli standard di sicurezza (a partire dall’altezza e dalla distanza dello schermo rispetto agli occhi) che una sedia ergonomica e una scrivania da ufficio offrirebbero. Abbiamo cercato e trovato un compromesso tra decoro negli arredi e efficacia prestazionale.
C’è una fase dell’anno in cui però è assai complicato lavorare la mattina. Chi è seduto alla scrivania (la postazione è rivolta verso l’esterno) fino all’ora di pranzo è costretto ad abbassare le tapparelle almeno sino all’altezza degli occhi e a tirare le tende perché la luce del sole – che sorge da quel lato della casa – risulta fastidiosa. Così succede che, per non sottrarre le poche ore di totale luminosità del soggiorno alle piante e a noi esseri umani, chi è in smart sceglie di spostarsi sul tavolo in cucina, ubicato a fianco ma che consente il riparo dalla luce. Da lì non si gode della vista sull’esterno – il giardino del vicino che non è niente di che e, in più, almeno un paio di volte alla settimana è occupato da zelanti manutentori a bordo di un rumorosissimo tagliaerbe – ma si può contemplare il soggiorno nel suo insieme. Il vivaio, la mia collezione di dischi, i riflessi dell’hinterland sullo schermo LCD che, unito alla sottile cornice nera opaca, consente dopo il tramonto l’effetto total black – come voluto dal produttore, così ci ha assicurato chi ce l’ha venduto – della tv.
La settimana è appena cominciata e già alle dieci sento bussare alla porta, un nefasto presagio di guai. È Daria, la mia collaboratrice prefe. Mi fa un cenno complice e muto con la testa invitandomi a uscire dalla classe, ha un’espressione seria, dev’essere una cosa importante, di quelle da comunicare sottovoce di nascosto dai bambini. Oggi è il compleanno di Rebecca e se non le abbiamo ancora cantato tutti insieme la canzone che merita è perché c’è l’ora di inglese con l’insegnante madrelingua e non voglio sottrarre tempo all’eccezionalità della lezione, voglio sfruttare al massimo l’opportunità di imparare al meglio la lingua che è stata offerta ai miei alunni. La intoneremo in coro al termine dell’ora, come al solito facendo scegliere la lingua alla festeggiata: italiano (tutti), inglese (tutti), spagnolo (chi conosce le parole), cinese (solo Mickey), rumeno (solo Giorgio), francese (solo Julia). Daria mi deve parlare proprio di questo: qui fuori c’è la mamma di Rebecca che vorrebbe farle gli auguri di persona perché alla festa di stasera non potrà partecipare.
La situazione familiare di Rebecca è più che complicata e non è facile ricomporla qui anche perché non siamo stati messi al corrente di tutti i dettagli. Quello che so è che la madre – poco più che una ragazzina – abita e lavora in un’altra città, il padre (l’ho visto una sola volta e sembra una comparsa di Gomorra) è allontanato dalla compagna – Rebecca sostiene a parole sue che la trattava male – ma può incontrare la figlia. Questi presupposti impongono a Rebecca e alla sorella che fa quarta di vivere in campo neutro, in paese a pochi passi dalla scuola con la nonna materna (che si occupa di tutto) e una zia – la sorella maggiore della mamma – che peraltro è stata mia alunna un paio di cicli fa. Una volta, non ricordo quale fosse l’argomento, Rebecca ha alzato la mano per far sapere a me e ai suoi compagni che lei una famiglia non ce l’ha più. La mamma partecipa ai colloqui con noi esclusivamente via Meet e spesso in tenuta da lavoro, con un camice e una cuffia monouso. All’ingresso, stamattina, Rebecca mi ha confidato che festeggerà in serata solo con i nonni e i cugini, e questo è tutto.
Non potremmo lasciare entrare i genitori durante l’orario scolastico – la scuola su questo punto è intransigente, probabilmente un genitore in aula dopo la campanella delle otto e mezza genera una reazione come quando si scontrano materia e antimateria, dev’essere per quello – ma Daria ha deciso di fare un’eccezione – è a conoscenza della questione – e con me sfonda porte aperte. Chiedo un minuto alla collega di sostegno, invito Rebecca a uscire dall’aula e la rassicuro sul fatto che c’è una sorpresa che l’aspetta. La bimba scorge immediatamente la mamma che si è messa in ginocchio (siamo in seconda e per di più Rebecca è nanissima) per stringerla offrendo la maggiore area di contatto possibile. Le corre incontro e le si abbarbica con le braccia al collo.
Daria ed io ci guardiamo inevitabilmente commossi e ci allontaniamo per offrire un po’ di intimità in quell’ingresso asettico di un edificio scolastico anni sessanta, già inadeguato alle urgenze e ai trend pedagogici della contemporaneità come innumerevoli analoghe strutture di edilizia scolastica dislocate in tutta Italia, figuriamoci alle tragedie di quell’entità. Pochi passi dietro alla mamma c’è un ragazzone, probabilmente il suo attuale compagno, che reclama altrettanto affetto, partecipa alla posa laocoontica ma poi si mette saggiamente da parte anche lui.
Madre e figlia stanno ancora incollate qualche secondo tra i singhiozzi a sussurrarsi delle cose. Poi la mamma estrae dalla borsa un contenitore in plastica a sfera color oro che si rivelerà, poco dopo durante l’intervallo, pieno zeppo di Lego e catalizzatore di attenzioni collettive. Il tempo sta per scadere, non siamo certo noi operatori della scuola ad accelerare il distacco tra le due, ma la mamma è consapevole dell’anomalia dell’evento, e Rebecca, che già piangeva perché non potrà trascorrere quella giornata speciale con lei, ora cerca goffamente di trattenere la disperazione, come se volesse proteggere la madre da un ulteriore disagio.
Riaccompagno la bambina in classe, tenendola per mano. Rebecca raccatta un foglio di scottex per tamponarsi le lacrime, ma prima di varcare la soglia mi viene da stringerla anche io anche se so che non è mica la stessa cosa. Che diritto ho di impicciarmi nei sentimenti degli altri? Però mi chiedo se la mamma non avrebbe potuto festeggiare il compleanno ieri, che era domenica, o liberarsi o chiedere un cambio turno per la festicciola di stasera, o organizzare qualcosa di speciale il prossimo weekend, o evitare quello che non ho capito se sia uno strazio, una scena didascalica di un film sulla scuola che vedremo presto su qualche piattaforma a pagamento, o forse un modo per amarsi che non conosco.
Non è certo la prima volta che la retromania investe il settore degli spot tv, ma il sequel non so quanti anni dopo della pubblicità della Tim con Massimo Lopez che procrastina il momento in cui sarà passato per le armi muove a riflessioni ancora più profonde sulla necessità di farci percepire quanto il presente sia vuoto culturalmente e a guardare indietro. Non credo di esser l’unico a pensare che invece si tratti di un luogo comune, una sorta di complotto ideato per farci provare nostalgia a tutti costi verso i fasti del passato con l’obiettivo di non approfondire i temi e le risorse del presente, della cui pericolosità per l’ordine pubblico chi avrebbe ordito queste trame è fin troppo consapevole. No, tranquilli, non mi sto trasformando in un inutile grillista, piuttosto in un decisivo militante radicale. Se non mi credete, sappiate che quest’anno sto boicottando il festival. Ho seguito una manciata di canzoni all’inizio della prima serata, e dopo aver constatato che erano tutti vestiti secondo la moda in voga ai tempi del ventennio ho detto basta. Questa sì che è una congiura. Ho solo sbirciato stamattina su RaiPlay qualche duetto potenzialmente in grado di offrire qualche spunto di riflessione ma la riproduzione delle esibizioni ha confermato quello che ho letto in giro. Occhi di gatto, TonyPitony, persino la canzone dell’amore perduto sono state gonfiate da quell’iper-xfactorizzazione che contraddistingue ormai ogni rimando, cover, remake e tributo nella musica in tv. Che palle. Al posto di pagelle che lasciano il tempo che trovano, vi racconto invece una cosa curiosa. Ho acquistato online un misuratore dei livelli di boro nei materiali di uso comune che funziona anche con l’aria degli ambienti interni. Ho proceduto all’unboxing e c’era tutto. Si tratta di uno strumento dal design accattivante come ormai è prassi anche per i dispositivi maggiormente di nicchia. Sembra uno di quei timer da cucina, provvisto addirittura di una calamita per posizionarlo sul frigorifero. Ha un quadrante completamente analogico che ricorda i VU meter degli amplificatori che erano in commercio ai tempi degli impianti stereo domestici. Non avevo previsto però che l’articolo comprendesse un ragazzino in carne e ossa in scala uno a uno, una specie di replicante – potrebbe tranquillamente essere un alunno della mia classe, nei sogni capita questo e altro – tenuto in vita da una sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale. Si mette vicino al misuratore, ne interpreta i valori rilevati e fornisce in tempo reale un’analisi di quanto emerso. Ho effettuato qualche test sugli oggetti che avevo a portata i mano – il libro che sto leggendo, il beverone con la cicoria che prendo ogni sera per soddisfare la voglia di caffè – e il gadget di cui lo strumento è provvisto, gli basta un semplice sguardo, ha riportato come descritto dal tutorial i provvedimenti più adatti da prendere a seconda della gravità di quanto rilevato. Non so dire se il boro sia pericoloso per la salute. Anzi, non sapevo nemmeno se esistesse. Per questo al risveglio ho immediatamente guglato e l’Internet, come potete immaginare, mi ha dato subito ragione.
L’inconfondibile graffio della guacharaca ha una frequenza così tagliente e acuta che non ci sono auricolari che tengano. Se viaggiate su un mezzo pubblico e qualcuno nei pressi si spara della cumbia nelle orecchie a volumi importanti (a me è accaduto più di una volta) mettevi il cuore in pace, riponete via il romanzo che state leggendo e cercate di vedere il lato positivo del ronzio a tempo generato dalla condivisione involontaria. Il “Ritmo Eterno”, così lo definiscono i Lucha Luna nella traccia introduttiva del loro trascinante album d’esordio. Una versione modernissima di una danza la cui origine si perde nella notte dei tempi, quando la rassegnazione degli schiavi africani deve aver favorito l’adattamento di qualche pulsazione ancestrale alle tradizioni musicali delle popolazioni autoctone dell’America meridionale, con l’inevitabile (e indesiderata) supervisione culturale dei colonizzatori spagnoli.
Brilla Brilla (parole che suonano da monito a ricordarsi di splendere, o almeno cercare di farlo, per quanto possibile) è il titolo di un disco che comincia proprio così, con una inequivocabile figura ritmica che ci guida verso coordinate geografiche ben precise, almeno con il cuore. Perché basta una veloce ricerca di informazioni per scoprire che testa e corpo abitano altrove. I Lucha Luna sono infatti un duo di stanza a Seattle, composto dal DJ e producer Thomas Arndt e dalla potente voce e presenza fisica di Eva Vazquez. Un progetto che fonde anime agli antipodi etnografici (almeno sulla carta) come l’electro, il punk e la cumbia, dalla Colombia su al Messico fino al cuore dell’impero trumpiano, scavalcando ogni muro reale o metaforico – normalizzate da qualche timido accenno reggaeton intelligente, avulso da qualunque intenzione commerciale o potenziale deriva tamarra.
L’album di debutto di questa coppia artistica ne conclama l’originalissimo estro compositivo e la sorprendente credibilità. Sette tracce, un’opera quindi a cavallo tra l’EP e l’LP, che condensano la molteplicità degli spunti alla base dell’idea stessa del progetto. Da una parte una forza centripeta per una diaspora culturale di cui oramai si sono perse le direttrici, dall’altra un’attestazione dell’universalità di un certo suono latino ancora marginale nelle dancehall occidentali.
Brilla Brilla vibra di convincenti sovrapposizioni di percussioni caraibiche, atmosfere elettroniche apocalittiche, energici bassi sintetizzati e melodie e rime sfoggiate in spagnolo con una padronanza senza confronti della melodia, della rabbia punk e del rap più audace. Tra l’estasi della danza sfrenata e la rabbia della denuncia consapevole, i Lucha Luna uniscono l’utile dei temi emersi dal contesto sociale e politico di quella parte del mondo al dilettevole di un genere musicale in grado di scuotere e coinvolgere chiunque.
Dalla complessa multipersonalità di “Ritmo Eterno”, brano che unisce magistralmente cumbia, sintetizzatori epici, cambi trip-hop e repentine svolte breakbeat, all’eccentrico reggaeton urlato di “Camino Por La Noche”. Dallo struggente contrasto tra il bandoneon in levare e le distorsioni pervasive de “La Marca del Sol”, all’innovativo big beat rivisitato di “Don’t Get Out Of Line” e al tradizionalissimo andamento latino di “No Me Voy”, Brilla Brilla trova in “Manzana Prohibida” un punto di non ritorno in cui punk e vibrazioni sonidero portano all’apoteosi, per poi lasciarci in balia della fragilissima poesia di “Ser Humanos” in cui, spogliata di tutto, la band resta in una vulnerabile e ispirata dimensione chitarra e voce.
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in Brilla Brilla: non chiede permesso, non cerca legittimazioni e non addomestica le proprie contraddizioni. È un disco che vive di attriti, di innesti coraggiosi e di una fede incrollabile nel potere primordiale del ritmo come atto politico, comunitario e corporeo. I Lucha Luna dimostrano che la cumbia può essere ancora oggi un linguaggio mutante, capace di attraversare oceani, club e conflitti interiori senza perdere nulla della sua portata originaria.
Due cose, tra le tante, ci ha insegnato Melville grazie a Moby Dick. Che alla natura non le devi rompere i maroni e che, nella nostra, di natura, c’è anche l’innato anelito a farlo. E se la natura (quell’altra) poi si prende qualcosa in cambio, se non la nostra vita stessa, c’è poco da lamentarsi. La natura con la enne maiuscola è neutra e si comporta come tale. Siamo noi, piuttosto, a essere ossessivi. Un atteggiamento che, se vogliamo darci delle arie, possiamo chiamare hybris.
Quanto è meglio piuttosto starsene a riva a contemplare la tempesta, a lasciarci condizionare l’umore dai cavalloni e a far corrispondere il ritmo dei pensieri a quello delle onde e, quando sappiamo mettere in fila quattro accordi su una chitarra, approfittarne per comporre delle canzoni tristissime a corredo di tutto ciò. E se il mare che abbiamo davanti (e dentro, ça va sans dire) è l’Oceano Pacifico, il piano di ispirazione diventa infinito e certe domande (già in partenza prive di risposta, ma tant’è) una volta lasciate fluttuare come lanterne volanti verso il limite imposto dalla curvatura terrestre, è facile che si inabissino sublimando in succulente prede per i capodogli albini, proprio come quello di Melville.
Alec Duckart da Portland, Oregon, il mare ce l’ha persino nel nome d’arte, Searows. Dal ponte di un immaginario Pequod (che fino al suo album di debutto stava tutto compresso in un metaforico rimessaggio ubicato dentro la sua cameretta) ha la visuale sufficientemente libera per confermare che sì, la faccenda della balena ha a che fare con la morte, quindi per forza di cose con la vita, e che questo, tutto sommato, è una fortuna perché ci permette di venire qui a raccontarlo.
Death in the Business of Whaling arriva a quattro anni di distanza da Guard Dog. Un’opera forte della produzione di Trevor Spencer, regista già presente tra i credits di lavori di un talento come Father John Misty, e dell’endorsement di mentori della caratura e dell’hype di Ethel Cain e Gracie Abrams, artisti con cui Searows ha condiviso il palcoscenico. Ma la potenza intima della tracklist di questo disco la percepiremmo lo stesso anche se l’evoluzione stilistica non ne ampliasse così smodatamente (ma considerata l’indole dell’autore, involontariamente) le ambizioni.
Le canzoni prive di sollievo di Searows, nel nuovo lavoro, si dissipano come ombre proiettate sullo spazio che ci separa da lui. Involucri riempiti della sua stessa sostanza in una dimensione in cui il tempo dei brani si dilata così tanto da doverlo trascinare, scandito dal ritmo sommesso delle onde e dagli strumenti acustici ed elettrici che si alternano ovattati dalla nebbia. Proprio come le correnti del Pacifico, in uno stato d’animo di sconforto epico e drammatico.
La caccia a tutte le metafore del cetaceo più resiliente della storia della letteratura universale ci aspetta già nella prima traccia, “Belly of the Whale”, grazie a un importante banjo che, complice il bordone di violoncello che con suoni distesi fa il verso alle sirene delle imbarcazioni in balia della risacca, trasmette la vastità degli spazi che l’hanno ispirata, collocando il brano nell’empireo dei grandi del folk, genere che Searows dimostra di saper maneggiare con disinvoltura anche in certi passaggi di “Photograph Of A Cyclone” e “In Violet”.
Ci sono anche momenti più familiari per chi pratica il suo approccio artistico permeato da una malinconia senza ritorno dipinta con chitarra, voce e poco più, come “Kill What You Eat”, “Dirt” e la conclusiva “Geese”, e una manciata di restanti canzoni (in tutto sono solo nove) in cui emerge un sorprendente temperamento grunge intelligentemente controllato e light, una piacevole novità che aggiunge valore al disco. È il caso di “Hunter”, “Dearly Missed” e “Junie”, gli episodi più avvincenti dell’album.
Death in the Business of Whaling è un disco che non ha alcuna velleità di fare sconti al messaggio di disperazione che si promette di accompagnare fuori dalle rotte sicure. E mi auguro che nessuno rivendichi qualche pretesa diversa. È il mare stesso (la morte sua, potremmo scrivere, se non sembrasse una freddura di dubbio gusto) e Searows continua a starci dentro, in piedi, a scrutare nell’occhio del ciclone senza mai promettere di trovare uno scopo. E ci sembra di sentire – dalla voce fluida di questo Ishmael della generazione zeta che, dall’isolamento di una stanzetta di Portland, è salpato per attraversare distanze colossali – lo stesso rinnovato ammonimento che da secoli, dal libro di Melville risalendo a ritroso la letteratura, fino almeno a Ulisse e oltre, si reitera e preoccupa gli esseri umani. “Chi lo vuole se lo prenda, il mio corpo”, ci sembra di sentirlo cantare. “Prendetevelo pure, vi dico, tanto mica sono io, quello”.
I ragazzi tremano ancora e le ragazze continuano a rotolare, come si cantava ai tempi di “Inside All The People”. Complice il ritorno di Dan Black, i Planet Funk restituiscono un po’ di atmosfera indie alla loro elettronica da classifica.
Quella di mettere rose sulle copertine dei dischi dev’essere una pratica occulta propria della loggia segreta dei Musicisti Elettronici Napoletani. Un messaggio in codice da trasmettere a qualche cellula latente in qualche parte del mondo per avvisare di qualcosa, considerate le aspirazioni internazionali di entrambi i componenti di questa struttura parallela della musica italiana, e mi riferisco a Liberato e ai Planet Funk. La versione del soggetto in diverse stilizzazioni e 2.0 dei tre album del primo, in linea con l’estetica delle ultime generazioni, riflette specularmente la rappresentazione in natura morta opera della band di Marco Baroni, Alex Neri, Alex Uhlmann e (saltuariamente) Dan Black, decisamente più alla portata di boomer e ascoltatori più maturi.
Intanto, a onor del vero, ai Planet Funk di napoletano loro malgrado resta ben poco, dopo il prematuro forfait di Alessandro Sommella e la tragica scomparsa degli altri due membri fondatori, Sergio Della Monica nel 2018 e Domenico Canu nel 2025, che costituivano la colonna partenopea del progetto.
E poi per loro più che di EDM occorre parlare di ADM – Adult Dance Music. La costante conferma nei loro dischi di un’elettronica gentile e rassicurante, nativamente simmetrica, resa da suoni di synth contemporanei, priva di forzature e così saldamente e magistralmente quantizzata sulla cassa in quattro – uno degli asset decisivi per il successo dei Planet Funk – non lascia dubbi sul target a cui un disco come Blooom (con tre “o”, un vezzo o, se anche voi assecondate il vostro istinto complottista come me, una scelta imposta dalla chiave crittografica a cui facevo riferimento prima) è rivolto.
Blooom risulta così un album composto di convincenti estratti (considerazione valida più o meno per tutte le tracce) confezionati ad hoc per passaggi radiofonici da introdurre con l’iper-inglese dei nostri speaker in forza ai network nazionali, e già pronti per accompagnare i futuri spot televisivi di modelli di automobili elettriche ripresi da un drone a violare, a velocità contenuta e a zero emissioni, paesaggi di nature incontaminate (generati dall’AI, non credo che nella realtà ne esistano più).
Un disco che sarà apprezzato dai non più giovanissimi, gente che non corre il rischio di fraintendere lo “sbocciare” della traduzione del titolo, inteso nell’accezione della fioritura e non della tecnica dello stappare una bottiglia di bollicine da supermercato. Persone a cui hanno fatto muovere i piedi sul dancefloor, più di vent’anni fa, le coinvolgenti pulsazioni di hit come “Chase the sun”, “Who said” e “Inside all the people”. Oggi, il techno-pop dei Planet Funk semmai è più adatto alle grandi arene gremite dagli adulti che possono permettersi i biglietti dei concerti di questi tempi, e sicuramente il tour che vedrà la band protagonista la prossima primavera (sono previste tappe nelle principali capitali europee) confermerà il successo del loro ritorno sulle scene.
A lanciare il nuovo album dei Planet Funk sono stati due singoli molto rappresentativi del disco: un non facile (ma riuscito) adattamento in 4/4 di “Nights in White Satin” dei Moody Blues, il lento terzinato già messo a regime disco-music dal sequencer di Giorgio Moroder nei primi anni 70 (e canzone da noi conosciutissima invece per la localizzazione dei Nomadi) e che la versione presente in Blooom supera in quanto a efficacia, e la più recente “Feel Everything”, pezzo che si apre su un ritornello orecchiabilissimo e che, considerato il significato del testo, accompagnerà i nostri buoni propositi di vita in armonia con il mondo, nonostante il momento non prometta niente di che
Nell’insieme, il nuovo lavoro dei Planet Funk concede poche sorprese ma è ricco di spunti interessanti, a partire dal tributo a “It’s No Good” dei Depeche Mode di “The World’s End”, con cui il gruppo omaggia la band più al centro della loro ispirazione. La scommessa sui prossimi singoli riempipista può essere estesa a “You Are Not Alone” o alla veloce “There’s A Stranger”, ma è dove la vocazione a far ballare passa in secondo piano che si distinguono gli aspetti più originali. Brani come “Any Given Day”, “Two Lost Souls” e “Nowhere Nowhere”, traccia in cui un riuscito riff di chitarra spezza almeno in parte il monocolore digitale dell’album. Per non parlare dell’inconsueto downbeat di “Leap Into The Light” e delle vibrazioni di “Family Reunion”, l’unico brano che si concede un po’ di retromania verso gli anni 80 (in qualche arrangiamento di synth) e gli anni 90 (gli “hey hey” campionati sembrano gli stessi di “Firestarter”)
Tutti fattori che confermano quanto Blooom suoni come un compendio di ciò che ha favorito la fama internazionale dei Planet Funk. Il ritorno a casa di Dan Black, e il suo personalissimo stile vocale dal timbro indie, dimostra l’affetto con cui la formazione omaggia la storia del progetto in sé, i propri padri fondatori e l’anima che ha contraddistinto tutte le produzioni precedenti. Restare fedeli a se stessi, in musica, vale sempre la pena.
Al terzo album non ci sono più dubbi: Florence Shaw continua a “non cantare” meglio di chiunque altro.
I Dry Cleaning sono quella band in cui la cantante parla sui pezzi. Se qualcuno vi coinvolge in una conversazione di questo tenore (e decidete che valga la pena ribattere alla provocazione, naturalmente) potete dire la vostra e fare persino una bella figura argomentando che è vero solo in parte perché, ascoltandola da vicino, tutte le vocali che Florence Shaw pronuncia riconducono a un riconoscibilissimo posizionamento corrispondente sul pentagramma. Molto più delle canzoni in spoken word, per non parlare del rap e di chi si esprime urlando grossolanamente la propria rabbia al microfono.
La sua è molto più di una voce narrante. Musica diversamente melodica, statene certi. E, disco dopo disco, la lenta metamorfosi da soliloquio a canto, a cui la vocalist dei Dry Cleaning è tutt’altro che refrattaria, va portandosi sempre più a regime, un pezzettino alla volta.
Ci sono ben altre cose della band di South London, semmai, che sono pensate apposta a tavolino per dare fastidio e non solo ai melomani, a partire dal ricamo con peli pubici sulla saponetta immortalato nella copertina di Stumpwork, per continuare con l’artwork di Secret Love, il nuovo disco nonché prima pubblicazione importante del 2026 (se non ci credete, sottoponetevi a un lavaggio oculare e poi ne parliamo), per finire con quello che scopriremo presto.
Resta da capire se la scelta che, banalizzando, possiamo ridurre a monologhi di drammaturgia con commento sonoro, tanto per capirci, sia dovuta a un approccio che a Florence Shaw, dopo tre ellepi e due EP, inizia a stare un po’ stretto ma che ostinatamente mantiene, frutto della volontà di andare fino in fondo, oppure se si tratta di una forma genuina di espressione, la cosa che le resta più semplice o naturale, una consuetudine in cui si sente perfettamente a proprio agio.
Lo chiedo perché, al terzo album, l’impressione è che la cosa stia sfuggendo un po’ di mano. Non ho mai visto i Dry Cleaning live e vivo nello struggimento di sapere come si partecipa a un concerto di questo tipo, in cui non ci sono strofe e ritornelli ma poesie da ripetere collettivamente, seguendo una guida, alla maniera in cui si faceva nella scuola elementare di tanto tempo fa, con una metrica aleatoria in cui, anche nei momenti di maggiore intuitività, è comunque facile perdere il senso dell’orientamento. Forse anche per le canzoni di Secret Love il trucco consiste nell’ascolto e basta. Seguire il filo del discorso, per chi ne è capace, e stare zitti. Ma questa volta potrebbe risultare ancora più sfidante di prima.
Tra le righe dei loro testi profondamente ermetici qualcosa di volutamente lasciato incompiuto finisce per ferire la nostra sensibilità. La casualità con cui i frammenti e gli stralci di umanità sono assemblati nei versi delle canzoni è sempre meno alla portata degli ascoltatori, come a mettere ancora il bastone tra le ruote a un bacino di utenza più vasto e variegato, la cui accondiscendenza al genere scorbutico suonato dal quartetto inglese è comunque tutta da dimostrare.
Non sanno cosa si perdono. Il pubblico, intendo. In Secret Love c’è un timbro vocale tentacolare che si insinua mellifluo nelle nostre orecchie, ci sono mantra che si avviluppano perfettamente agli stati d’animo standard degli esseri umani come amore, alienazione, disperazione, vulnerabilità. Il tutto risulta intimo e travolgente allo stesso tempo, complice il lavoro di fino che ha contribuito alla straordinaria resa di questo album portato a termine tra Dublino, Chicago e la Francia, con la supervisione conclusiva di Cate Le Bon.
A parte la pura gioia di “Joy”. A parte la chitarra impazzita di Tom Dowse nel finale di “Cruise Ship Designer” e quella completamente fuori scala di “Evil Evil Idiot”, una sorta di simulazione di un attacco eco-terroristico alla partitura di un brano trip hop rivendicato da qualcuno arrabbiato sul serio. A parte i groove pigri della sezione ritmica composta dal batterista Nick Buxton e dal bassista Lewis Maynard, che qui come non mai richiamano più di una volta la coppia Frantz e Weymouth lasciando più che vulnerabile l’approccio post-punk degli arrangiamenti. A parte il mancato tentativo di fare di “Blood” una hit riempipista, con quella schitarrata iniziale e l’amaro in bocca che lascia l’assenza del passaggio di batteria e dell’accompagnamento che non evolve mai come vorremmo, scelta che risulterebbe troppo prevedibile per una band come loro. A parte i punti in cui sono evidenti le eccezioni che confermano la regola, ovvero le strofe timidamente cantilenanti di “My Soul/Half Pint” e il ritornello di “Secret Love (Concealed in a Drawn of a Boy)”, e al netto di un controllo tra i credits per sincerarsi che il riff di “The Cute Things” non sia stato composto ed eseguito da Keith Richards, peraltro l’estratto più in grado di ampliare i confini della fanbase della band, non credo che, per quanto riguarda le tracce che compongono il disco, sia il caso di guastarvi la sorpresa aggiungendo altro.
Per una volta diamo credito alle clip (destabilizzanti visualizer disponibili su Youtube, uno per ogni traccia) che stanno accompagnando la pubblicazione del disco, monografie di casi umani (c’è di tutto) coinvolti in balletti individuali o collettivi degni di un video di Fatboy Slim, unici protagonisti a tempo (per modo di dire) con le canzoni su background improbabili: un cantiere, un palcoscenico da teatro dell’oratorio, quello che sembra l’ingresso di un locale pubblico che si apre su un muro di mattoni rossi, l’angolo di una cameretta fuori fuoco, il patio di un giardino in inverno (ma con la bandiera della Palestina), degli infissi che io cambierei senza pensarci due volte, il particolare di un murale, lo studio di una compagnia di danza amatoriale.
Ne deriva una serie di feroci parodie della peggiore moda dei nostri tempi, quella che rende impossibile, ogni volta che attiviamo lo smartphone, sfuggire a qualcuno che ha premuto il pulsante rec del suo dispositivo, ha ripreso se stesso in un cazzo di balletto e poi lo ha condiviso con tutti noi. Improbabili stories di degrado non richieste e distribuite attraverso un tiktok a circuito chiuso che accentuano il nostro senso di malessere e che ci fanno ammettere che i Dry Cleaning sono riusciti a provocarci anche questa volta. Potenziali meme post-punk che aggiungono ulteriore credibilità a questa nuova prova straordinaria della band di Florence Shaw, perfetta colonna sonora (e letteraria) per il caos che ha contraddistinto questo inizio di gennaio venti ventisei, degno prologo di un nuovo anno di merda.
La biografia del collettivo Yalla Miku ha i tratti di una favola, per chi ama la musica e crede nel suo potere taumaturgico di unificazione universale e di ponderata multiculturalità. Tutto nasce tra gli espositori e gli scaffali di Bongo Joe, un negozio di dischi di Ginevra che, grazie alla passione del suo proprietario Cyril Yeterian (musicista di origini in bilico tra il Libano e l’Armenia), evolve prima in etichetta discografica per sublimare poi in vero e proprio polo artistico e culturale, quindi in un caffè, luogo di scambio tra oriente e occidente del mondo, con tanto di sala concerti annessa in grado di dare linfa (e lustro) a un intero quartiere della città svizzera.
Non è un caso che i musicisti che collaborano a questo progetto si siano conosciuti in un ambiente che gronda globalità e rispettosa contaminazione stilistica. Con il batterista Cyril Bondi, già coppia fissa con Yeterian nel duo Cyril Cyril, gli Yalla Miku pubblicano il loro disco d’esordio omonimo nel 2023 grazie all’apporto di due musicisti svizzeri di estrazione differente – la polistrumentista cantante e compositrice Simone Aubert e Vincent Bertholet, contrabbassista di jazz contemporaneo dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – e di tre strumentisti rifugiati dall’Africa – Anouar Baouna (dal Marocco) al guembri, Samuel Ades Tesfagergsh (dall’Eritrea) al krar e Ali Bouchaki (dall’Algeria) al darbouka.
L’idea e l’unicità alla base di Yalla Miku sono quelle di eludere gli stereotipi e l’approccio colonizzatore (e normalizzatore) della world music, nonché i suoi tentativi di rendere complementari stili e patrimoni sonori distanti. L’improbabile incontro di generi e strumenti qui contribuisce a trasmettere i fattori di contrasto tra background remoti, favorendo il racconto dei vissuti individuali in un contesto di libertà ritrovata. Come ha dichiarato Yeterian in un’intervista, una sorta di metafora delle difficoltà di adattamento di chi è stato costretto a trasferirsi in Europa.
Per il secondo capitolo della loro carriera, dal quasi ovvio titolo di 2, ai due Cyril fondatori (Yeterian al banjo, chitarra elettrica e voce e Bondi alla batteria, percussioni e voce), e a Samuel Ades Tesfagergsh (voce e krar), si sono aggiunte la sound designer franco-svizzera Emma Souharce e la bassista Louise Knobil. Un turn over che conferma l’indole aperta e inclusiva – nella consapevolezza della complessità e dell’incerta efficacia dei tentativi – e l’approccio alla reinvenzione musicale.
Ne deriva uno stile decisamente a sé, un groviglio straordinario volutamente lasciato in balia delle asperità che lo contraddistinguono, tra post punk, afro funk, krautrock, dub e echi di sonorità provenienti dall’Africa orientale. Architetture armoniche avveniristiche a supporto di liriche ricavate da tutti i temi che reminiscenze così estranee comportano, a partire dall’identità separata dalle radici fino alle regie occulte dei flussi migratori. Un segnale di trigger non sempre in sincro preciso, dagli esiti grezzi e talvolta caotici, appunti disordinati di non-world music privi di una successiva e non richiesta opera di editing di adattamento alle linee guida del mercato occidentale della solidarietà. A prova che la fusione in campo tutt’altro che neutro mantiene inevitabilmente parte della natura della materia di partenza.
Gli aggettivi che il collettivo Yalla Miku cesella a descrizione del loro suono sono “crudo, militante, inclassificabile, per orecchie curiose e cuori aperti”. Nel secondo capitolo a opera della band svizzera, nord, sud, est e ovest della Terra si scontrano nuovamente nella maggior parte dei pezzi con conseguenze sorprendenti. “Al Sayf” gioca sul contrasto tra le dissonanze dell’organo, il basso fluido, la batteria afrobeat e la melodia arabeggiante. “Alemuye” invece è tutt’altro, o perlomeno qualcosa che altrove ricondurrebbe alla new wave, tanto quanto “Maximum Self-Care” e “Post-Aventures” (molto B-52’s), brani veloci su cui aleggiano lo spoken word e il cantato in francese di Emma Souharce, fino alla freddissima re-interpretazione della disco africana di “Le Palais de Bachar”.
“Embeyto” è un cupo dub-noise ispirato dall’omonima cittadina eritrea che alterna strofe in francese a un ritornello declamato in lingua tigrina. Con “Il fait trop cuit” ci spostiamo di nuovo in territorio arabo, tappa psichedelica propedeutica al passaggio in chaabi marocchino di “Scarlett Chien” e al vivacissimo rumorismo electro-müezzin di “Al 3Mal”. C’è persino il tempo di un po’ di desert blues nella conclusiva “La Tour Eiffel”, la destinazione finale che completa il tour delle civiltà incolpevolmente fuori posto.
Per tutto ciò, e per molto altro, Yalla Miku è un disco dichiaratamente provocatorio, pensato per metterci a disagio e attivare riflessioni costruttive sul nostro pianeta e sull’accezione troppo consolidata di confine. Se esistono barriere geografiche, qualcuno deve per forza lavorare su quelle melodiche. Se ad attraversare deserti e mari si rischia la vita, la musica – per forza di cose – deve provare a essere altrettanto pericolosa, per risultare credibile.