vinavil

Standard

La mia relazione complicata con la colla vinilica è la prova tangibile e appiccicosa che la colpa non è solo mia. Il cosiddetto lavoretto di natale che abbiamo preparato a dicembre della prima del ciclo scorso – erano le vacanze del 2019 – prevedeva la costruzione di palle ornamentali fatte di spago seguendo una procedura standard in cui si chiedeva ai bambini di:

  • gonfiare un palloncino quanto basta
  • cospargerlo completamente di colla
  • avvolgerlo fitto con lo spago secondo una trama tale da consentire la stabilità della struttura in autonomia
  • lasciar asciugare il manufatto, in modo che lo spago bagnato di colla si indurisse completamente
  • scoppiare il palloncino dopo un paio di giorni
  • rimuoverne gli eventuali residui dalla corda resa rigida
  • confezionare il manufatto in una busta natalizia corredata da biglietto realizzato con la collaborazione delle colleghe di religione e alternativa
  • godersi in classe, prima, e in famiglia, poi, il prodigio completato.

Ma, se lavorate con i bambini, sarete consapevoli di quanto siano imprevedibili e dell’inutilità di stabilire una qualunque procedura. Ecco infatti solo alcune delle varianti all’algoritmo testé provveduto di cui sono stato testimone, al netto della propedeuticità sequenziali dei suoi passaggi che, laddove non rispettata, ha inficiato oltremodo l’esito dell’attività in risultati che è persino superfluo riportare. Nei casi in cui è stato possibile giungere a compimento è successo che:

  • Fatima, forte di una capacità polmonare da vetraia di Murano, è partita da una base grande quanto un pallone da basket mentre Marco, al contrario, potrei sbagliarmi ma non mi pare sia andato oltre il diametro di una clementina rinsecchita
  • la combo tra superficie in plastica e consistenza della colla vinilica ha limitato fortemente la maneggevolezza del palloncino, definendo una impietosa ulteriore soglia di ingresso per un lavoro svolto in modo accettabile. I palloncini erano sempre per terra, durante la preparazione, e i bambini e gli insegnanti e rispettivi abiti ricoperti di Vinavil
  • in conseguenza di ciò, solo in un paio di casi – bambini di cui ho invidiato moltissimo l’oggettiva superiorità nei lavori manuali, un livello che a quell’età per me sarebbe stato da fantascienza ma anche ora – sono riusciti a ricoprire l’anima con una rete di spago dalle maglie credibili. In tutti gli altri, a partire dal mio che avrebbe invece dovuto rappresentare un modello autorevole da seguire, si potevano individuare facilmente in spirali e strutture reticolari decisamente aleatorie i segni del fallimento del lavoro proposto, al cospetto del quale sarebbe stato più dignitoso arrendersi al primo flacone di colla stappato
  • il calore tropicale diffuso nella scuola in cui insegno – un paradosso rispetto ai numerosi progetti di educazione ambientale e risparmio energetico che si perpetuano in ogni classe di anno in anno – ha alterato irrimediabilmente i valori della pressione all’interno dei palloncini. Già poche ore dopo mostravano palesi segni di sgonfiamento, e lo spago, ancora bagnato, ne ha ripercorso pedissequamente le fasi di progressivo e irrimediabile afflosciamento
  • è risultato impossibile scoppiare i palloncini oramai esausti, che poi era il momento più atteso dell’attività. Nonostante tik tok e tutte le minchiate che seguono i bambini, il primato del rumore da botti e esposioni mantiene inalterata la sua posizione in vetta sopra a qualunque tipologia di divertimento infantile. L’eccitazione per il tanto atteso impiego della punta del compasso è scemata di fronte ai fatti e ha lasciato il posto a una deludente operazione con un paio di meno scenografiche – e completamente sorde – forbici da ritaglio
  • il prudentissimo eccesso di colla spalmata sul palloncino ha reso complicatissima la rimozione della gomma che ha aderito allo spago. Molti residui sono stati lasciati ben saldi dove non si lasciavano staccare, per una più che esplicita metafora di hangover da party finito male
  • il posizionamento di una sfera – che poi di sfere non ce n’era nemmeno una, semmai forme riconducibili a uova e patate – in una busta di nylon rettangolare è stata la definitiva resa alle più comuni leggi della fisica. L’occhio cinico da adulti dei genitori avrà avvicinato l’attività dei figli a un qualsiasi sacco della spazzatura chiuso in cima da un laccetto colorato, pronto per la raccolta del secco
  • ma la disillusione da aspettative vs realtà si percepiva ingombrante anche tra i miei alunni, per non parlare di come mi sia sentito io, una volta pinzato il biglietto sul risultato del lavoretto di tutti loro e ammesso la mia incompatibilità con il ruolo ricoperto.

Addirittura si dice che questa attività sia stata così tanto devastante da contribuire di lì a poco alla diffusione di una provvidenziale pandemia globale in grado di spazzare via tutto quel sapere che, in quell’aula, si era nutrito dell’esperienza sul campo. L’anno successivo, con i bambini in mascherina, un lavoretto comprensivo di cose in cui soffiare sarebbe stato quanto meno fuori luogo. Meglio un biglietto, un disegno, al massimo qualcosa da costruire con la carta ma se mi parlate di Vinavil, vi prego, sono a posto così.

six seven

Standard

I dischi belli di quest’anno erano 67, poi ho pensato ai bambini a scuola che ci sfidano con l’omonimo meme e così ne ho aggiunti un paio pur di non dargliela vinta. Eccoli ordinati per nome dell’artista/band:

Air & Vegyn – Blue Moon Safari
Anaiis – Devotion & The Black Divine
Anna B Savage – You & I are Earth
Annahstasia – Tether
Big Thief – Double Infinity
Black Country, New Road – Forever Howlong
Blood Orange – Essex Honey
Bon Iver – SABLE, fABLE
Daffo – Where The Earths Bend
Debby Friday – The Starrr Of The Queen Of Life
Deep Sea Diver – Billboard Heart
Everything Is Recorded – Temporary
Ezra Furman – Goodbye Small Head
FACS – Wish Defense
Florence + the Machine – Everybody Scream
Haim – I Quit
Hannah Cohen – Earthstar Mountain
John Glacier – Like A Ribbon
Julien Baker & Torres – Send A Prayer My Way
KeiyaA – hooke’s law
Lifeguard – Ripped+Torn
Little Simz – Lotus
Lorde – Virgin
Moreish Idols – All in the Game
Newdad – Altar
Perfume Genius – Glory
Sharon Van Etten & The Attachment Theory – s/t
Sprints – All That Is Over
Stereolab – Instant Holograms On Metal Film
The Murder Capital – Blindness
Wolf Alice – The Clearing

Dust – Sky Is Falling

Standard

[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Non si può far finta di niente al cospetto di un sax nella line up di una band dichiaratamente post-punk. Il sax, come tutti gli strumenti a fiato, funziona un po’ da naturale protesi del timbro di chi lo suona. L’estensione di una parte del corpo di un essere umano musicista come tutti gli altri ma che, direttamente collegato con il soffio, elemento che più di ogni altro nasce da dentro, è espressione di un link con una componente per molti aspetti sconosciuta. Una voce in più, melodica, rabbiosa, gridata o sommessa. Un alter ego più intimamente controllabile, se lo sai suonare bene, e per forza di cose più autentico.

In un mondo elettrico ed elettronico come quello della musica dei nostri tempi, a maggior ragione come quello del post-punk, un sax incaricato di occuparsi di temi, di risposte, di contro-ricami (proprio come impone la presenza di un sax in un contesto non jazz) destabilizza fortemente la composizione d’insieme potenziando l’aspetto evocativo e romantico in un modo che solo uno strumento a fiato, per tutto quello che ci siamo detti prima, è in grado di offrire.

Non sarà possibile, quindi, non sforzarsi di cogliere il sax come fattore complementare di ogni brano. Andare a scovare, negli interstizi di ogni canzone, la versione del sassofonista. Ma nel caso dei dust, come si chiamano loro, con la d minuscola e vai a sapere il perché, non c’è solo questo. La giovanissima band australiana (Justin Teale e Gabriel Stove alla voce e chitarra, Adam Ridgway al sassofono, Liam Smith al basso e Kye Cherry alla batteria) ha dato alle stampe il primo long playing dopo una serie di singoli pubblicati dal 2023 e che hanno destato curiosità grazie alla qualità del songwriting provocatorio – loro stessi sono primi ad autodefinirsi così.

Sky Is Falling è un album solido e gradevolissimo, a tratti colpevole di qualche clichè del genere di appartenenza ma, nel complesso, fresco e immediato come tutte le opere prime delle band giovani e di ultima generazione. Di certo uno dei migliori esordi dell’anno.

Il disco parte con un’esplosione di chitarra da cui si sgancia immediatamente un pattern di batteria esagerato con i suoi velocissimi e ai limiti dell’umano sedicesimi di hi-hat. Il biglietto da visita offerto da “Drawbacks” ha dell’incredibile. Nei primi trenta secondi della canzone i dust ci offrono un Bignami del loro sound: voce baritonale, risposte di sax, basso suonato con il plettro, riusciti intrecci di chitarra e elegante controllo della potenza di suono.

Atmosfera che si conferma nel crescendo che introduce alla seconda traccia, “Just Like Ice”, un brano dalla struttura armonica molto più scomoda. Il riuscito arpeggio iniziale di “Alastair” (uno dei brani migliori del disco) e il suo articolato sviluppo ci mostra il lato più maturo della band e la sua abilità nel ricorso ad arrangiamenti complessi nei momenti più ispirati. Il passaggio alla canzone successiva, “Two Dogs”, non è facile da cogliere, quasi che i due pezzi costituiscano due tempi di una suite nata dalla stessa sommessa cellula compositiva.

La rabbia post-punk ritorna però più dissacratoria che mai nel ruvidissimo no-wave di “Swamped”, in cui si fa fatica a eleggere la parte strumentale più folle. “Restless”, “Aside” e “Fairy” sono struggenti (e bellissime) ballad che non sfigurerebbero in Romance dei Fontaines D.C., anche se è ancora una volta l’uso sapiente del sax a farci rientrare nei confini del suono che rende i dust così incredibilmente unici. Giusto il tempo dell’ultima impennata di energia compressa in “Day Tight” che è già il tempo di salutare questo imperdibile esordio. Un disco che ci lascia con la malinconia di “In Reverie”, la sua coda parlata e il suo magistrale sax da colonna sonora sui titoli di coda.

Non sono poche le intuizioni comprese in Sky Is Falling a restituirci un suono fortemente intrigante. Nonostante in alcuni casi si percepiscano smaccatamente gli echi dei padri ispiratori del loro stile, l’ascolto dei dust lascia indubbiamente a bocca aperta. Davvero una bella sorpresa, questa volta dall’Australia.

Eera – I’ll Stop When I’m Done

Standard

[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Sono diversi i fattori che rendono la musica di Eera (nome d’arte di Anna Lena Bruland) riconoscibile all’istante nello sconfinato (e in incontrollata espansione) universo di cantautrici più o meno riconducibili all’indie rock/pop. Il primo, com’è naturale che sia, è il timbro unico, tutto suo e di nessun altro. Una voce che si contraddistingue grazie a una leggera gradazione di opacità di armonici, un pantone a ridosso dell’inquietudine che vira alla ruvidezza negli episodi più palpitanti (pensate ai brani più dark del suo repertorio, a partire da “Living” o “Watching You”) e, sul versante opposto, sa essere accomodante senza mai trasmettere segnali di vulnerabilità.

Ci sono quindi certi modelli compositivi (non è per nulla un difetto, più o meno sono schemi che seguono tutti, anzi è ciò che rende un artista speciale) che la songwriter di origini norvegesi ripropone sotto diverse strutture nei suoi brani. Uno su tutti, una certa asimmetria nella ricorsività della sequenza di accordi (e delle battute in cui sono incasellati) a costruzione delle strofe e dei ritornelli. Gli intervalli stessi con cui gli accordi si susseguono sono frutto di un registro stilistico facilmente rintracciabile in molti dei suoi brani. Cose difficili da immaginare se descritte a parole, ma se consumate i solchi dei suoi dischi come faccio io sicuramente ci siamo intesi.

I’ll Stop When I’m Done, terzo album di Eera, giunge a otto anni da Reflection Of Youth, il suo straordinario esordio, e a quattro da Speak, un disco figlio del lockdown e, come molte altre opere coeve, inconsapevolmente concepito per esecuzioni solitarie e ascolti appartati. Un lavoro passato un po’ in sordina, immeritatamente penalizzato da un marketing sottovoce non troppo persuaso delle sue potenzialità, e dall’esclusiva distribuzione digitale (a differenza del debutto e di questo nuovo disco, entrambi pubblicati su supporto fisico). Un peccato, perché i due primi ellepì sono strettamente legati da un comune impeto di originale sperimentazione e da tratti di moderna e disimpegnata psichedelia.

Il gap rispetto a I’ll Stop When I’m Done è evidente, nel terzo album, dalla prima all’ultima traccia. Nei nuovi brani prevale piacevolmente infatti la vena cantautorale di Eera, decisamente più adatta a contenere il corpo e l’anima di un disco con questi presupposti e l’ispirazione stessa che ne ha permesso la gestazione. A partire dal titolo, una citazione di Marilyn Monroe, il concept raccoglie infatti una serie di considerazioni in musica sull’essenza e sul significato di essere donna. “Non mi fermerò quando sarò stanca, mi fermerò quando avrò finito“, dichiarava la star americana, a sottolineare la doppia e tripla fatica a cui è soggetto il genere femminile rispetto a ciò che un uomo deve dimostrare e a quanto da lui ci si aspetta, in ogni prestazione di qualunque ambito, intimo e personale o pubblico e professionale.

In questo percorso, le riflessioni scaturite dallo studio di vecchi film di Hollywood hanno innescato conversazioni immaginarie con grandi star femminili in bianco e nero del passato, dalla protagonista de Gli uomini preferiscono le bionde a Shirley MacLaine, e ricerche sui loro lavori e sulle loro complicate esistenze. Conclusioni o semplici supposizioni che hanno supportato Eera anche in una comprensione più approfondita di se stessa, oltre a mettere meglio a fuoco la sua identità di autrice musicale. Forza e natura che si plasmano alla perpetua ricerca di un equilibrio da cui si delinea il quadro imperfetto in quanto umano – e dunque autentico – della femminilità.

Ecco perché, nell’insieme, I’ll Stop When I’m Done suona più acustico dei precedenti lavori. “Celebrate”, l’ipnotica “Forget Her”, la splendida “Talking”, “Joy”, “Honey, Do You See Me?” e la conclusiva “To Be Brave” sono ballad da meditazione con qualche giustificato crescendo in coda. “Bad Guys” ci concede qualche vibrazione indie rock, mentre l’ossatura elettronica della title-track rimanda alle collaborazioni degli anni scorsi tra Eera e i Public Service Broadcasting, progetto per il quale la cantante ha fornito il suo contributo vocale in due episodi di Bright Magic (“People Let’s Dance”, vero inno al movimento a ritmo, e “Gib mir das Licht”) e in “A Different Kind Of Love”, tratto invece dal successivo The Last Flight.

Una scaletta meno claustrofobica rispetto ai primi due album, forse frutto anche della tecnica di registrazione delle tracce vocali, cantate da Eera a voce bassa e seduta su un divano per un effetto di maggiore domesticità. Prodotto a quattro mani con Chris Taylor dei Grizzly Bear e registrato tra Berlino e Barcellona, I’ll Stop When I’m Done è un’opera toccante e profondamente autunnale, dove le note di nostalgia sono da interpretare come colonna sonora di un dialogo intimo e allo stesso tempo universale che dà voce a centinaia di donne del cinema – a loro volta ispirazione di migliaia di donne spettatrici, una moltitudine resa afona da un sistema e una società crudelmente maschile.

The Last Dinner Party – From The Pyre

Standard

[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Una delle suggestioni che Prelude To Ecstasy mi aveva evocato, sin dai primi ascolti, era quella di essere una lunga citazione di “This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us” degli Sparks. Tutto l’album, intendo.

Per essere certo della mia sbalorditiva capacità predittiva, mi sono precipitato a controllare la data della pubblicazione della mia recensione (era il 18/02/2024) e a trovare traccia della prima testimonianza live della cover di quel brano nelle esibizioni delle The Last Dinner Party. Questa ufficiale registrata alla BBC Radio 2, per esempio, risale al 10/10 dello stesso anno, otto mesi dopo. Sicuramente sarete più bravi di me a scartabellare a ritroso negli angoli più remoti di YouTube e a trovarne una precedente alla mia intuizione. Io però, vi giuro, l’ho sentita la prima volta in quel live all’emittente britannica, e sono trasecolato. Ci avevo visto e sentito giusto.

Mi ha fatto anche molto piacere che tutte le altre similitudini che avevo colto tra la band londinese rivelazione dello scorso anno e il mio universo sonoro, formatosi a mia insaputa da bambino a metà degli anni ’70 e alimentato dal pop glam dell’età dell’oro degli Eurovision Song Contest e di band del calibro dei The Rubettes, non erano solo una trovata marketing studiata per rompere la monotonia dei soliti esordi della nuova british invasion. Kate Bush, Elton John, i Queen, persino i Cheap Trick, sono stati prontamente confermati e potete trovarli ancora tutti nel seguito di quella dirompente opera prima che ci ha fatto cantare un passaggio del loro più iconico ritornello all’infinito, come se niente importasse.

E mi riempie di gioia anche sapere che il gruppo di Abigail Morris, Lizzie Mayland, Emily Roberts, Georgia Davies e Aurora Nishevci (il fatto che non abbiano una batterista fissa mi indispone non poco) abbia raccolto la sfida di un esordio dal successo così impegnativo riuscendo a non spostare di una tacca il proprio posizionamento. C’è da dire che, per una band così intensamente impegnata dal vivo e così richiesta in ogni angolo del pianeta, trovare il tempo per comporre il disco della conferma si delineava come un’impresa più che ardua. Non a caso, ci sono spunti e composizioni più o meno contemporanee a Prelude To Ecstasy, tra i solchi di From The Pyre, se non risalenti a prima. Questo spiega la straordinaria linearità tra i due lavori, resa meno credibile solo dalla maturità superiore con cui il nuovo disco è stato realizzato (e dalla produzione di Markus Dravs). In poche parole, From The Pyre è un album di cover della band che ha pubblicato Prelude To Ecstasy suonato da una versione evoluta delle stesse musiciste ancora più consapevoli delle proprie potenzialità.

Una ricerca autoriferita e volta a perfezionare al massimo lo stile pop barocco di cui rappresentano, ad oggi, le interpreti più convincenti e divertenti. In tutte le dieci tracce le ragazze confermano di essere pienamente sicure di sé e di essere strumentiste di altissimo livello (le esecuzioni live rendono impeccabilmente come sul disco). L’approccio drama e teatrale di From The Pyre è alimentato da connotazioni decadenti al limite del grottesco, influenzato ancora una volta dalla componente estetica della loro proposta e dal modo di allestire la scenografia in cui esercitano la loro arte e di posizionarla come quinta di tutte le dimensioni dei loro brani.

L’album comprende una raccolta di storie che variano dall’immaginario un po’ macabro e a tratti granguignolesco imposto dal background culturale a cui il progetto è ispirato (“This Is The Killer Speaking” su tutte, una ballata di un fantasma parlante) ed esplicitamente rappresentate dal riuscitissimo effetto kitsch della terribile photoshoppata della copertina, che vanno a completare alcuni episodi, decisamente più sentiti, ispirati dal vissuto personale.

È verso la coda del disco, infatti, che la band si spoglia degli abiti da palcoscenico e ci lascia con le composizioni più intime e personali e, per questo, decisamente più convincenti, a partire dall’esplicita dedica alla genitorialità di “Hold Your Anger” (“Non so se sarei una brava madre, ho sognato che ti tagliavi un braccio e la colpa è mia, avrei dovuto dirti di stare più attenta”) e soprattutto con “The Scythe”, che rende complementari due esperienze della cantante come il dolore di una separazione sentimentale sovrapposta alla morte del padre (il video è decisamente struggente, peraltro). Inutile sottolineare quanto sia questo l’aspetto delle The Last Dinner Party in grado di restituirne il valore più autentico.

From The Pyre, più che la conferma di un debutto, è la riuscita consacrazione di un ensemble temerario che ha saputo non scendere a compromessi ma anzi, laddove possibile, a rendere ancora più piacevolmente leziosa e audace la sua improbabile proposta senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

Sorry – Cosplay

Standard

[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Tempo fa, nel corso di una discussione sui social in cui si ridimensionava il “fenomeno” (tra virgolette, in quanto così liquidi da essersi sciolti in un battibaleno) dei Måneskin a cosplayer del rock, e nemmeno poi così originali, l’intuizione di un commentatore tagliava ancora più corto la voglia di gogna dei partecipanti alla querelle rilanciando che, d’altronde, fosse la musica rock in sé a essere un cosplay della vita. Tutto vero? L’identità parallela degli artisti che, al netto del conciarsi o meno con abiti di scena e truccarsi o addirittura ballare per aggiungere valore alla portata delle canzoni proposte interpretano personaggi di fantasia rispetto alla conduzione delle rispettive realtà quotidiane e domestiche, non è altro che un gioco di ruolo, una finzione in carne e ossa.

Il punto è che è l’identità stessa dei Sorry a essere sfuggente e inafferrabile. Indefinibile, fino a prova contraria, e sta a noi confermarne l’accezione, circoscriverla con bordi e confini per la smania che ci contraddistingue di trovare al volo quello che cerchiamo al posto che deve occupare. Se avete amato a dismisura, come me, 925 e Anywhere But Here, i primi due album della band guidata dai due cantanti Asha Lorenz e Louis O’Bryen, comprenderete questa sensazione di spaesamento. Poche realtà artistiche riescono a risultare così coinvolgenti e a lasciare il segno proponendo un non-genere musicale, un non-stile che, se per non accendere inutili questioni approssimiamo per eccesso nell’incommensurabile famiglia dell’indie rock, oggettivamente si non-caratterizza per così tanti non-richiami a cose che l’hanno preceduto tanto da lasciare l’ascoltatore, per tutto il tempo, con un senso di non-smarrimento fatale.

E il bello è che non possiamo nemmeno tirare in ballo filosofia da tanto al mucchio e parlare di decostruttivismo, astrazioni, o di banali tentativi (per fini meramente commerciali) di musicisti che forzano strutture a tavolino per conferire connotazioni innaturali alle composizioni e, proprio per questo, risultare artificiali, stentate, superfluamente esclusive. In questa chiave di lettura, Cosplay se possibile è un disco ancora più fluido e imperscrutabile e, per questo, monumentale. Provocazioni noise, ammiccamenti trip hop, graffianti sussulti post-punk, collage di sample, cantilene, pose sardoniche secondo la moda del momento, minimalismo lo-fi e aperture mozzafiato contribuiscono a rendere il nuovo album dei Sorry un’opera imperdibile.

La spigolosa tracklist di Cosplay si conferma una colonna sonora ai margini, una sintesi consapevole della mole incommensurabile di dati (acustici e non) a cui siamo soggetti quotidianamente ma dei quali non riusciamo a mettere a frutto la connessione. Copiamo e incolliamo, spostiamo e perdiamo l’inizio, la fine e il filo stesso delle cose, e i Sorry interpretano perfettamente, con la loro elegante ispirazione, l’urgenza, i paradossi e la complessità del presente restituendoci un disco squisitamente raffinato. La copia di qualcosa che non è stato nemmeno inventato. I riferimenti alla cultura pop vanno da Walt Disney a Mishima, da Bob Dylan ai Guided By Voices, un minestrone corretto da una propensione alla sperimentazione che ha pochi confronti e caratterizzato da residui palesemente riconoscibili annegati tra dettagli difficilmente rintracciabili, un classico della scrittura dell’era digitale. Anzi, per certi versi quasi superata, ai tempi dell’AI.

Dalla tagliente elettricità pop di “Echoes” alla cupa e velenosa drum’n’bass post-punk di “Jetplane”, dal passo maestoso di “Love Posture” al temperamento da ballad di “Antelope”, dalle citazioni di “Candle” ai nonsense di “Today Might Be The Hit”, dalle intimità acustiche di “Life In This Body” alle distorsioni elettroniche di “Waxwing”, dalla frammentarietà di “Magic” alla compattezza di “Into The Dark” fino alla visionaria chiusura di “Jive” e il suo infinito loop di accordi che ci accompagna mestamente lungo il fade out conclusivo fino al buio, per poi abbandonarci sbigottiti con una sorta di fugace ghost track completamente agli antipodi, ogni traccia di Cosplay sembra vivere e morire in un alter ego simmetrico in grado di far ripartire, ogni volta, tutto dall’inizio. I Sorry sono una band indiscutibilmente seminale e Cosplay ne conferma il valore, il punto più alto – al momento – della loro carriera.

socio aci

Standard

I ragazzi dovrebbero saperlo che uno degli aspetti peggiori del diventare adulti riguarda l’essere proprietario di un’automobile. Che il rovescio della medaglia del coast to coast in estate con “Rotolando verso sud” dei Negrita a palla e il vento nei capelli con il finestrino abbassato e il profumo della pelle abbronzata di un* ragazz* sul sedile del passeggero con i piedi nudi sporchi di sabbia appoggiati sul cruscotto è un salasso mica da ridere, al netto delle zozzerie che escono dal tubo di scappamento e vanno a inquinare la natura.

Tempo fa, mentre riflettevo sui 340 euro che avrei speso di lì a poco, percorrendo a piedi il tragitto tra casa mia e l’officina che mi aveva sostituito la batteria della mia Yaris ibrida e dove avrei pagato senza battere ciglio per recuperare l’auto, mi soffermavo sul motivo per cui, nella nostra civiltà, è così importante possedere una vettura. Quando mi sono iscritto a scuola guida – avevo appena compiuto diciotto anni – nessuno mi ha mai messo in guardia su ciò che comporta l’essere abilitato a guidare un automezzo privato, tantomeno l’istruttore ubriacone che mi faceva fermare a tutti i bar lungo il percorso, con la scusa della pratica del parcheggio, per farsi un goccio di quello buono.

E mi riferisco a cose come l’acquisto, il carburante, i tagliandi più o meno annuali, il consumo dei pneumatici con il loro utilizzo con l’aggravante delle gomme per ogni stagione e il relativo cambio, le lampadine da sostituire quando si bruciano e la manutenzione straordinaria ed estemporanea, che comprende la batteria che si scarica, la pompa dell’alimentazione che ti fa ciao ciao sulle autostrade tedesche e la fatica di farsi capire con un inglese stentato attraverso quella specie di citofoni di cui sono dotate le colonnine di emergenza – come successo a me -, la cinghia di distribuzione, le pastiglie dei freni, le righe fatte con le chiavi sulle portiere e le strisciate dei muretti sulla carrozzeria, i bozzi della grandine, i cristalli che si venano e tutti i guasti al sofisticato equipaggiamento elettronico di cui le automobili, oggigiorno, sono dotate. E poi l’olio, il liquido per i vetri, le spazzole, per non parlare del lavaggio dentro e fuori e, soprattutto, i danni da sinistri o peggio.

Ho notato la prima vettura targata HA che la dice lunga sul fiorente mercato nel nostro paese poco dopo aver ascoltato alla radio – quella della macchina, ça va sans dire – che ci sono svariate decine di milioni di auto in Italia praticamente inutilizzate, o usate per pochi minuti al giorno, un parco vetture molto spesso obsolete e alimentate tradizionalmente. Ma sono i poveracci come il sottoscritto a rispondere a questi indagini buste paga alla mano: e chi se la può permettere una Tesla elettrica? E poi se rimani a secco di carica sulla Sila, a distanze siderali dalla presa per fare il pieno più vicina, chi ti viene a prendere?

Quello che posso dirvi, e che non ho ancora imparato io, è che è sempre meglio parcheggiare in posti perpendicolari al marciapiede con il cofano rivolto verso la strada, in modo che chi viene a risvegliarvi il mezzo dopoché il vostro partner l’ha lasciata con le quattro frecce accese per tutto il giorno non debba necessariamente essere equipaggiato di booster – uno strumento che a breve mi regalerò per natale – o comunque di cavi di collegamento di lunghezza fuori dagli standard.

la tela del ragno

Standard

I genitori di Penelope hanno una densità di tatuaggi per superficie di epidermide che ha del soprannaturale e non oso pensare a come siano conciate le parti del corpo interdette ai non componenti della famiglia, a partire dagli insegnanti della figlia. Anzi, un’idea me la sono fatta ma solo perché al colloquio di giugno, al termine dello scorso anno scolastico, complice il caldo fuori e la canicola che si percepiva nelle aule prive di aria condizionata, la mamma si è presentata in canotta sfoggiando un vistoso murales colorato sul petto con tanto di claim che andava da spalla a spalla.

Penelope è figlia unica e, in prima, capitava spesso che al momento dell’ingresso scoppiasse in lacrime osservando la madre allontanarsi oltre il cancello per recarsi al lavoro. Quest’anno va un po’ meglio ma, verso metà mattinata, mi si avvicina per dirmi quanto ne senta la mancanza. Soprattutto nelle settimane in cui fa il turno di sera e che, di conseguenza, non la vede sino al giorno dopo. La mamma, da allora, ha preso l’abitudine di sostituirsi con bigliettini recanti melense dichiarazioni d’amore genitoriale unite a frasi motivazionali da un tanto al mucchio. Iniziano con cose tipo “sii sempre te stessa” e terminano con “i love you” e svariati cuoricini. Lei li tiene nell’astuccio ma, nei momenti più critici, li spiega sul banco e li legge allo scopo di tranquillizzarsi.

Oltre ai tatuaggi e agli immancabili piercing, i genitori vestono completamente di nero, almeno nei frangenti in cui mi è capitato di vederli. Se all’uscita o agli incontri di routine si presentano con outfit di questo tipo, temo che nelle occasioni meno istituzionali il loro look sia ancora più radicale. L’all-black è una scelta di abbigliamento decisamente borderline per svariati motivi, e ve lo dice uno che per un decennio abbondante – tra gli ottanta e i novanta – si è atteggiato arbitrariamente a membro di una formazione musicale dark e ha praticato la new wave come stile di vita. Nonostante il mio fosse un vezzo innocuo volto a mostrare pubblicamente i miei gusti musicali (e a rimorchiare), più di una volta è stato equivocato come divisa di un’organizzazione di estrema destra. Non dimenticherò mai la sfuriata a cui sono stato esposto a opera di un venditore ambulante di religione ebraica che aveva un banchetto di libri nei pressi della piazza principale della città in cui vivevo da ragazzo. In sostanza pensava che fossi emulo di qualche squadraccia nostalgica, nonostante la mia acconciatura alla Robert Smith non lasciasse dubbi.

Oltre ai fan di Cure e Bauhaus e a quelli di Casapound ci sono altri che vestono di nero. Il mio bidello Vincenzo, per esempio, che di certo non è nazifascista e nemmeno un esteta del gothic rock tanto meno del death metal (anche perché è pelato ma si vede e si sente dal suo smaccato accento meridionale che non ha certo simpatie per gli skinhead), sono pronto a scommetterlo. Ci sono quelli che lo fanno per posa, per distinguersi a tutti i costi, o perché snellisce e basta.

Non ho capito però a quale categoria appartengano i genitori di Penelope, fatto sta che anche la figlia si presenta a scuola con qualche indumento nero, il che è piuttosto strano per la sua età. La mia, di figlia, ha attraversato solo un brevissimo periodo – frequentava però la seconda media – in cui sembrava apprezzare anfibi e altri capi di abbigliamento che andavano di moda tra le ragazze che frequentavo io da giovane, ma poi fortunatamente ha deciso di dar retta a gusti più in linea con i tempi. Penelope invece a volte sembra mascherata da Halloween anche quando non è Halloween e indossa spesso una felpa brandizzata di Wednesday Addams, avete presente?

Qualche giorno fa l’ho notata assorta per diversi minuti, durante l’ora di informatica. Stava lavorando sul Chromebook al suo posto, all’ultimo banco, ma poi si è messa a fissare un punto sul soffitto ed è rimasta così per un bel po’. La mia scuola è provvista di un bel giardino ed è ubicata in una frazione in campagna, così è facile che dei ragni si intrufolino dentro e si ambientino sulle pareti e sui soffitti delle classi, complice la scarsa propensione dei collaboratori a pulire nei punti in cui occorra impiegare uno sforzo maggiore. Per farvi capire, l’azionamento delle pale per movimentare l’aria genera un effetto che trasforma la classe in una di quelle palle magiche da scuotere per scatenare una tempesta di neve, ma con i batuffoli di polvere.

Ho seguito lo sguardo assorto di Penelope e ho individuato così, sopra di lei, un’intera colonia di ragni appollaiati sulla loro tela. Sembravano proprio una famiglia al completo riunita nella loro casa, forse una madre con i suoi cuccioli, con Penelope che osservava – e di sicuro ne invidiava – la completezza e la tranquillità domestica. C’era un invisibile filo di quella ragnatela che li metteva in contatto, un quadretto un po’ tetro da film horror che non mi è stato possibile purtroppo immortalare, per ovvi motivi di privacy.

conservatori

Standard

Non posso definirmi uno sportivo da divano per due motivi. Seguo esclusivamente la pallavolo femminile da quando, improvvisatomi neofita supporter dell’agonismo altrui più di dieci anni fa, mi sono appassionato al gioco in questione assistendo, dagli spalti improbabili delle improbabili palestre dell’hinterland milanese, alle partite delle squadre in cui militava mia figlia. Il punto è che lo sport mi mette ansia, non so assolutamente perdere, e questo mi induce a seguire gli incontri in piedi, davanti alla tele, in un modo tutt’altro che statico, per un’esperienza di fruizione per me e per chi mi sta vicino tutt’altro che piacevole. Il secondo motivo è che il resto degli sport non mi piace. Li trovo sostanzialmente noiosi, a partire dal calcio in cui – al netto di questioni etiche – non succede mai nulla (a differenza del volley in cui si susseguono azioni a una velocità mozzafiato) per non parlare di auto e moto che, a parte che definire sport ci vuole una gran faccia tosta, li considero addirittura irritanti.

Da qualche tempo però, sull’onda della smodata devozione che mia moglie nutre per lui, ritengo irrinunciabili, come immagino tutti voi, i trionfi di Jannik Sinner, e non nego che il dibattito dal quale sono emerse certe posizioni dequalificanti e specchio di una certa deprivazione socioculturale – quelli che gliela menano per le tasse a Montecarlo o la presunta carenza di patriottismo dimostrata con la non partecipazione alla Coppa Davis – abbia influenzato la mia stima nei confronti di un personaggio pubblico che, con l’Italia di oggi, ha davvero ben poco in comune (e per sua fortuna).

Nonostante il mio approccio positivo e propositivo alle dirette tv dei due sport – ho seguito con passione i successi alle olimpiadi, alla VNL e ai mondiali delle nazionali di volley, e ai vari tornei in cui si è imposto Sinner, almeno quelli trasmessi in chiaro – noto sempre di più, ma magari la letteratura tecnica del settore è sempre stata così, ditemi voi – toni che definire enfatici è riduttivo durante la narrazione delle imprese dei protagonisti. Le telecronache e i commenti sono così intrisi di retorica e campanilismo da risultare irricevibili da qualsiasi spettatore dotato di buon senso e buon gusto. Si pone costantemente in evidenza l’aspetto eroico e super-umano degli atleti lasciando cadere in secondo, se non ultimo piano, la portata di intrattenimento e divertimento che la visione dello sport è in grado di suscitare nel tifoso consapevole.

Sembra tutta una questione di vita e di morte, di resilienza e resistenza, di vittoria e di fallimento, di lacrime e sacrifici che non metto in dubbio facciano parte del percorso sportivo ma mi sembra si sia perso davvero il senso della misura. Se avete assistito, come immagino, alla finale del torneo ATP e al livello di kitsch dello spettacolo introduttivo – complice la colonna sonora da combattimento tra gladiatori al Colosseo – avrete capito a cosa mi riferisco.

Spero che questa sconcertante gara al rialzo nella ricerca di sensazioni forti, che poi ne normalizza il risultato se non indurre, come è successo a me, all’effetto opposto scavallando nella ridicolaggine, non sia figlia degli attuali tempi bui in cui alla gente – soprattutto agli italiani – piace la violenza, piace mettersi le mani in faccia per un colpo di clacson, piace passare ore in palestra per allenarsi allo scontro con il prossimo, piace la guerra. Un fattore perfettamente complementare al conservatorismo dilagante che è quasi più un recupero di un passato che credevamo remoto. Inutile sottolineare la regia di questa sceneggiatura, anche se – ammettiamolo – ha approfittato di un target purtroppo decisamente recettivo.

A scuola non è difficile percepire quanto dio, patria e famiglia siano in cima alle classifiche valoriali dei bambini come conseguenza del clima che si respira a casa. Quelli che non fanno religione, musulmani a parte, hanno i genitori iper-tatuati e ai limiti dell’home schooling/captain fantastic, non so se avete presente il genere para-grillista. Gli altri frequentano assiduamente la parrocchia, come Jacopo che qualche giorno fa mi ha chiesto a bruciapelo “maestro, tu vuoi bene a Gesù?”, una domanda prevista da un’indagine da svolgere come compito di catechismo. Io volevo tagliare corto per non impelagarmi in chiarimenti su ateismo e agnosticismo, non tanto perché Jacopo non avrebbe capito – ho una seconda – quanto perché non sarei stato io in grado di spiegarglielo, così gli ho risposto di no.

Stiamo però facendo una unit del testo di inglese che si intitola “Let’s celebrate” e che prende a pretesto le feste e le ricorrenze per proporre attività didattiche sui mesi dell’anno, le stagioni, come si dicono le date di compleanno e cose così. Un esercizio prevedeva una riflessione sull’importanza o meno delle tradizioni e, appurata l’impossibilità di condurre una conversazione di questo tipo e su questo argomento in inglese – parlo ovviamente per me – ho pensato comunque di lasciar esprimere a ruota libera i bambini su questi temi in italiano. Su ventidue solo una ha detto che no, le tradizioni non sono importanti, ma forse lo ha fatto solo per distinguersi. Stamattina, mentre sbrigavo qui in paese alcune commissioni, ho incontrato diversi giovani adulti a spasso, e non mi è venuto da pensare che fossero lavoratori che fanno dei turni come capita a me – sbrigavo le commissioni perché sarei entrato in servizio nel pomeriggio, dopo la mensa – ma mi hanno dato l’idea che fossero già alle prese con la preparazione delle imminenti festività. Comprare regali – i negozi sono nel mood natalizio già da qualche settimana -, addobbi e luci per la casa, ingredienti per la cena della vigilia o il pranzo del venticinque. Come se il lavoro, la comunità, le guerre, la situazione internazionale e quella locale non contassero più ma contasse solo il privato, mettersi a tavola con i parenti, scartare i regali, celebrare il natale con i propri intimi, e so che è così, e so di essere retorico, ma che ci volete fare.

Il fatto è che sono rimasto sconvolto dalla scelta delle gemelle Kessler di lasciarsi la vita alle spalle e dal modo con cui sono andate fino in fondo. Sconvolto dal loro eroismo fuori dal tempo. Una parte importante della nostra tradizione, di quella che celebriamo ogni anno puntata dopo puntata di programmi dedicati alla nostalgia del bianco e nero e del bigottismo, ci ha lasciato a bocca aperta con un gesto di un livello di modernità e di laicità per noi impossibile da cogliere. Let’s celebrate, mi è venuto da pensare. Festeggiamo la vera libertà, questa libertà.

Snõõper – Worldwide

Standard

[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Dare il massimo in trenta minuti. Interrompersi sul più bello per cambiare ritmo, solo per il gusto di farlo. Coniugare il mestiere di insegnante di scuola primaria con il ruolo di front-woman in un gruppo egg-punk e convincere i genitori dei tuoi alunni (ma immagino anche il tuo dirigente, e ve lo dice uno che fa il maestro elementare in Italia) che non c’è nulla di strano.

A scartabellare tra interviste e articoli dedicati agli Snõõper (si scrive proprio così, con la doppia tilde) di estratti apparentemente nonsense di questo tono c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una narrazione tra il situazionismo e il surreale di cui si trova più di una conferma nei suoni e nell’estetica della band di Nashville, Tennessee, guidata dalla cantante Blair Tramel e dal chitarrista Connor Cummins. I video sono completamente fuori di testa, da non credere, e le registrazioni dei concerti disponibili sul loro canale YouTube non lasciano dubbi sull’approccio della band, a metà tra i Devo e i Ramones con il valore aggiunto di quel modo di declamare i testi con melodie ridotte all’osso e tutti i cliché del punk dal timbro femminile.

Pezzi brevissimi e tiratissimi, ai limiti delle possibilità umane e strumentali, e talvolta persino proibitivi per le esecuzioni live. Su disco, però, rendono benissimo, e (non me ne vogliate) lì devono stare. I tempi sono cambiati e la tecnica è approdata anche tra i generi professati da chi, alle origini, se ne faceva un baffo, ci sono infatti fior di musicisti prestati al punk. Ma non è facile, non tutti suonano come gli Idles, e nel dubbio cerchiamo di accontentarci delle registrazioni e dei missaggi in studio per goderci tutta la trasgressione e la violenza del suono comodamente stravaccati in poltrona. Non è un segreto che il confine tra i pattern mozzafiato di batteria hardcore e certe marcette o la polka da sala da ballo sia molto labile.

Ma atteniamoci ai fatti. Worldwide è un ottimo album composto da brani decisamente originali e spiazzanti. Le prime tre tracce (“Opt Out”, “On Line” e “Company Car”) sono pensati per mettere a tappeto gli ascoltatori incauti. I sopravvissuti si precipiteranno in pista per ballare al ritmo di “Worldwide”, la title track, che si preannuncia hit insostituibile ad assicurare un adeguato climax alle future playlist dei capodanni indie rock.

Ma è solo un’illusione perché con le successive “Guard Dog” e “Hologram” si riaccende il delirio. “Star 6 9” rientra in canoni più retrofuturisti e reclama un remix techno, con “Blockhead” torniamo invece alla pura follia mentre la decostruzione di “Come Together” che segue sta ai Beatles come “(I Can’t Get No) Satisfaction” nell’interpretazione dei Devo stava ai Rolling Stones, comunque un’ottima intuizione per un brano che, come lo suoni, ha sempre un suo perché. “Pom Pom” è l’ultima traccia in linea (accelerata) con le altre canzoni, perché la coda dell’album ci riserva i due episodi migliori, “Relay” (martellante come “She’s Lost Control”) e “Subdivision” (un brano decisamente più elaborato e una spanna sopra il resto), che con la loro atmosfera più cupa virano verso il post-punk.

A giudicare dall’opera di esordio, il precedente Super Snõõper, la produzione di John Congleton (superfluo citare qualunque delle sue centinaia di fruttuose collaborazioni) sui solchi di Worldwide ha permesso agli Snõõper di spingere al massimo la loro portata dirompente e naif, di ottimizzare l’estro creativo dei due membri fondatori probabilmente costringendoli a qualche compromesso con lo spirito libero di partenza ma, indubbiamente, a tutto vantaggio della resa discografica.