felici e-content

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Mi rivolgo a voi, aziende italiane che pubblicate annunci di lavoro in lingua inglese per posizioni che di inglese hanno solo il nome altisonante ma che sono basate in Italia e per le quali la conoscenza della lingua inglese è utile solo a farcire di inutili locuzioni anglofone le presentazioni Power Point per i vostri italianissimi clienti e lasciarli a bocca aperta con la vostra presunta caratura internazionale, pardon, globale. Voi società giovani e dinamiche che avete riquadri dei vostri organigramma occupati da manager che parlano inglese con la cadenza del dialetto della loro regione di provenienza e che inviano comunicazioni corporate in lingua italiana farcite di congiuntivi discutibili e di evasioni semantiche di termini che un tempo avrebbero causato la bocciatura all’esame di scuola media inferiore. Voi organizzazioni che volete darvi un tono e ricevere resume dai canditati alle posizioni scoperte solo in lingua inglese nell’illusione che un giorno l’inglese marketing, lingua che voi masticate anche a pranzo a condimento di pietanze che da vecchi additerete come causa della devastazione della vostra flora intestinale, rimarrà come unica traccia della civiltà di provincia di cui siete padri fondatori, in un tempo ben oltre i termini delle fatture dei vostri fornitori pagate a 120 giorni. Ecco, voi che poi comunque dovrete farvi tradurre da qualcuno le informazioni sugli skill e l’experience dei candidati malgrado l’annuncio sia rivolto a un target tutto locale, mi dite che senso ha il requisito “fluent Italian written and spoken is essential”?

posizioni preferite

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Qualche giorno fa, era ancora l’anno scorso, sono stati pubblicati i risultati di un’indagine secondo cui più del 50% delle aziende oggetto dello studio conferma di contattare e assumere personale tramite conoscenze dirette e non attraverso la scrematura dei curriculum dei candidati. Leggendo l’articolo in questione, anche se fanno sorridere le ricerche sul mondo del lavoro in un periodo in cui il mondo del lavoro assomiglia sempre più a un pianeta da day after, semi-deserto, privo di regole sociali e in preda alle più primitive leggi naturali, ho passato in rassegna la mia carriera in cui la percentuale di società da cui sono stato ingaggiato grazie al passaparola è del 100%. Mi è comunque capitato di essere contattato per colloqui avuti tramite risposta ad annuncio e qualcosa è sempre andato storto, o è stato meglio così, chi può dirlo. Ma da qualche tempo le opportunità di svolta sono praticamente pari a zero, vuoi per il momento storico, vuoi per la data di nascita indicata sul mio curriculum. Ed è qui che entra in gioco il fattore della conoscenza: il selezionatore legge che ho più di quarant’anni, lui ne ha la metà dei miei e avanti un altro, sapete meglio di me come funziona. I giovani, mi si perdoni il luogo comune, oltre a fraintendere la storia talvolta hanno un’idea tutta loro degli individui e della psicologia sociale, e non solo perché l’oggetto di questo pregiudizio è il sottoscritto. O forse il problema è che il mio curriculum, oramai così lungo e denso di esperienza, risulta incomprensibile ai più, fin troppo adatto, per non dire superfluo o rispondente in eccesso alla mansione per cui mi propongo. E se ci fosse un intermediario, sono certo che questo aspetto emergerebbe. In genere solo conoscendo una persona è possibile rendersi conto che un cervello appartenente al vecchio ordinamento costituisce un vantaggio, e non un costo fisso.

la variabile dipendente

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Non potrei mai essere un imprenditore, me ne accorgo ogni anno a Natale, momento in cui mi farei prendere dalla prodigalità e mi metterei a fare doni a chi lavora per me, a dimostrazione della graditudine all’abnegazione con cui i dipendenti mi consentono, giorno dopo giorno, di mantenere il mio stile di vita, conferiscono dignità alla mia impresa, aggiungono valore grazie alla loro professionalità ai prodotti che escono con il mio nome stampato sopra. Così, l’ultimo giorno prima dei saluti e degli scambi di auguri, li radunerei tutti in sala riunioni e ne elogerei apertamente il merito, ricompensandoli uno ad uno per i loro sforzi e ringraziandoli per dedicare così tanto tempo della loro vita, pagato ma mai abbastanza, alla mia idea e alle attività necessarie a metterla in atto. Ringrazierei le loro famiglie perché rinunciare alla presenza di un loro congiunto che passa il tempo nel mio ufficio è comunque un sacrificio. Le vite loro e la mia, professionale e privata, sono e saranno per sempre intrinsecamente legate. Farei quindi regali anche ai loro parenti, grazie, direi, grazie per quello che fate. Si tratta di un comportamento anti-economico e fuori dal mercato, lo so, in un paio d’anni fallirei e non potrei più nemmeno mantenere gli stessi stipendi e lo stesso numero di persone, chissà. Ma non ne sono così certo. Avrei al mio fianco una squadra fidata e imbattibile con cui sbaragliare la concorrenza grazie anche al tasso di turn over ai minimi termini e all’elevato know how interno. Per non parlare dell’entusiasmo. Potrei visitare i settori operativi e respirare il rispetto reciproco, camminare tra la stima delle persone valorizzate che si spendono per me. Non potrei mai essere un imprenditore, e comunque anche se lo fossi nessuno ci crederebbe.

il conto, alla rovescia

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In realtà il calendario dell’avvento è la rappresentazione grafica di una sequenza di giornate lavorative in costante aumento di complessità e stress, un’escalation di attività urgenti miste a imprevisti inevitabili che si sussuegono come nauseabondi blocchi al sapore di rosolio obbligatori da ingurgitare per tradizione e i cui avanzi vanno ad accumularsi giorno per giorno nelle tasche delle micro-economie aziendali e che traboccano fino all’ultimo tra conti da chiudere, budget da confermare o esaurire, progetti da ultimare come se non ci fosse un domani e il primo giorno dopo le feste fosse un’incognita, un aprire la porta degli uffici il due gennaio magari anche in piena emicrania da sbronza e giuro che non farò mai più, disattivare l’allarme e trovare il nulla post-atomico e dover ricostruire il mercato da zero. Fidatevi di me e di tutti gli altri sopravvissuti alle tempeste di fine d’anno passate e alle deflagrazioni da tutto subito prima delle vacanze. Sappiamo che non è così. Il primo giorno lavorativo dell’anno prossimo ci ritroveremo tutti allo stesso posto, non temete, ci telefoneremo come al solito e ci chiederemo da dove ripartire, e vedrete che sarà tutto come prima che iniziasse questa discesa che ci avete costretto a correre, a piedi e con le mani piene di borse piene di regali per voi, che nel migliore dei casi ci precedete in automobile e ci ringraziate con un biglietto, e nemmeno personalizzato.

le correzioni

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Leggi una e-mail di lavoro alle otto di sera del venerdì, la leggi per caso perché cercavi un’altra cosa e hai aperto la posta dell’ufficio, l’hai vista tra i messaggi in arrivo e non hai resistito anche se eri ufficialmente già in pieno weekend, bicchiere di Menabrea in mano, piattino di patatine, abiti da relax e pantofole e famiglia che sta per mettersi a tavola. Leggi la e-mail e scopri di avere avere fatto una cazzata di quelle colossali, una svista che nemmeno uno che ha iniziato a fare il tuo lavoro l’altro ieri. Uno di quegli errori da pivello a cui in altri momenti non dai peso, ma stai lavorando di brutto (e per fortuna, visti i tempi) e quando segui tante cose può capitare, e questo te lo dici per assottigliare la responsabilità. Hai preparato un pubbliredazionale che doveva essere di 3.200 caratteri e lo hai già fatto approvare da tutte le parti coinvolte, una delle quali è un colosso nazionale delle tlc che ha una trafila assurda di liberatorie per ogni cosa che deve essere pubblicata a suo nome, e che devi consegnare martedì. Il problema è che ti sei fumato il limite dei caratteri, spazi inclusi, e lo hai fatto lungo il quadruplo. Questa cosa ti sembra inamissibile e ti rovina la prima parte del finesettimana, perché non sai che fare per porre rimedio. Così ci rimugini tutto il giorno, prepari anche la versione ridotta all’ingombro richiesto. Poi scrivi l’esperienza sul tuo blog, pensando che la controparte legga la confessione, la consideri un’idea simpatica e originale per espiare la colpa e ti scriva un commento tipo “non preoccuparti, non sono certo questi i problemi della vita”. Ecco, un finale così potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso, potrei anche pensare che qui dietro (dietro al monitor) c’è davvero qualcosa.

secondo lavoro

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Una mattina finì il dentifricio, era già venuto il momento di ricomprarlo. Nella stessa sessione di igiene personale si esaurì il deodorante che già l’aveva trafugato a casa dei suoi che era mezzo consumato, un paio di spalmate sotto le ascelle ed era rimasta solo la plastica del tubetto che, spingendo sulla pelle sensibile, la irritava. Nella cassetta della posta la sera precedente aveva raccolto la prima bolletta della luce con i costi dell’allaccio della nuova utenza, per fortuna la scadenza per il pagamento sarebbe stata dieci giorni dopo. Un’eternità. Nel frattempo stava esaurendo il latte, anche quello da annotare nella lista della spesa da fare nel pomeriggio, al rientro dall’ufficio. E i sacchi della spazzatura, quelli sono fondamentali. Poi il doppione delle chiavi della nuova casa che aveva preso in affitto, poco più che un monolocale. Senza contare la pulizia del boiler della settimana scorsa, di sua competenza, e l’acquisto del futon da usare come letto, una cosuccia in confronto alle tre mensilità anticipate e la caparra versata al padrone di casa. E quella mattina, quella del dentifricio, da solo in un bagno minuscolo e freddo, dietro una tenda di plastica Ikea da doccia, non era nemmeno la metà del mese.

è permesso?

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Basta uscire di casa due ore dopo e cambia tutto, è il sole alto che ti fa sentire improduttivo, probabilmente si tratta di un retaggio culturale. È sufficiente tornare indietro di pochi decenni, quando alle dieci e trenta uomini e donne erano già nei campi da un pezzo, insomma gli odori forti della nostra storia sono ancora nell’aria, non è difficile riuscire a distinguerli dal resto. Ci si chiede chi sia però tutta questa gente a spasso in orario di ufficio. Disoccupati? Rappresentanti? Ausiliari del traffico in incognito? Quelli che lavorano li riconosci subito. I consulenti camminano di fretta con la borsa del pc a tracolla, stanno andando dal cliente. Le badanti è più facile, hanno anziani claudicanti e ripiegati sulla loro cassa toracica aggrappati al gomito, col bastone e il loden e il cappello, quando non spingono le carrozzelle e sussurrano parole in linguaggi sconosciuti ai casi terminali che portano a spasso, ma a loro interessa solo guardarsi intorno e preferirebbero farlo in silenzio. Poi ci sono quelli che fanno le consegne, con le quattro frecce sfidano vigili e automobilisti indignati, caricano e scaricano e hanno aree di sosta dedicate e ambitissime. Fuori concorso i pensionati con le borse della spesa in mano, anche loro sono autorizzati a transitare in questa sorta di coprifuoco sociale grazie al lasciapassare che gli è stato fornito. Perché poi ci sono quelli che hanno avuto un imprevisto e si stanno recando al lavoro a metà mattinata. Questi individui invece il lasciapassare non ce l’hanno. Sono i veri clandestini e si muovono guardinghi e a disagio, la luce è diversa, la gente è diversa, i luoghi solitamente assiepati dalla calca nelle ore di punta sono deserti. Non hanno alcun certificato che attesti il loro diritto di entrare dopo. Soli, sui vagoni della metro, fanno gli gnorri ma sudano freddo per la paura di un controllo, chissà qual è la punizione per le due ore e mezza di produttività negata all’economia globale. Ma anche oggi tutto fila liscio, ai tornelli passano inosservati e, giunti in superficie, si affrettano verso il posto di lavoro. Cercano di non dare nell’occhio e si precipitano alla scrivania. Accendono il pc. Tutto è ancora come prima.

il vaffanculo al tempo della crisi

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Ho pensato che dovrei contare fino a dieci prima di scrivere un post come questo, in cui cerco di concentrare tutto il veleno che vorrei riversare su di voi che mi fate perdere tempo al telefono con la vostra disorganizzazione, perché non siete nemmeno d’accordo tra di voi e in più dovrete coinvolgere in un secondo tempo il vostro amministratore delegato. Un approccio che non sarebbe velato di incompetenza se vi limitaste a fare il vostro, di lavoro, perché se ricoprite quella posizione sicuramente lo sapete fare. Ma non vorrei sembrarvi presuntuoso se vi dico che fare il mio lavoro come dite voi non è la maniera più percorribile, e se mi avete scelto come fornitore dovreste fidarvi di me. Ho pensato che dovrei contare fino a dieci prima di scrivere un post come questo, per evitare le scurrilità se non nel titolo così da attirare qualche lettore coprolalo in più ma che riassume un sentimento che provo fin nel profondo, perché anche se te ne approfitti sai che non posso interrompere la mia collaborazione con te, in questo periodo signora mia non si lascia certo scappare un cliente che paga anche poco, e si sente libero di cambiare il brief ogni volta. Perché le proposte creative sono proposte creative altrimenti ti preparo tre, quattro, dieci, mille varianti complete del progetto ma me le devi pagare tutte, perché ti devi fidare di me: la proposta che sceglierai con tutte le sue immagini provvisorie e tutti i lorem ipsum, alla fine vedrai che sarà piena dei contenuti e dei valori e della filosofia della tua azienda. (avevo aggiunto “di merda” ma lo ho cancellato, grazie allo sfogo che la scrittura comporta un po’ di rabbia era scemata e ho pensato che forse era un finale troppo forte, che dite?)

emanazione di sé

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Tutti noi qui abbiamo il sospetto che il nostro capo ami il turn over del personale solo per avere intorno nuovi collaboratori. Ma la sostituzione di materiale umano avariato o difettoso con carne fresca ed entusiasta, sempre meno senior e sempre più a basso costo, ha un obiettivo che non consiste nella riduzione delle spese, nel portare nuova linfa creativa in un mercato sempre più autoreferenziale o nell’investimento in individualità pronte a portare quel qualcosa in grado di concretizzarsi in vantaggio competitivo e farci guadagnare di più. No. Il recruitment viene fatto unicamente per quell’impagabile primo giorno di lavoro della nuova risorsa in cui il capo può interpretare la parte di se stesso nella messa in scena de “il pippotto”.

Il pippotto consiste in una pièce in atto unico, massimo due se inizia a ridosso dell’ora di pranzo, il cui il capo concentra la storia dell’agenzia, come si lavora qui, l’organigramma e relative funzioni, il clima, i processi, le risorse e gli strumenti. Quindi passa alla storia delle aziende clienti, la struttura del principale cliente che, trattandosi di un colosso multinazionale, non lo si può certo liquidare in un poche parole. Quindi la descrizione dei processi produttivi, la struttura marketing e communications, comunicazione esterna e interna, la terminologia da utilizzare per la localizzazione del materiale dall’inglese all’italiano. A questa prima sessione dalla durata variabile segue la raccolta della bibliografia a supporto. Brochure, guideline, materiale utile a precipitare senza tanti complimenti nel vivo della produzione. La bibliografia comprende inoltre contenuti utili allo svolgimento dell’attività della nuova risorsa, i vari manuali del nomelavoroqualsiasi, l’agenzia è provvista di una nutrita biblioteca tutta rigorosamente datata e obsoleta. Dopo la full immersion il nuovo acquisto è pronto per il secondo giorno di lavoro e può in autonomia dedicarsi all’attività per la quale è stato contattato, ovvero fare di tutto, indipendentemente dal suo profilo. Sempre che si presenti la mattina dopo.

generazione vincente

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