gli italiani lo fanno così così

Standard

Capisco che l’esterofilia fine a se stessa sia scostante, e non vorrei certo sembrarvi antipatico. Anzi. E vi assicuro che mi impegno a seguire il panorama locale in ambito musicale, editoriale e cinematografico. E probabilmente lo farò ancora, anche solo per un briciolo di campanilismo. Ma, diamine, mi cadono sempre più le braccia.

Per farvi un esempio, anzi tre ma partiamo dal primo, fino a qualche anno fa seguivo con acceso interesse la musica italiana, le nuove band e il trend del momento, affidandomi soprattutto ai principali siti specializzati, come quelli che organizzano i festival dei baci e degli abbracci. Il motivo? Da una parte era il retaggio che mi portavo dietro da sempre, avendo occupato gran parte della mia vita (almeno 30 anni) a suonare in gruppi più o meno underground. Se volete saperne di più, questo blog è pieno di riferimenti alla mia vita precedente, e vi consiglio di iniziare dalla fine di quella esperienza. Seguivo i forum, partecipavo alle discussioni. Ma anche prima di Internet, ho letto e mi sono costantemente tenuto aggiornato, in un percorso che parte dagli Area passando per Diaframma, Litfiba e CCCP, poi svolta con Almamegretta e Casino Royale, sempre dritto per arrivare a Scisma e Subsonica. Ho parcheggiato di fronte agli Offlaga Disco Pax e sono sceso dal mezzo, autoradio alla mano, perché era subentrato nel frattempo il nulla più assoluto.

Più difficile argomentare la mia esterofilia in ambito letterario, sono meno competente (o più cialtrone, dipende dai punti di vista), il campo è oltremodo più vasto, più difficile da conoscere approfonditamente e da valutare. Diciamo che, esaurita la bibliografia del ‘900 italiano, ho perso l’orientamento passando da Pavese, per fare un esempio, a un qualsiasi autore emergente. Le poche volte in cui ho dato un’opportunità a uno scrittore locale (passatemi l’aggettivo), mentre mi si ripresentava a menadito il metro quadrato storico, politico e geografico in cui erano state ambientate le vicende descritte nell’opera di turno, già rimpiangevo la sicurezza dei parametri che utilizzo in fase di scouting di nuovi autori per il mio tempo libero. Ovvero: nati possibilmente tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico (procedendo verso ovest), a nord del Messico e a sud del Canada (con l’eccezione di Coupland e degli autori nati in Alaska), tra il 1900 e il 2011. Un sottoinsieme già di per sé infinito.

Il terzo e ultimo elemento di riflessione riguarda il cinema. Qui converrete con me della difficoltà (mi veniva da scrivere dell’inesistenza, poi ho pensato che sarei risultato antipatico agli estimatori di Moretti, Martone, Costanzo, Sorrentino e Virzì, quei pochi di cui ho seguito l’attività) di mettere insieme un elenco sufficientemente corposo di prodotti di oggettivo valore, se comparati a omologhi lavori indipendenti o no realizzati all’estero. E anche in questo caso non so quanto sia determinante il fatto che altrove il cinema è un’industria mentre da noi è un hobby per figli di papà. Non so se il mio disagio di fronte ai film italiani dipenda dal gap qualitativo tra la recitazione degli attori (e dei loro accenti) e quella dei doppiatori di film stranieri, dalla piccolezza (si dice così) delle storie raccontate, un po’ come avviene per la letteratura, dalla scarsa attendibilità delle facce degli attori, dai registi.

Tutto questo per lanciare un appello: ridatemi speranza. Consigliatemi voi: libri, film e dischi italiani, di cui ne valga la pena.

che cosa vuoi che sia una recensione (scrivere sui Litfiba aumenta il traffico sul proprio sito, vediamo se aumenta anche il mio?)

Standard

Ho letto ieri, per caso, la recensione dell’ultimo lavoro dei Litfiba su Rockit.it. Scrivo “per caso” perché, pur non essendo molto interessato ai Litfiba almeno dal 1989 [ci tengo a sottolineare la mia appartenenza ai fan del primo periodo della band, vedi sotto la classificazione], “Stato libero di Litfiba” è al primo posto delle recensioni più lette del portale dedicato alla “roba italiana”, il che mi ha incuriosito. Non mi ha sorpreso il fatto che i Litfiba, malgrado le costanti involuzioni e  i cambi di front-man sempre meno credibili, abbiano mantenuto, se non accresciuto, il bacino dei fedelissimi, tanto che una recensione risulti la più lette, tra le centinaia di gruppi e artisti indie del nuovo millennio. Probabilmente a generare tanto traffico web intorno a quella recensione sono stati proprio i numerosi commenti e l’accesa discussione a cui gli iscritti a Rockit hanno dato vita. La recensione è, ovviamente, negativa, mi chiedo come potrebbe essere altrimenti. Il primo aspetto che colpisce è l’immediata costituzione e relativa dichiarazione di appartenenza alle classi di livello dei fan, il che vale sia per l’autore dell’articolo che per i commentatori. Del resto, ci sono cascato pure io sopra.

  1. Ci sono i Lifiba Fan Classe 1 [io sono qui], dalle prime demo a 17 Re.
  2. Ci sono i Fan Classe 2, che ammettono anche Litfiba3.
  3. Quindi i Fan Classe 3, da Litfiba3 fino allo scioglimento

Le classi successive, e quelle che ammettono anche i poco credibili front-man post Pelù, non sono nemmeno degne di nota.

Ogni classe ha il suo tipo di reazione alla critica sui lavori dei Litfiba, con relativa mole di alterigia. D’altronde, io ho visto i Litfiba di Desaparecido e di 17Re. Ho pianto sotto il palco, avevo 20 anni ed ero molto new wave. Potete immaginare la mia reazione alle percussioni in Cangaceiro, per non parlare di ciò che ne è conseguito. L’approccio da usare, con i Litfiba, è considerarne ogni fase come un compartimento stagno, occupato da band via via differenti, una per ogni classe. I Litfiba Classe 1; una band di rock-pop italiano fine anni 80 Classe 2, and so on. Ovvero è inutile fare paragoni, punto e basta. E ogni Classe di fan continua a considerare intoccabile e sacra la versione dei Litfiba cui fa riferimento, e i supporter inorriditi dalla forza iconoclasta [leggi patetica] di una reunion così. Ma si sa, l’Italia è un paese per vecchi, soprattutto se rocker.

Leggendo i commenti alla recensione, noto che si scatena il solito fenomeno “non è quello il vero rock italiano del 2000, volete mettere gli attuali Litfiba con Baustelle ecc…”. Accedo sempre più raramente a Rockit, un po’ perché il gap culturale-anagrafico inizia a farsi troppo ampio, l’interesse per quel poco che c’è di interessante nel panorama musicale indie italiano è sempre meno, sempre più raro anche trovare gruppi e artisti validi a me graditi nel suddetto panorama. Ultimamente faccio sempre più fatica. Prendiamo per esempio l’elenco di gruppi cui l’autore del commento fa riferimento:

  • Baustelle
  • Dente
  • Il Genio
  • Amari
  • Jennifer Gentle
  • Brunori Sas
  • Teatro degli Orrori
  • Yuppie Flu
  • Giardini di Mirò
  • Non voglio che Clara
  • Hot Gossip
  • A Toys Orchestra
  • Valentina Dorme

Non ne salvo nemmeno uno. Al massimo trovo qualche pezzo decente sommando le discografie di tutti questi, ma non di più. Ora, la tesi “è meglio il mio decennio del tuo”, già disdicevole di per sè, non può reggere con questi argomenti. Né Sole nero, né l’opera omnia delle band qui sopra, raggiunge anche solo la sufficienza. Insomma, dichiaro disperso quel poco di “specifico indie” italiano [se vogliamo chiamarlo così] che già a fatica era riuscito a sopravvivere ai ’90.

D’altro canto, sarà l’età, ma trovo sempre più inutile scrivere e leggere recensioni su nuove uscite musicali. In un sistema in cui l’offerta supera cento, mille o forse più volte la domanda [non ho dati in merito, ma basta girellare un po’ su myspace per vedere la situazione], in uno scenario in cui la poca domanda di musica non mainstream è autosufficiente, soprattutto nelle modalità di accesso al prodotto, leggere la recensione di una non-autorità in campo musicale, di uno che potrebbe essere il mio dirimpettaio di scrivania in ufficio non ha senso. Non solo. Esiste ancora l’autorità in questo settore? Trovo molto spesso i vari Assante piuttosto imbarazzanti, fuori tempo massimo e fuori luogo. Già è superfluo leggere il parere di un opinion maker sull’ultimo dei Muse, per esempio. Non parliamo quindi di leggere il paio di paragrafi con cui il mio web designer co-co-pro incensa i 4 amici che hanno masterizzato 100 copie di una dozzina di brani registrati sul Macbook Pro del papà del più ricco della band. Non voglio sminuire il lavoro del Brunori  Sas di turno, ma addirittura scriverci su e fare della letteratura, peraltro mescolando la propria frustrazione di un sistema sociale alla deriva con il senso di empatia [tra il recensore e il recensito] per il comune destino di trentenni sfigati. Figuriamoci poi mettersi a leggere tutto ciò. Ho altro da fare [per esempio scrivere le mie, di frustrazioni].

Sì, lo so, sono andato fuori tema. Chiudo tornando ai Litfiba e al loro stato libero, e mi metto dalla parte di Maroccolo. Torno al momento in cui lessi, da qualche parte, un comunicato stampa in cui i Litfiba dichiaravano che sarebbero tornati insieme, cavalcando l’onda di successo delle band che si rifanno alla new wave. Nel 2010. Quando il suddetto revival, cominciato nel 2001 con “Turn on the bright lights”, ha già doppiato il proprio acme, con l’esplosione e la caduta nel giro di un paio d’anni di decine di Bloc Party e Kaiser Chief ed Editors. E poi: ditemi che richiami new wave ci sono in un pezzo tamarro come Sole Nero.

Quando ho letto quel comunicato stampa, ho avuto un po’ paura, anche paura che l’operazione avrebbe potuto sorprendermi. Ho dato un ascolto alla versione 2010 di “Resta”. Ma,  dico per fortuna, non è restato nulla. Leggere gli sterili scambi di invettive tra i commentatori alla recensione di Rockit è comunque un momento di sano divertimento in rete. Aprite i vostri occhi.