fuori dalle palle, prima di Natale

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Scorrendo questa sintesi fotografica degli eventi che, secondo Il Post, hanno sconvolto l’anno in archiviazione, ci si rende conto che gli individui di cui avremmo fatto a meno anche prima e che si sono finalmente levati di mezzo non sono stati pochi, uno in particolare.

l’italia chiamò

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Domattina vorrei uscire di casa con il tricolore sulle spalle, a mo’ di mantello, legato al collo. Vorrei battere i luoghi dove passo quotidianamente ogni mattina da dieci anni conciato così, a partire dall’ingresso della scuola tra i bimbi e gli accompagnatori. I primi mi additerebbero sicuramente divertiti da un carnevale fuori stagione, gli altri altrettanto meravigliati dalla lunga coda di giubilo per il successo di una nazionale sportiva, una delle tante, magari la più fresca di titolo mondiale di qualcosa. Poi, lungo la strada verso la stazione, il ragazzone affetto da sindrome di Down, quello che incrocio con addosso sempre i Ray Ban a specchio e le cuffie da walkman vecchio stile e che camminando balla e canticchia una musica tutta sua, si meraviglierebbe da quella botta di colore sul mio abituale monocromatismo, forse lui mi chiederebbe che succede. E che dire del goffo impiegato militante di un noto gruppuscolo di subumani di estrema destra, ogni giorno sul mio stesso treno, che in prossimità del vessillo nazionale probabilmente scatterebbe sull’attenti sfoggiando il saluto a braccio teso e che, dopo ore di sforzo intellettivo magari a fine giornata riuscirebbe a darsi una spiegazione del fatto che la bandiera è anche la mia. Poi la scia di gente che lavora, la fiumana di persone nell’ora di punta mattutina che potrebbe decidere dietro a quel segnale di libertà di riemergere dall’esistenza sotterranea verso una luce diversamente rischiarante. Quindi, prima di sedermi e accendere il pc, appenderei dietro la mia postazione quello strascico di entusiasmo da risveglio post-incubo, il mantello che di certo non fa di me un supereroe, semplicemente il cittadino di un nuovo mondo.

operazione “una mentina per Ferrara”

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Offriamo al direttore del foglio il fine pasto decisivo, dopodiché tutti al riparo: il suo contenuto è molto meno nobile della celebre versione demo qui sotto.

A E I O U Y

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del meglio del nostro meglio

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Che poi sono tutti lì già a scrivere i titoli di coda dei diciassette anni di egemonia culturale del berlusconismo con servizi, scritti, slide show, sequenze fotografiche, tutta una serie di “the best of” tanto che mia figlia, che in casa in quasi otto anni di vita non ha sentito parlare d’altro – male, ovviamente – quando l’ha visto esprimersi in prima persona plurale nel suo studio con i capelli e quell’approccio da venditore di pentole al momento della sua scesa in campo non l’ha riconosciuto subito e si è trovata paura. Ma chi viene dopo Berlusconi, ci ha chiesto. Di istinto le avrei detto che dubito che sia finita così, che secondo me lo stiamo sottovalutando, che da uno che ha tenuto tutti in scacco così per così tanto tempo a furia di sborsare mance e, malgrado ciò, ha ancora così tante risorse ci si può aspettare di ogni. Ma non volevo guastarle quel sollievo dall’aver saputo che quelle che erano state appena trasmesse erano solo innocue immagini di repertorio. Acqua passata. Una strategia criminale che si manifesta in differita e le sue ricadute sull’umore di un popolo, a distanza di così tanti anni. Ma come abbiamo potuto, ci chiediamo ora, tuttavia. Ma come diamine abbiamo potuto. In qualche modo dovremo trovare il modo di giustificare il torto fatto a lei e a tutti quelli nati da allora, nuovi cittadini che non hanno mai vissuto un giorno di vita senza vedere almeno una volta, in tv o sul giornale o sui manifesti, quella faccia fintamente rassicurante e sempre più gonfia di potere.

di dolore ostello

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E un bel giorno Berlusconi andrà da Napolitano, e il Presidente della Repubblica gli chiederà se si sente ancora in grado di rispondere ancora ai bisogni del paese, e Berlusconi gli rispondera sì, certo, ho ancora i numeri e il popolo è con me. E quando leggeremo questa notizia sul giornale, ci verrà da pensare che se la Costituzione permette una cosa così c’è qualcosa che non va. Perché tutti scendono in piazza, tutti escono dal Parlamento, tutti sono esasperati. E in effetti la nostra Costituzione un limite ce l’ha, ed è quello di essere stata pensata e compilata da donne e uomini, mentre oggi è interpretata da zoccole e magnaccia.

papale papale

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Le opinioni degli impiegati della sede centrale e delle filiali di quella organizzazione che per semplificare chiamerò Chiesa mi interessano poco o niente. Non sono rappresentanti dello stato in cui sono nato, non fanno parte di un partito a cui sono iscritto, non sono una mia azienda cliente. So che fanno di tutto per influenzare l’opinione pubblica e la struttura stessa della società cercando di distribuire gratuitamente i loro prodotti soprannaturali, i loro preservativi per coscienze e a volte ci riescono perché hanno una forza vendita agguerritissima, ma, ripeto, non mi scalfiscono nemmeno un po’. Trovo sacrosanto (mi si perdoni il gioco di parole) che, dato il loro statuto, parlino secondo i loro princìpi, e parlano ai loro – come chiamarli? Adepti? Fedeli? Stakeholder? Elettori? Non parlano a me, e non nego che il fatto che i media, anche quelli di mio riferimento, dedichino titoloni e spazio alle esternazioni di condanna su pratiche sessuali, etica, comportamento, modelli di vita, mi urti e non poco. Vendola pecca più di Berlusconi perché è omosessuale? Sì, può essere, anzi, è il punto di vista di una corrente di questa organizzazione, giusto che la pensino così se è in linea con i loro valori. Ma non considero l’organizzazione di cui sopra un referente autorevole addirittura degno di confronto con una qualsiasi autorità laica e civile. Una comunità come tante altre, ecco, con una serie di portavoce come tanti altri. E a me – ripeto – non interessano le loro opinioni, non è il caso quindi di indignarsi per ogni idiozia che si legge in giro.

natura morta con presidente del consiglio

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In questo eterno presente in cui non succede niente, nemmeno un pezzo di satellite sulla casa giusta. Ogni giorno sembra che, davvero guarda che questa volta, ma non hai letto, sono spaccati e ci sarà il voto segreto. Le news che dà Repubblica sono tentacolari perché pensi domani mi sveglio, vado sull’home page e ci sarà la notizia che si è dimesso, è scappato, è imploso, è stato rapito dagli alieni, gli si è scaricata la pila al litio ed è tornato nel museo dei robot. Ma come non succede niente, direte voi. Purtoppo succede che siamo un fallimento di democrazia se tutte le sue componenti (meno una) fanno la stessa richiesta e nessuno fa tanto così per esaudirla. Una differenza c’è, però. Ogni giorno uno di noi sale sul palco e grida “salviamo l’Italia”, ogni giorno è uno diverso e ha una propria ricetta dell’antidoto. Non so voi, ma io mi fido solo di Catone, che da tempi non sospetti va in giro a ripetere il suo mantra “delenda est”. Il soggetto mettetelo voi, ricordatevi che il gerundivo concorda con la persona o cosa che deve subire l’azione.

un pezzo di satellite qui, grazie

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Ironizzare su Studio Aperto è troppo facile, tutti ci chiediamo il perché e il percome ma, soprattutto, chi segue il suddetto show di Italia Uno e chi lo intende una fonte di informazione alla stregua di un qualsiasi normale telegiornale. Nel negozio del mio parrucchiere la tv è spesso sintonizzata lì. Ora, so di per certo che lui e il suo socio non votano di là, sono due non berlusconiani ma di quelli che va bene tutto, l’importante è tirare a campare. Strano, eh. Insomma, ieri sera mentre ero nelle mani di uno dei due, che casualmente libero ha avuto l’onore e la responsabilità di dare una rassettata al mio fascino di mezza età, ecco il servizio clou della scaletta: il costo delle intercettazioni al premier che supera ogni altra indagine di questo tipo fatta a indagati per reati mafiosi. Con tanto di costo medio a telefonata, percentuale di minuti sugli interlocutori, fino al costo totale ovviamente inteso come importante risorsa pubblica sottratta ai bisogni dei cittadini. Pensa un po’, questi impiegati Mediaset che si accorgono degli sprechi solo ora, e montano pure un servizio di una decina di minuti con tutti i dettagli. E il mio coiffeur, terminato un importante bilanciamento di volume tra la tempia destra e quella sinistra, mi ha anticipato commentando “e questo per scoprire se il berlusca se ne è fatte otto o dieci. Ma và a dà via i ciapp!”. Ma sì, andate tutti a dà via i ciapp.

missed italia

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Persa, andata, puff. L’Italia retrocessa e declassata è un flop come i concorsi di bellezza pieni di ragazze a ombelico coperto, una pudicizia che fa ridere ai tempi delle patonze con servizio a domicilio. E poi ci si stupisce che non fanno audience, quando sugli altri canali si vede ben altro. Fermate la gara, fateci scendere!, reclamano tutti in coro, industriali e sindacati, anziani e giovani, i poveri dichiarati e quelli destinati a diventare tali. Per i pochi altri che non se ne curano, questa grottesca competizione può andare avanti pericolosamente così, fino alla proclamazione della vincitrice, l’ultima candidata immortalata stretta in lacrime nell’abbraccio ipocrita con la seconda classificata. Un paradossale spaccato di un paese che vuole credersi così, in passerella, come ai tempi del boom in bianco e nero. E, sotto, i pochi irriducibili luogotenenti azzimati ad applaudire i buoni e fedeli servigi del direttore di rete resi con il benestare del padrone, che contempla il suo raccolto e pensa già alla semina per la stagione che seguirà.