Virgin Radio ĆØ quella radio che trasmette la visione del rock che hanno i network commerciali e non c’ĆØ ogni coda di brano rock che non ci ricordi che siamo su Virgin Radio. Dopo ogni cazzo di canzone rock qualcuno ci ricorda che siamo su Virgin Radio. Il fatto ĆØ che su Virgin Radio trasmettono un programma che si chiama “Personal Giulia” che comprende un inserto dal titolo “Venti minuti di musica senza interruzioni”. Si tratta di una manciata di brani rock i cui titoli vengono presentati prima dell’inizio dell’inserto, uno dopo l’altro, con la consueta pronuncia iperinglese con cui passano il rock a Virgin Radio. Quindi mettono la prima canzone della lista. Alla fine della prima canzone ecco un’interruzione con un vocione da rock di Virgin Radio che dice “Personal Giulia, venti minuti di musica senza interruzioni” e poi mettono la seconda canzone della lista. Anche al termine della seconda canzone il flusso di venti minuti di musica senza interruzioni viene interrotto dalla voce rock di uno speaker di Virgin Radio che dice “Personal Giulia, venti minuti di musica senza interruzioni”. Poi c’ĆØ il terzo pezzo che però non sfuma nel quarto direttamente. La stessa voce di prima ci ricorda ancora che stiamo ascoltando “Personal Giulia, venti minuti di musica senza interruzioni”. Stessa cosa tra la quarta canzone e la quinta. Ora non so in venti minuti di musica senza interruzioni quanti brani musicali ci stanno. Resta il fatto che almeno una ventina di secondi sono occupati da tutte le volte in cui i venti minuti di musica senza interruzioni sono interrotti dalla voce che dice “Personal Giulia, venti minuti di musica senza interruzioni”. Insomma, non ho ancora capito se a Virgin Radio sono scemi o cosa.
Il nuovo spot del Gruppo FS Italiane, firmato da Saatchi & Saatchi, mette insieme qualche scorcio di vita altrui alle prese con il viaggio di lavoro e di piacere in un’Italia che deve ancora venire ma che oggi non sembra cosƬ distante – coronavirus a parte – dal modo in cui ĆØ rappresentata. L’idea non ĆØ male ma il timbro vira eccessivamente sul cupo e ha quel sapore da Los Angeles distopica ai tempi della Tyrell e dei replicanti Nexus 6 che può liberare in avanti l’immaginario collettivo ma rischia anche di imbrigliarlo nell’ansia, in un momento non privo di incertezze come questo. Il punto ĆØ: se devi far sognare gli spettatori gettando il cuore oltre l’ostacolo, oltre l’ostacolo gli devi offrire sicurezza e stabilitĆ attraverso attori che ti prendano per mano e ti introducano al domani, in un ambiente rasserenante. Nello storytelling del Gruppo FS Italiane ci sono solo smart city, boschi verticali e lavoratori del terziario, come se i mestieri manuali e la gente che opera sul campo fosse davvero un’esclusiva dei balli di gruppo con il casco anti-infortunistico giallo, negli spot-musical cantati da Mina. Per le FS invece ci sono solo:
1. informatici che in ufficio non vedono mai la luce del giorno
2. ragazzini che si svegliano alle cinque del mattino per andare al lavoro
3. astronavi nello spazio (scuro) messe a cazzo nella sceneggiatura
4. la solita clip di I-Stock con un ingegnere che usa l’obiettivo della telecamera come se fosse un tablet sprigionando dati inesistenti in natura, anche questa al buio
5. una donna che parte per una trasferta di lavoro prima che faccia luce e che, dall’espressione, si vede che vorrebbe essere ancora sotto le coperte
6. il transito ad alta velocitĆ in galleria
7. il transito ad alta velocitĆ in esterno, rigorosamente in cittĆ e di notte
8. una giovane donna in un ambiente chiuso e senza finestre che dall’espressione del viso non sembra molto contenta del lavoro che fa
9. uno studente in una scuola che ha le pareti dei corridoi ricoperte da schermi che raffigurano dati a cazzo, al posto delle finestre, e che non sembra molto contento di trovarsi lƬ
10. una giovane donna con un sorriso di circostanza chiusa nella sala d’aspetto della stazione e circondata da una realtĆ aumentata di dati a cazzo e informazioni su arrivi e partenze senza nemmeno un minuto di ritardo
11. e finalmente una famigliola che guarda meravigliata, dalla vetrata di una stazione sopraelevata inesistente di Milano, una Milano altrettanto di fantasia, ma che – malgrado ci sia uno scorcio esterno – risulta in perfetta linea con il mood claustrofobico del resto dello spot. Il padre sembra dire ai figli: “Guardate Milano, non ci arriveremo mai”.
Il bello di viaggiare in treno, a parte leggere, ĆØ godersi il paesaggio fuori dal finestrino quando c’ĆØ il sole. Attraversando l’Italia con il Frecciarossa da nord a sud, poi, il panorama non ĆØ male ed ĆØ quasi tutta campagna. Ma probabilmente chi ha deciso questo spot pensa che invece i viaggiatori trascorrano il tempo in treno a seguire, sullo smartphone, spot che prevedono un triste futuro alla Blade Runner. Non male, come idea, in un momento di pandemia globale.
Una lettrice mi scrive “potete cambiare il modo in cui canta il bambino, non si può sentire!”, riferendosi al nuovo spot della Negroni. Il celebre jingle delle stelle che sono tante milioni di milioni ĆØ stato prima interpretato in chiave soul-acid-lounge-jazz o qualcosa del genere addirittura dalla cavernosa e alquanto sexy voce di Mario Biondi (ne ho scritto qui), quindi dalla raucedine senza speranza di Noemi (ne ho scritto invece qui).
Mi ero perso, perdonatemi, la versione “Descrizione di un attimo” con il timbro di Zampaglione, che potete vedere qui
Poco fa mi sono accorto che la Kinder ha finalmente liberato lo spot del suo PinguƬ dalla poco convincente cover in italiano di “Walk Like an Egyptian” delle Bangles, campagna pubblicitaria di cui avevamo parlato qui. Forse i creativi e l’azienda stessa pensavano che l’idea diventasse un tormentone, un po’ come il jingle di si con riso senza lattosio. In realtĆ non ha mai convinto molto i ragazzi degli anni 80, che sono consumatori forti di oggi, altrimenti non si spiegherebbe un capovolgimento di fronte cosƬ clamoroso. O, forse, ĆØ scaduto l’acquisto dei diritti della canzone. Ora si vede la mamma e i bambini alle prese ancora la danza propiziatoria della merendina confezionata ma, della canzone, non c’ĆØ più traccia. Il lockdown non sarĆ la stessa cosa, senza quella metrica cosƬ spregiudicata e quella proposta cosƬ ossessiva.