per chi ama bere solo champagne come una modella qualsiasi

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The model, o Das Model per i crucchi, è uno dei brani più conosciuti dei Kraftwerk perché ha una struttura/canzone piuttosto tradizionale (e molto poco Kraftwerk), motivo per cui la sua notorietà travalica l’impervio territorio dei tradizionali amanti della musica elettronica propria del quartetto di Düsseldorf. Si tratta di una ballata che chiunque, con una chitarra o un altro banale strumento acustico, potrebbe riprodurre e sicuramente da qualche parte nell’Internet c’è un Nouvelle Vague o un Senor Coconut o qualche omologo progetto che ha rivoltato Das Model come un calzino oltraggiando l’austero messaggio d’amore con cui è stata composta, se volete divertirvi fate pure, io mi accontento della versione dei Demolition Group che è l’unica che merita qualcosa.

In realtà The Model l’ho suonata anch’io, in uno dei miei innumerevoli e più remoti “act” musicali a cui ho prestato il mio mediocre estro elettronico, ma soprattutto l’ho ballata durante il capodanno 78/79 nel corso di una festa nella villa di una mia cugina ricca che aveva il fidanzato coi Ray Ban scuri (anche la sera dell’ultimo dell’anno) e che aveva portato il disco. Poi qualcuno degli adulti si era impadronito dello stereo e aveva messo uno dei soliti disco-samba qualunque per introdurre un duo di uomini già ubriachi e travestiti da donna che si erano esibiti in un numero di dubbio gusto. Forse è anche per questo motivo che The model, o Das Model per i crucchi, è uno dei brani che preferisco in assoluto, non solo dei Kraftwerk ma anche in generale.

umanoidi e no

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Quando la gente in discoteca ha iniziato a ballare come i robot è stato il segnale che la componente elettronica nella musica stava diventando preponderante. Ma, David Zed a parte, non è mai stato facile muoversi come pensiamo che le macchine antropomorfe possano fare, nel senso che non ci sono robot che ballano di propria iniziativa se non programmati dagli esseri umani e in film, cartoni o a qualche fiera del settore. Anzi, se esiste una macchina antropomorfa a una fiera di settore dubito che qualcuno la programmi per ballare come un essere umano. Al massimo sarà configurata per eseguire le funzioni per le quali è stata pensata. Spostare scatoloni o pulire aree vaste o che ne so. Comunque un tempo bastava una batteria artificiale o qualche parte ritmica di synth che tutti irrigidivano arti superiori e inferiori e via di automi. E nel mio amore per la natura ricostruita da sempre vivo con fastidio questa associazione inconscia che però è molto comune tra suoni elettronici e replicanti di latta, cioè non sento differenza emotiva tra una corda che vibra e la stessa dopo che è stata digitalizzata e riprodotta. E vabbè che adesso tutto è una sequenza binaria, ma ai tempi dei quattro crucchi qui sotto performance di questo tipo avevano un loro perché. Molti degli spettatori in giovanissima età come il sottoscritto non hanno avuto ben chiaro nell’immediato quali fossero i musicisti veri e quali la loro versione robot, se quelli sul palco o gli altri mescolati tra il pubblico. Probabilmente eravamo tutti più ingenui e credevamo di poter cambiare il mondo, riprogrammandolo.

robot da collezione

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Ho pensato a tutto. I biglietti per il volo su E-dreams con Ryanair costano tredici euro a passeggero, che è davvero una sciocchezza. Con tredici euro andata e ritorno non vai nemmeno a Genova in treno, per dire. Basta solo scegliere la data che più è congeniale, perché invece i biglietti per il concerto costano 55 euro e, insomma, più di uno con i tempi che corrono si fa una certa fatica. Ma l’evento di sicuro merita un piccolo investimento. Certo non sarebbe stato per niente male vederli live al Moma, ma una trasferta a New York sarebbe stata più complicata. Invece Milano – Dusseldorf sono meno di due ore di viaggio. Che poi a Dusseldorf ci si può fare anche un giretto, ho letto su Wikipedia che c’è una delle vie per lo shopping più eleganti di tutta la Germania, non che mi interessi fare shopping, però magari anche voi siete fan dei Kraftwerk come me e vi serve qualche elemento per convincere qualcuno a seguirvi nella trasferta. Perché non è da tutti i giorni che un gruppo ormai attempato come il quartetto tedesco si metta a riproporre dal vivo i loro primi otto album della loro carriera. E già mi immagino come possa essere un concerto al museo Kunstsammlung, nella loro città natale, che già li avevo visti qui vicino a Milano qualche anno fa e mia hanno fatto una tenerezza che non vi dico. Quattro impiegati di mezza età, anzi, piuttosto anzianotti sul palco con i loro pc portatili e dietro un tripudio di ogni ben di dio di visual ed elettronica, vestiti con tute che nemmeno Tron. Comunque questo è il programma, scegliete l’album che vi pare e beneficiatene tutti. Io, se andrò, opterò per la serata dedicata a The Man Machine (inutile dire che ne ho una copia originale su vinile e in ottime condizione acquistata all’epoca), un po’ per via di uno dei miei loro brani preferiti che è Neon Lights, un po’ per la copertina che costituisce la sintesi – è proprio il caso di dirlo – estetica di quegli anni talmente post-moderni che, se ci pensate, devono ancora venire. Ah, dimenticavo, ecco le date dei concerti:

Freitag, 11. Januar 2013         
1. Autobahn (1974)

Samstag, 12. Januar 2013
2. Radio-Aktivität (1975)

Sonntag, 13. Januar 2013
3. Trans Europa Express (1977)

Mittwoch, 16. Januar 2013
4. Die Mensch-Maschine (1978)

Donnerstag, 17. Januar 2013
5. Computerwelt (1981)

Freitag, 18. Januar 2013
6. Techno Pop (1986)

Samstag, 19. Januar 2013     
7. The Mix (1991)

Sonntag, 20. Januar 2013     
8. Tour de France (2003)

matinée

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da questa parte, grazie

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Tra i numerosi quanto inutili canali che impoveriscono l’offerta televisiva del digitale terrestre, ce n’è uno che tutte le volte che passo di lì – in quei 5 minuti di cazzeggio che precedono il crollo nelle serate estive, momento che comprende una fase di zapping selvaggio tesa unicamente a trovare il programma di Paola Marella che si diverte a ristrutturare case altrui (Paola, se leggi questo post, mettiti in contatto con me: ho grandi progetti) – trasmette esibizioni live (poi capirete perché l’ho messo in italico) di un dj di fronte a centinaia di persone intente a ballare (buon per lui).

Una formula vecchia quanto l’uomo, almeno da quando esiste il giradischi, che però da circa quindici anni a questa parte si è resa protagonista di un processo di evoluzione nel posizionamento strategico delle due componenti fondamentali – dj e pubblico, appunto – all’interno del luogo adibito di volta in volta ad “area da ballo”. Mi spiego.

La discoteca, il club, il luogo chiuso, raramente concede risalto al selezionatore musicale, che sta dietro la console mentre la gente balla la sua selecta. Fin qui ci siamo. A un certo punto, con un paio di fenomeni quali il successo di gruppi privi di batterista e l’avvento della musica elettronica, si sono diffusi gli eventi a metà tra il concerto e il rapporto univoco dj – pubblico danzante. Quest’ultimo balla qualsiasi cosa il dj proponga (almeno un tempo era così) e si fa bellamente i c**** propri mentre il selezionatore in cuffia – a volte nascosto chissà dove, a volte in una sorta di pulpito, altre, come in alcuni locali un po’ improvvisati, con i piatti su un comune tavolino da bar, dentro il bar stesso a rischio di essere travolto dall’esagitato di turno (ho visto una volta un ubriaco rovesciarsi su una console di fortuna dietro alla quale Fabio De Luca aveva appena messo On my radio dei Selecter, la versione live se non ricordo male) – sciorina la sua playlist.

Nell’evento a metà tra il concerto e la selecta invece il dj sta sul palco e il pubblico danzante sta sotto, come nei concerti con musicisti (mi vien da dire veri ma non lo scrivo per non urtare la sensibilità né degli uni né degli altri) dotati di strumenti tradizionali. Già nei concerti dei Depeche Mode, almeno nella formazione più autorevole, cioè quella in quattro con Alan Wilder e prima che a Martin Gore venisse la pessima idea di imbracciare la chitarra, diciamo fino a Black Celebration, c’era un po’ di imbarazzo tra il pubblico. Stare lì in piedi rivolti verso il palco a sentire dischi, perché ora se vogliamo contarcela su va bene, ma non mi si venga a dire che a quei tempi i Depeche Mode suonavano dal vivo, visto che ballavano tutti, ogni tanto davano qualche manata sulla tastiera, e le versioni dei pezzi erano troppo fedeli a quelle registrate, dicevo stare lì a guardare un playback evoluto era un po’ una forzatura. C’era questa finzione collettiva in cui celebravamo tutti insieme da sotto la visione dei nostri beniamini. Ma chiamarlo concerto, onestamente, è troppo.

Passano gli anni e la cosa si ingigantisce pure. Nel 97, dopo aver pagato 60 mila lire per il biglietto del concerto dei Prodigy (poi se volete vi spiego perché l’ho fatto, a volte le cose si fanno anche per gli altri), ho assistito a una performance di base registrata più effetti speciali e coreografie varie, tanto che il gruppo supporto che ho dovuto pure sopportare, tali Marlene Kuntz, si sono distinti enormemente per grinta, suono e pathos. Tanto vale fare come i Kraftwerk, visti pochi anni fa già in versione pensionati i quali, sul palco come quattro impiegati di banca prossimi al ritiro della liquidazione dietro ad altrettanti Mac portatili, hanno eseguito una navigazione in internet con controllo di posta elettronica – perché secondo me proprio quello facevano – al cospetto del pubblico per 2 ore circa, con il valore aggiunto del video, alle loro spalle, che per lo meno dava il quid multimediale mancante.

Il livello successivo, a cui non ho mai voluto per scelta partecipare, comprende i performer tipo i Chemical Brothers. Per inciso: tutti i gruppi e i dj citati finora, a parte Prodigy e Marlene, sono tra i miei preferiti quindi la critica che muovo non è a loro, sia ben chiaro. I Chemical Brothers, potete dare un’occhiata per esempio qui ma avrete visto questi video decine di volte, si mettono dietro ai loro mixeroni e… e poi non si sa bene che fanno. Quanto suonano? Quanto mixano live? E trovarmi lì, in mezzo a migliaia di persone tutte rivolte a guardare due sul palco che magari giocano a solitario mentre sotto un cd suona tutto il concerto mi farebbe sentire un po’ sciocco.

Tutto questo per arrivare al punto di rottura: dj sul palco, ma dj veri, con piatti o cd, e pubblico sotto che, anziché ballare insieme – magari vedi una vicino che ti prende e cerchi di rimorchiarla – è disposto in file orizzontali e rivolto rigorosamente verso di lui. Il dj, poveretto, sì ogni tanto balla, batte le mani, fa qualche gesto di feeling di circostanza, ma il più delle volte lo vedi dare sorsi a un cocktail (e il pubblico ti guarda mentre bevi il cocktail), girare manopoline senza nessun apparente risultato su quello che esce dalle casse (e il pubblico ti osserva e balla mentre giri le manopoline), o guarda con la testa bassa i dischi che ruotano nei piatti, un po’ imbarazzato dall’aver di fronte centinaia di persone che lo guardano anche mentre osserva il moto perpetuo dei dischi sui piatti. Eppure, su questa tv, il pubblico sembra divertirsi un sacco: le ragazze sovente vestono solo il top del costume da bagno, i ragazzi si muovono a tempo con il bicchiere di plastica in mano, e tutti guardano il palco, felici di aver afferrato il senso.